Roma come Chicago aka Banditi a Roma
Ennio Morricone & Bruno Nicolai
Roma come Chicago aka Banditi a Roma (1968)
Quartet Records QR441
18 brani – Durata: 44’17”

Ennio Morricone e Bruno Nicolai si sono variamente interfacciati nel corso del tempo: studi comuni, amicizia, modalità collaborative varie, dalla vicendevole direzione d’orchestra ai lavori composti a quattro mani (comunque li si voglia intendere: è probabile che si dividessero le sequenze da musicare). Per un decennio Nicolai diresse le partiture del collega, Morricone lo fece un paio di volte (Gentleman Jo… Uccidi, 1967; Zenabel… C’era una volta, 1969). Sino a qui, il verificabile. Rimane poi un’amplissima zona d’ombra, quel trasmigrare di idee e giri armonici dall’uno all’altro, sì che la loro musica suona imparentata in un’identità riflessa e inafferrabile. Non ci riferiamo soltanto a certe più evidenti similitudini; piuttosto, ad un’intera maniera di sentire e di fare la musica. Una somiglianza ideale, precostituita, un gemellaggio affascinante. Gemelli diversi però, ciascuno individuabile nella propria identità di uomo e di artista. Un capitolo unico nella storia dell’ottava arte che suscita ammirazione e stupore.
In qualche caso i due cofirmarono, il regista Alberto De Martino li richiese più volte in coppia: Dalle Ardenne all’inferno (1967), O.k. Connery (id.), Roma come Chicago / Banditi a Roma (1968), Ci risiamo, vero Provvidenza? (1973), L’anticristo (1975). D’altro canto De Martino manifestò una predilezione per entrambi, che lavorarono con lui anche singolarmente. Nicolai sigla Centomila dollari per Ringo (1965), Missione speciale Lady Chaplin e Upperseven l’uomo da uccidere (1966), Django spara per primo (1967), Femmine insaziabili (1969); Morricone Holocaust 2000 (1977) e The Link – Extrasensorial (1982).
C’è poi l’arcano de Il mercenario (1968, Sergio Corbucci). Nei titoli di testa sono accreditati entrambi (1), nelle varie incisioni discografiche compare il solo Morricone, tranne un paio di casi che deporrebbero a favore dell’apporto abbinato (2). Potrebbe costituire un proficuo esercizio di alessandrinismo distinguere gli apporti dell’uno e dell’altro affidandosi alla fallacia della percezione uditiva annaspante nella ricerca di cifre melodiche ritmiche timbriche peculiari. Può sembrare facile. Nell’ipotetico Mercenario i brani “Bamba vivace” e “Paco” suonano Nicolai, il resto Morricone. L’anticristo si bipartisce con equità tra un “Buio” morriconiano ed una “Luce” che è puro Nicolai organista. Ma che cosa dire di “Man for Me” (O.k. Connery), o della “Ardenne’s theme marcia” (Dalle Ardenne all’inferno)? Dove finisce l’uno, dove comincia l’altro? Si ha talora il sentore che i due – pur senza scrivere in coppia - pervenissero a soluzioni condivise dopo ampio vagliare e discutere. Ne scaturiva una sinergia che rendeva quei lavori identificabili e osmotici. Proprio come Roma come Chicago.
Il musicocinefilo deve essere persona paziente: le attese sono lunghe, coprono estesa parte dell’arco vitale, le certezze incerte. Per decenni abbiamo inseguito ricordi di melodie sempre più appannate, sminuzzate e deformate dalla memoria traditrice e mitizzante, confidando in recuperi a lungo termine, riscoperte, miracoli ben più difficili di quelli evangelici. Roma come Chicago era nel libro dei sogni: titoli vagheggiati, sospesi in un’atmosfera surreale e nebulosa e che riproponevano ogni volta il paradosso frustrante di Achille e della tartaruga. Ci ha pensato la spagnola Quartet, dopo oltre mezzo secolo, a rendere disponibile all’ascolto una score che non meritava l’oblio, in doppio formato vinile (500 copie) e compact (1000 copie), supervisionata da Claudio Fuiano e rimasterizzata da Chris Malone, in mono. Qualche prediletto dalla sorte sarà forse entrato in possesso, alla fine dei ’70, del vinile bootleg POO LP 105 (1978) con otto brani da Hornets’ Nest, uno da Allosanfan, uno da H2S, uno da Menage all’italiana e due da Roma come Chicago (“Titoli movente”, “Una storia finita”: titoli non mantenuti nell’attuale edizione). Siamo dunque di fronte ad un quasi inedito, a voler essere pignoli. Nondimeno, l’uscita iberica del 2021 colma una lacuna e ci offre la score nella sua bella interezza. Ed è valsa la pena di rendere tangibile uno dei vertici del binomio Morricone/Nicolai.
