Fino alla fine
Paolo Buonvino
Fino alla fine (Here Now, 2024)
Lotus Production
16 brani – Durata: 54’59”

Gabriele Muccino si dà all’Action Movie dai costrutti hollywoodiani – difatti la regia è in alcune scene, soprattutto nei piani sequenza (vedi il concitato prefinale in hotel), realmente pazzesca e al cardiopalma come quella di molte pellicole e serie statunitensi degli ultimi anni –, raccontando in questo suo Fino alla fine una Love Story romanticamente fuori di testa, esasperata ed esasperante, senza via di scampo, rifacendosi a suo modo (forse velatamente più che apertamente) a ben più alte dinamiche thriller amorose d’azione della Settima Arte quali il capolavoro godardiano della Nouvelle Vague Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle) del 1960 con Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg, con musiche di Martial Solal, o Getaway! (The Getaway) del 1972 diretto da Sam Peckinpah ed interpretato da Steve McQueen e Ali MacGraw, con musiche dell’appena scomparso Quincy Jones.
I toni, come in buona parte dei film mucciniani, sono esagitati ed overacting (trad.: attore che sovra-recita, che recita sopra le righe), con alcune parti ai limiti del ridicolo (la protagonista femminile che suona un pianoforte, improvvisamente al pari di un’invasata posseduta dal demonio, in un centro commerciale chiuso di notte) e alcuni nodi narrativi che solo scollegando il cervello si possono accettare come dati per logici. A parte queste imperfezioni, il film è pur sempre godibile, gli attori giovani principali tutti in parte (Elena Kampouris, Saul Nanni, Lorenzo Richelmy, Francesco Garilli ed Enrico Inserra) e le musiche del sodale Paolo Buonvino efficacissime, anche se in talune sequenze assai sacrificate da dialoghi ed effetti sonori sovrabbondanti o da canzoni di repertorio, specialmente da un portentoso e bellissimo brano di Ennio Morrione, “The Crisis”, talmente riconoscibile da straniare non poco (tuttavia azzeccato per la scena di sesso/amore che commenta), tratto da La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore, con la conseguenza di (quasi) offuscare il compiuto lavorio compositivo dell’eccellente rinomato autore siciliano.
Buonvino, che con questo Fino alla fine giunge a quota otto lavori insieme al regista romano, struttura una partitura nervosamente pulsante e dai ritmi schiettamente convulsi, usando archi, synth, percussioni varie, cori femminili sopranili in lingua tedesca, teutonicamente assalenti e solennemente carichi di angoscia. Effettivamente, le due pagine, lunghe di durata, più incisive e incidenti sulle immagini di questa OST sono “Sophie – Part 1” & “Sophie – Part 2”, le due facce sonore della medesima medaglia compositiva, con un celato violoncello solista, dalla modulazione zimmerriana alla Cavaliere oscuro (si va col pensiero al tema (?) di Joker), accennante un inciso tematico grave ed il coro femminile di cui sopra, su archi sottesi e anche suonati prettamente battendo l’archetto sul ponticello, così cadenzando un’ansietà perenne, che intona un requiem mozartiano di grande presa emotiva; in aggiunta allarmanti suoni stridenti sintetici, battiti cardiaci percussivi synth che scuotono lo stomaco dell’ascoltatore, con ritmiche Fast and Furious alla Elliot Goldenthal di Heat - La sfida. “The Sea” è una parvenza di leitmotiv esteriormente quietante e ondeggiante come le trasparenti acque marine sicule in cui si ambienta una delle scene d’apertura del film, narrante di una ventenne americana (la bella, atletica e controversa Elena Kampouris) in viaggio con la sorella in Italia che, durante l’ultimo giorno di vacanza, conosce casualmente quattro amici siciliani in un’estiva assolata Palermo, innamorandosi perdutamente di uno di loro (il giovane e fascinoso Saul Nanni), non conscia di andarsi a trovare in un’avventura criminosa pericolosissima. “Leap” esprime al meglio il tema di matrice dolcemente melanconica, eseguito dagli archi in fil di voce: un leitmotiv in puro Buonvino’s Style. “Shadows” è sotterraneo e oscuro con quegli archi sospiranti ed effetti synth circolari ipnotici. “Get Out!” è un velocissimo rombare ritmico assalente. “Komandante” pulsa sinteticamente anche se quietato da archi sullo sfondo