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19 Ott2015

“Carmen – Suite” di Rodion Shchedrin al Teatro di San Carlo

Scritto da Paolo Eustachi. Pubblicato in Reportage

san_carlo_carmen_suite.jpg“Carmen – Suite” di Rodion Shchedrin al Teatro di San Carlo
Reportage e riflessioni sull’attività filmica del compositore russo


Scrive il grande compositore Dimitri Schostakowitsch il 24 gennaio 1975: “Mi ricorderò sempre con enorme entusiasmo della prova straordinaria di Maya Mikhailovna Plisetskaya nel ruolo di Carmen nel balletto Carmen-Suite creato dal suo compagno di vita Rodion Shchedrin su commissione del coreografo cubano Alberto Alonso”.
Maya Plitsetskaya, indimenticabile icona della danza russa, spentasi lo scorso 2 maggio a Monaco di Baviera è la grande protagonista della prima rappresentazione mondiale al Teatro Bolschoi, il 20 Aprile del 1967.
Lo spettacolo riscuote un notevole successo di pubblico ma suscita allo stesso tempo violente reazioni critiche negli ambienti politici al punto che il Ministero della Cultura dispone l’immediata sostituzione della sua seconda rappresentazione con un’esecuzione dello Schiaccianoci di Tschaikovskij.
Alla “Carmen-Suite”, viene rimproverata una deformazione musicale dell’opera di Bizet e una rappresentazione fortemente erotica del personaggio: “….hanno voluto trasformare un’eroina del popolo spagnolo in una donna di facili costumi…” tuona il Ministro della Cultura dell’Udssr Jekaterina Furzewa. Il totale silenzio della stampa sull’avvenimento, come se la rappresentazione mai fosse avvenuta, assume un significato molto preciso nel linguaggio simbolico del comunismo sovietico: condanna senza appello.
Afferma Rodion Shchedrin: “…sbaglia chi sostiene che nella mia vita tutto sia stato facile e che non abbia mai dovuto confrontarmi con ostacoli e difficoltà o non abbia dovuto patire pesanti sconfitte. Ogni mia composizione è andata al vaglio di commissioni di ogni tipo, ha dovuto patire divieti, ostacoli, impedimenti ideologici e conflitti spesso così lunghi da condurmi all’esaurimento e all’insonnia. Come il personaggio Carmen lotta per una scelta di libertà, allo stesso modo mi sono sempre battuto per il diritto alla libertà di espressione artistica…” (1).
Nel 2005, due anni prima della sua scomparsa, Alberto Alonso ha rielaborato al Bolshoi la sua originale coreografia per adattarla al virtuosismo dei movimenti della più giovane étoile ucraina Svetlana Zahkarova, edizione ripresa da Sonia Calero e rappresentata al Teatro San Carlo a Napoli il 13 e 14 u.s. nell’ambito della rassegna Autunno Danza 2015.
A Napoli accompagnavano con coinvolgente impegno e maestria l’esibizione della Zahkarova Denis Rodkin (Don José) e Mikhail Lobukhin (Escamillo). Un pubblico traboccante ed entusiasta ha tributato un clamoroso trionfo ai grandi protagonisti di un concetto figurativo più vicino al Tanzthaeter che non al balletto classico.
Con la straordinaria sensualità espressiva e presenza scenica del suo avvolgente e virtuosistico gesto, Svetlana Zahkarova si immerge nel dramma della sigaraia andalusa che si consuma negli allucinati contorni di un set sobrio quanto efficace, in cui emergono i contorni di una ‘plaza de toros’ e la presenza spettrale della figura del destino in una dialettica ambigua e coinvolgente di suoi giochi contrapposti di opportunistica seduzione nei confronti del brigadiere Don José e nella scelta passionale-irrazionale a favore dell’uomo forte e vincente, il torero Escamillo. Il dirompente dramma di gelosia che ne segue culmina nel tragico epilogo che peraltro, nell’illuminata visione di Alonso, si apre ad una estrema catarsi di  ravvedimento e accettazione del destino.