Alberto De Martino, esponente vigoroso del nostro cinema di genere, firma un gangster movie dinamicissimo dai risvolti noir. Non ancora poliziottesco (le forze dell’ordine operano in maniera ortodossa), girato all’americana ma con momenti sanguinosi e violenti di schiatta italica che verranno ripresi e potenziati in seguito, si lascia guardare e coinvolge al punto giusto. Tra gli interpreti, John Cassavetes, Gabriele Ferzetti, Anita Sanders, Nikos Kourkoulos, Riccardo Cucciolla, Luigi Pistilli, Orso Maria Guerrini, Pier Paolo Capponi: nomi che sono un compendio di storia di un certo cinema. Banditi a Roma faceva il verso al coevo Banditi a Milano di Lizzani: cronachistico e ‘di denuncia’ il secondo, romanzesco e spettacolare il primo.
La partitura scritta dal prestigioso duo galvanizza le immagini, regala emozioni forti, offre un concerto variato con dopanti pagine d’azione, spazi onirici, interludi romantici, parentesi di gusto beat: un modernariato musicale che riscalda il presente asettico ed annoiato di se stesso. Commento dovizioso, organizzato in quattro nuclei: “Nightmare”, “Police and Hands Up”, “Desperate Karate”, “I Like My Life”; più altri interventi nei quali rientra già il “Main Title” (scelta non convenzionale). Qui non si potrebbe concepire minore economia di mezzi, un assolo di batteria più secca, più sorda, che rotola e si insegue come il cane che si morde la coda, pura astrazione sonora anticipatrice di sviluppi melodici più densi. E’ il biglietto da visita, dopo saranno note e ritmi da ottovolante.
Si parte con “Nigtmare”, vero ‘incubo’ dinamico. Basso cadenzato vero Nicolai con rinforzo della batteria, seguono chitarre acustiche amelodiche (quel timbro così caratteristico dei nostri noir urbani e gialli insanguinati); poi arrivano i fiati in crescita esplosiva, si chiude con spunti jazz in estensione acuta. In “Nightmare II” si aggiungono le sciabolate degli archi, un clavicembalo in ritmo – altro stilema dei due; ma vedi anche Cipriani, Micalizzi -, la batteria con effetto ‘mitragliatrice’. “Nightmare III” parte astratto e prosegue con incursioni terroristiche dei fiati possenti che ti urlano addosso sullo sfondo di percussioni scatenate. Grandiosi, brillanti, a tratti psicotici “Desperate” e “Karate”, forma di endiadi musicale, che immergono in un clima prepoliziottesco: clavicembalo incalzante, superbi assoli di fiati e batteria, pause sospensive con archi e trombe jazzate, strappi degli archi, deflagrazione finale dei fiati sovrapposti e nevrastenici. Momenti carichi di elettricità, aggressivi, rocamboleschi, come anche il martellante “Almost Over”. Prevalentemente sospeso “Police and Hands Up” con basso minaccioso, percussioni, corni, campanelli e chitarra ascendente, tutto un clima tossico e noir pesante come una cappa. “The Club” e “The Club Again” immergono in sonorità finto-disco con chitarre elettriche, Hammond e batteria. “The Club Again” pone le basi per il successivo “Svolta definitiva” da Città violenta. Atipico “Wild West Show”, quasi circense con fiati, sax, batteria, sorta di fiera nel vecchio West.
In mezzo a tanta adrenalina v’è posto per il risvolto lirico? “I Like My Life” ci dà risposta affermativa. Archi limpidi e amorevoli, clavicembalo, flauto basso su due accordi. Ipnotico per innamorati. Ripreso in “… II”, si accentua il fascino dell’indistinto, di un dire che non giunge a dire con qualche eco da “Rosemary” da Gli intoccabili di Giuliano Montaldo (del medesimo anno e sempre con Cassavetes e Ferzetti). “… III” varia con pianoforte e carillon sull’orchestra d’archi, “… IV” recupera col corno e propone una melodia diversa ma sempre all’insegna della suspense interiore. Oasi di pace, di serenità, di sogno che conferiscono ulteriore risalto alla predominante durezza. A chiudere, “Bandits in Rome” e “End Title”, indefiniti, con tromba, sax e flauto su orchestra soft.
Roma come Chicago è double face: musica debitrice alla ‘maniera’ dei due compositori e pertanto disseminata di rimandi alla loro opera trascorsa e futura – si pensi, oltre a quelli ricordati, alla proliferazione dei fiati sovrapposti, con o senza percussioni a mitraglietta, da Svegliati e uccidi (1966) a Copkiller (1982); ma anche pervasa da una fisionomia propria che oltrepassa l’ovvio riutilizzo dei ferri del mestiere. Si avvertono sia pur minime sfumature della costruzione melodico-timbrica (l’incalzare dei corni nei momenti più accesi, la delicatezza di alcuni passaggi ‘sentimentali’) che imprimono una forma specifica. Che resta impressa già durante lo scorrere dei fotogrammi, ne accompagna la memoria, si trasforma in oggetto del desiderio. Ed in fine, nell’ascolto posteriore di decenni, sprigiona la fragranza intatta del ricordo mantenuto con gelosa cura, covato con amorevole attesa, epifania favolosa di una favola antica.
- https://www.youtube.com/watch?v=3uvvrhSN-pQ (ultimo accesso: settembre 2024).
- https://www.soundtrackcollector.com/title/21411/Mercenario%2C+Il (ultimo accesso: settembre 2024).