ed un piano che suona un tema nuovo malinconicamente desolante. “Here Now – Part 1” è picchiettante in modo incessante, con quel suono onomatopeico synth che sta a simulare allarmismo, però in atto avvertente più che definente drammaticità. Un adagio funereo lo si sente in “Breath”, scandito come un respiro affannoso mortale. “Seine Neigung und sein Untergang” (trad.: La sua inclinazione e la sua caduta) si mostra inizialmente all’uditore con un pianismo forse più soffocante e melodrammatico che delicato, con un crescendo in divenire da molto lontano di archi e ritmiche assillanti ed il coro femmineo sempre più inquietante e pressante. Una linea degli archi su cupe atmosfere industrial e percussive atonalità turbanti agguantano le orecchie di chi sente l’album digitale nel lungo brano “The Garage” (9’05”). “Noch Leben” (trad.: in questo caso vuol dire “ancora vivo”) campiona il coro all’inizio facendolo divenire fonte ritmica battente e le voci femminili sopranili, con il tema mozartiano a dominare, determinano luttuosamente qualcosa di inevitabile. Un piano e un violoncello amaramente disperati disegnano il tema portante in “Until the End”, con versi reali di balene sullo sfondo e archi sospiranti malinconici ricordi, seppur di breve appartenenza temporale, che all’improvviso scoppiano in un altissimo crescendo melodrammatico straziante, con quel suono vocal/sintetico semicoperto allarmistico cosparso come un monito in tutta la score, per chiudersi in sé stessi dolorosamente affranti, con tamburi funerari conclusivi. “The End” è un altro adagio per archi, fiati e tamburi mozartianamente funesto. “If” affida al piano e al cello il leitmotiv principale in una versione sconsolante da groppo in gola. “Here Now – Part 2” è in partenza brano tecno urlante e gravosamente fatale per poi lasciare spazio agli archi, al pianoforte, alle percussioni dai ritmi carnalmente tribali a contrassegnare la parola fine sempre più drammaticamente in levare, tuttavia concludente in un fil di suono synth amaro.
Di seguito le Note di Paolo Buonvino sulla composizione della sua partitura per Fino alla fine:
<<Dopo tanti anni e tante note per numerosi film, ciò che cerco quando lavoro ad una colonna sonora è contribuire a comunicare qualcosa in cui credo veramente, trasmettendo non solo l'essenza della storia del film, ma anche la mia personale visione. Quando ho letto la sceneggiatura e visto il primo montaggio del film, ho capito subito che avrei avuto il privilegio di andare ad esplorare l’animo umano attraverso questi personaggi. La ricerca estrema e disperata della protagonista, l’adrenalina mischiata alla passione, che sono in realtà uno spasmodico tentativo di trovare se stessi pienamente al di la delle convenzioni del vivere comune, si sono tradotte in una ispirazione musicale continua ed incalzante.
Dal cassetto della mia memoria è emerso, come un’illuminazione, il testo di “Così parlò Zarathustra” di Friedrich Nietzsche:
…Ich liebe Den, welcher aus seiner Tugend seinen Hang und sein Verhängniss macht: so will er um seiner Tugend willen noch leben und nicht mehr leben.
…Io amo colui che della sua virtù fa un'inclinazione e un destino funesto: così egli vuole vivere, e insieme non più vivere, per amore della sua virtù.
….Ich liebe Den, welcher nicht einen Tropfen Geist für sich zurückbehält, sondern ganz der der Geist seiner Tugend sein will: so schreitet er als Geist über die Brücke.
….Io amo colui che non serba per sé una goccia di spirito, bensi vuol essere in tutto e per tutto lo spirito della sua virtù: in questo modo egli passa, come spirito, a di là del ponte.
Ho fatto cantare questo testo ad un coro femminile in diversi punti del film, interpretando musicalmente il testo con l’intento di trasferire un pensiero di ricerca spasmodica ma profonda del proprio essere alla frenetiche e angosciose azioni della protagonista. Ho usato tre elementi musicali: l’elettronica, i Taiko (percussioni giapponesi il cui suono nella tradizione era un mezzo per connettersi con il ritmo primordiale della vita) e un’ orchestra d’archi, cercando di rappresentare attraverso la loro contrapposizione la lotta continua tra il nostro vero Se e ciò che ci sentiamo “costretti” ad essere>>.