La partitura di Rodion Shchedrin si intesse in modo superlativo in ogni dettaglio del movimento scenico tratteggiato dalla magnifica coreografia firmata da Alberto Alonso.
Il compositore russo utilizza alcuni dei principali temi che percorrono la celebre opera di George Bizet in un geniale arrangiamento in forma di ‘Suite’ in tredici movimenti, concepita in forma di concerto per orchestra d’archi e percussioni in imponente dispiego in quattro gruppi comprendenti fra l’altro cinque timpani, marimba, vibrafono, castagnette, bongos, campane, tamburi, claves, wood-block, tamburino, frusta, maracas, tam tam, piatti e grancassa. Il raffinatissimo impiego delle percussioni utilizzate in incisivo contrappunto dialettico con gli archi conferisce alla partitura una veste estetica, espressiva e timbrica quanto mai moderna e originale e proietta la rappresentazione del dramma in dimensioni atemporali.
Particolarmente suggestiva e coinvolgente è l’introduzione con le lunghe linee armoniche tratteggiate dagli archi e il gruppo di campane che espone il tema dell’‘Habanera’, che evoca in toni sommessi, quasi contemplativi, l’incombente figura del destino avvolto nell’inconscio, dove la stessa rappresentazione musicale nel finale farà ritorno in un’affascinante e – squisitamente russa – proiezione metafisica di una costruzione a simmetria radiale in cui il dramma conclude il suo ciclo in un atmosfera di profonda carica emotiva.
Superbamente assecondato dall’Orchestra del Teatro di San Carlo, il Maestro Alexei Baklan crea un imponente affresco avvolto in un ammirevole equilibrio dei volumi sonori che esalta le qualità della magnifica rappresentazione scenica. Con la sua intensa e attenta guida coglie l’interiore tensione emotiva della scrittura e allo stesso tempo ne delinea in modo superlativo la sua impressionante ricchezza timbrica e ritmica.
Nato a Mosca nel 1932 Shchedrin inizia la sua attività musicale nel coro della scuola per poi affrontare gli studi di composizione al conservatorio con il Prof. Schapain. Il suo stile si allaccia a quello dei grandi compositori del ‘900 e in particolare Prokov’ev e Shostakovich ma nello stesso tempo si apre a nuove forme espressive della musica contemporanea raggiungendo un ammirevole equilibrio fra avanguardia e tradizione.
Grazie alla sua grande diplomazia riesce sempre a destreggiarsi bene con le autorità politiche: nominato segretario dell’Unione dei Compositori si batte con successo per far eseguire la “Prima Sinfonia” di Alfred Schnittke, considerato insieme a Sofja Gubaidulina, Elena Firsova e Edison Desisov compositore non gradito in quanto esponente di quella che veniva percepita dal regime come una sovversiva tendenza formalista-avanguardista che si richiama a tendenze e stili propri dell’intellettualismo borghese occidentale, in particolare alla tecnica seriale.
Shchedrin ha sicuramente cercato di seguire una strada più accomodante e meno radicale, con un suo linguaggio peraltro assai originale, caratterizzato da brillante virtuosismo strumentale e contrappuntistico che prende forma in un singolare gioco di ritmi e colori alternati a episodi drammatici ed estese linee melodiche.
Egli riesce a coniugare in modo ammirevole con fantasia e spontaneità varie tendenze stilistiche e tecniche di composizione. Pur facendo ricorso a figure dissonanti e moderato serialismo, nel suo linguaggio trovano posto  polifonia, elementi del folklore russo o del jazz.
foto_buch1.bmpRodion Shchedrin ama definirsi un artista di ‘post-avanguardia’, rifiutando in questo modo una precisa collocazione in un determinato indirizzo stilistico o un confinamento nelle limitazioni estetiche del modernismo avanguardista della Scuola di Darmstadt di cui egli rifiuta la posizione dittatoriale e  univoca nel concetto di musica contemporanea. Alla tradizione non deve essere attribuito il significato di una proposta di un prodotto superato quanto quello della fiamma che mantiene e rinnova il suo spirito.
