Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban in Concerto

Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban in Concerto
Auditorium Parco della Musica. Roma, 29 dicembre 2019
Solo due anni dividono Harry Potter e la Camera dei Segreti (Chris Columbus, 2002) dal successivo episodio Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban (Alfonso Cuarón, 2004), tratti rispettivamente dal secondo e terzo libro della celebre saga fantasy di J.K. Rowling; ma un abisso passa fra di essi in termini di stile e approccio, sia filmici che musicali.
Innanzitutto, seguendo il progressivo incupirsi delle vicende legate al maghetto protagonista, la narrazione cinematografica si fa più tesa, le atmosfere più tetre; poi la musica di John Williams, già perfetta per le fantasmagorie dei capitoli precedenti, si scarnifica e fa coraggiosamente a meno dei temi più noti della saga (per primo il celeberrimo “Edwig’s Theme” con l’incipit alla celesta), regalando invece esercizi di storytelling e action writing che lasciano a bocca aperta. Riservando l’analisi delle tracce alla recensione di prossima uscita del cofanetto La-La Land, comprendente tutte le musiche del maestro newyorkese per l’universo di Harry Potter, possiamo dire che l’esecuzione – in sincrono con le immagini del film – dell’intera partitura del Il Prigioniero di Azkaban, ad opera dell’Orchestra Italiana del Cinema e coro diretti da Timothy Henty, ha saputo ricordarci di tutto ciò che ha reso grande il lavoro di Williams per la saga: non tanto l’imbastimento di una rete di temi tutti riusciti e memorabili, ma piuttosto la multiforme, continua scrittura – che accompagna gran parte di un film di quasi due ore e mezza – in grado di passare dalle atmosfere fatate dei titoli di testa ai più neri passaggi di horror music. E’ il caso, quest’ultimo, di praticamente tutte le scene con protagoniste le temibili creature dei dissennatori o riguardanti il Gramo (presagio di morte che si presenta sotto la forma di un grande cane nero) e il lupo mannaro, in cui il coro è chiamato, congiuntamente all’orchestra al completo, a veri e propri tour de force dinamici, salutati immancabilmente da fragorosi applausi. 
Sul fronte opposto, ossia quello di un’effettistica più sottile, sono emersi con nitore i tremoli in pianissimo dei violini, con la scrittura atonale a sottolineare ancora l’aspetto orrorifico della vicenda, e i brevi e minacciosi incisi degli archi contrappuntati dal clavicembalo elettrico – nella scena in cui Arthur Weasley mette in guardia Harry sulla misteriosa figura di Sirius Black –, dove Williams incute paura con pochissime note a distanza di semitono, come non succedeva dai tempi de Lo squalo.
Nonostante ciò, nello score non mancano momenti di puro melodismo williamsiano: il tema per le malinconiche rimembranze di Harry per sua madre scomparsa, quello per il volo sull’ippogrifo Fierobecco, infine la stregata melodia, gemella dell’“Edwig’s Theme”, che appare cantata diegeticamente dal coro nella prima parte del film, e in cui si recitano le poco rassicuranti parole tratte dal Macbeth di Shakespeare “Something wicked this way comes”. La prima e l’ultima idea palesano – per la prima volta nella saga – la fascinazione di Williams rispettivamente per sonorità rinascimentali e barocche, e sono state ugualmente molto ben eseguite dai musicisti.
Analogamente, tutta la porzione del viaggio nel tempo della seconda parte, scandita da un ticchettio continuo, è stata magistralmente restituita in tutta la sua stravinskijana complessità ritmica e timbrica; anche la forsennata cavalcata per big band relativa alla scena della corsa in autobus, le pagine in forma di scherzo libero per le scene della sfida a palle di neve e quella, ben più drammatica, con il Platano Picchiatore, sono state realizzate benissimo. Adeguata perizia tecnica è stata mostrata anche nella sequenza della lievitazione di zia Marge, dove Williams regala uno spettacolare valzer pieno di citazioni rossiniane, e naturalmente nei ricapitolativi titoli di coda.
Dove la direzione non ha tenuto botta è in una sequenza come quella della partita di Quidditch, dove ottoni e archi si inseguono in una mirabile fuga, arricchita dalla sezione della percussione e dagli immancabili svolazzi dei legni: in questi frangenti si vorrebbero sentire tutte le voci e non solo l’effetto generale, ma il susseguirsi di tema e risposta non è stato francamente percepibile. Resta questo il segno di una tendenza, ancora preponderante in eventi di questo tipo, a riprodurre l’esperienza cinematografica come insieme in cui l’apporto musicale è avvertibile soprattutto nella sua dimensione funzionale, strettamente coloristica, piuttosto che nel suo discorso interno e almeno in parte autonomo. Tenere insieme dialoghi, effetti sonori e una musica di tale complessità formale non è affatto semplice, ma se il cartellone recita “Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban in Concerto”, ciò che si vuole ascoltare è la musica innanzitutto; nasconderla dietro i rumori di una scopa volante ci sembra l’ennesima occasione persa di apprezzare dal vivo l’arte di uno dei geni del nostro tempo.
