Vittime di guerra – musica applicata e musica assoluta: due modi di intendere un’arte “politica”
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Vittime di guerra – musica applicata e musica assoluta: due modi di intendere un’arte “politica”
Le musiche di Ennio Morricone e Michele Dall’Ongaro (presidente-sovrintendente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia) all’evento inaugurale della nuova stagione di concerti della Roma Sinfonietta – Università di Roma “Tor Vergata” - 16 ottobre 2019.
Casualties of War: così recita il titolo originale del film di Brian De Palma, da cui è tratto il primo brano del concerto. Tradotto in italiano con Vittime di Guerra, la stupenda ambiguità di quel “casualities” – “vittime” ma anche “incidenti” – è tutta recuperata nel magnifico inno di Ennio Morricone, che riesce perfettamente, nella polifonia quasi palestriniana e nella sua straordinaria, davvero mozartiana capacità riassuntiva, a dare la raffigurazione musicale di un processo irreversibile, innescato e ribadito da veri e propri traumi – “incidenti” armonici causati dalle linee melodiche della compagine di soli archi –, così come nel film con Michael J. Fox ogni immagine di violenza rappresenta un punto da cui è impossibile tornare indietro.
Gli unici precedenti di questa strutturazione del discorso musicale sembrano essere il Mozart dell’“Ave Verum Corpus”, il Mendelssohn degli oratori e dei quartetti, lo Schubert delle ultime sinfonie; gli unici successori (almeno al cinema) Hans Zimmer per il senso di fatalismo e Danny Elfman per la sequenza sorprendente e insieme necessaria delle mutazioni armoniche.
Il tempo perfetto attaccato dal direttore d’orchestra Gabriele Bonolis ha mantenuto intatta l’insostenibile carica drammatica del brano, che nel disco della colonna sonora (CBS, 1989) si può ascoltare nella traccia “Elegy For Brown”. Dopodiché, come sottolineato dagli stessi Morricone e Dall’Ongaro nella presentazione, si assiste a tutt’altro: il resto della prima parte del concerto è costituito da pezzi morriconiani di “musica assoluta” – con l’eccezione di “Fragmenta of Mission”, rielaborazione di Luca Pincini per violoncello solista dei temi del celeberrimo film –, lontanissimi dalla linearità melodica del brano d’apertura. Per primo, il brano “Come un’onda” per violoncello – eseguito da Luca Pincini –, sfrenata sequela di tremoli (anche su corda vuota), trilli e scale velocissime che si inerpicano senza pietà dal grave all’acuto.
“Ut”, concerto per tromba del 1991, vede il bravissimo trombista Andrea Di Mario seguire le “cattivissime” note del Maestro, almeno nell’infernale incipit fatto di ribattuti, salti e sforzando spericolati, salvo poi spegnersi gradualmente fino al termine ultimo. Gli archi nel frattempo si cristallizzano spesso all’acuto, procedendo per intervalli dissonanti esattamente come nei frangenti più agguerriti di molte sue colonne sonore (The Untouchables – Gli intoccabili e The Hateful Eight sono solo alcuni esempi). E se lo “Studio” per contrabbasso e archi cede ancora qualcosa al virtuosismo strumentale – anche il solista Massimo Ceccarelli è qui costretto a grandi salti, ma anche a una difficile alternanza di staccati e note legate –, spetta alla “Musica” per 11 violini “Se questo è un uomo”, per voce recitante, violino solista, soprano e archi (su testo di Primo Levi), chiudere il cerchio di questa prima parte all’insegna di una musica “politica” e vibrante di dolore universale. Il pezzo risale al periodo delle frequentazioni del Maestro con la scuola di Darmstadt (1958-1959), e si vede: scheletrici tremoli degli archi e trilli contrappuntano le scariche rabbiose del violino solista e le parole della voce recitante (rispettivamente Marco Serino e Pino Insegno), mentre le linee del soprano (Michela Guarrera), lontane dall’ariosità di molte partiture cinematografiche successive, sembrano raffigurare lo spettro di un’umanità perduta per sempre. Dopo un crescendo carico di tensione, l’orchestra si dilegua in un flebile e dissonante accordo.
Le musiche di Michele Dall’Ongaro della seconda parte, una “canzone siciliana” per violoncello e archi (e non tre, com’era previsto nel programma) e l’intermezzo in un atto “Bach Haus”, sono, per ammissione del compositore, perlopiù dei divertissement. L’operina, che immagina una storiella in casa Bach per spiegare l’assenza di musica operistica nell’opus del compositore di Eisenach, è un continuo gioco di citazioni e rimandi dove fuoriescono melodie non solo di Bach, ma anche di Puccini e Bernstein; un perfetto esempio di opera post-moderna, che usa la Storia come pretesto per un gioco personalissimo e irresponsabile. Si può dire che non ci sia nulla di male, ma certamente lo “scherzo” di Dall’Ongaro (autore che per il resto si definisce più vicino ai linguaggi dell’avanguardia) rappresenta l’esatto opposto della musica “militante” di Ennio Morricone – “assoluta” o applicata che sia –, sempre “contemporanea” proprio perché animata da un insopprimibile senso di responsabilità storica e morale.