Afferma il compositore: “…le ferree regole compositive e ritmiche e la limitazione dei mezzi creativi proprie della scuola di avanguardia hanno portato la musica a una scontata prevedibilità e uniformità che sta progressivamente stancando l’ascoltatore e vanificando l’interesse della gente per la musica contemporanea al contrario di altre forme artistiche come pittura, architettura, cinema e teatro” (2).
Musicista molto prolifico, Shchedrin vanta una rilevante produzione compositiva. Fra i suoi lavori più apprezzati ricordiamo il bellissimo “Sottovoce” per violoncello e orchestra dedicato a Mstislav Rostropovich, il “Concerto” per tromba e orchestra, sei concerti per pianoforte e orchestra, il “Concerto Cantabile” per violino e orchestra d’archi. Notevole anche il suo lavoro in campo operistico che include Le Anime Morte da Nikolai Gogol, The Enchanted Wanderer e The Left-Hander, entrambe su testi di Nikolai Leskow. Fra balletti ideati per la sua compagna Maja Plisetskaja figurano, oltre alla “Carmen-Suite”, Il Gabbiano (ispirato al dramma di Chekov) e Anna Karenina (ispirato al dramma di Tolstoj).
Pur non essendo nata per il grande schermo la “Carmen-Suite” di Rodion Shchedrin è stata scelta dal regista Yuri Kara (1951) quale colonna sonora del suo film Vory v zakone (I baroni del crimine, Gorky Film Studios, 1988), ispirato al racconto Carmen di Chegem  di Fazil Iskander (1929).
Il destino della protagonista Rita (Anna Samochina), ragazza avvenente ed esuberante, coinvolta e travolta dal violento universo di una faida fra clan rivali che si affrontano per il controllo di attività economiche sulla costa del Mar Nero, rievoca quello della sigaraia andalusa.
Seguendo in un certo modo lo sviluppo della musica anche il dramma di Rita si muove in una costruzione a simmetria radiale con inizio ed epilogo nelle atmosfere e negli spazi idillici e poetici dei monti del Caucaso dove ella è cresciuta. La musica, pur non espressamente scritta per il film, trova un adeguato rapporto nell’equilibrio complessivo della sceneggiatura, con un montaggio che peraltro non sempre arriva ad evitare sovrapposizioni con rumori e dialoghi che in parte tendono a congestionarne il respiro.
L’attività filmica di Shchedrin rimane abbastanza limitata a pochi titoli e comunque nell’insieme lontana dai risultati di compositori come Alfred Schnittke, molto prolifico nell’ottava arte con ben sessanta partiture ma, anche di autori come Dmitrij Shostakovich, Sofija Gubaidulina, Andreij Petrov e Boris Tschaikowskij.
Nel 1961 egli compone la colonna sonora per il film A esli eto llubo (E se fosse amore?... Mosfilm) di Julij Rajzman (1903 – 1994), dirompente dramma giovanile basato un reale fatto di cronaca, importante lavoro di riferimento nella storia del cinema sovietico del periodo del disgelo per il modo schietto, immediato e coraggioso con cui viene affrontato il tema di un conflitto generazionale che conduce all’oppressione dell’individuo da parte di una società  avvolta da ipocrisia e cinismo. Boris e Ksenja sono due adolescenti compagni di classe che provano una spontanea reciproca simpatia che potrebbe trasformarsi in una relazione più profonda. Sotto il peso della ottusa severità della Signora Pavlovna, professoressa di tedesco, il sentimento viene brutalmente represso sia all’interno della scuola come nell’invidia e ostilità degli ambienti  circostanti più vicini come il moderno quartiere dove vivono le famiglie.
Il film di Rajzman è rivolto ad evidenziare più l’inevitabilità del dramma delle avverse circostanze che conducono alla brutale repressione dello spontaneo rapporto sentimentale di Knenja e Boris piuttosto che alla idealizzazione romantica dei due protagonisti, superbamente interpretati da Zhanna Prokhorenko e Igor Pushkariov. Splendidamente delineati appaiono anche gli altri personaggi come la professoressa Pavlovna (Anastasiya Georgievskaja) e la mamma di Ksenja (Nadeshda Fedosova).
La musica evidenzia un malinconico languore e non riesce a intessersi con la forza narrativa delle immagini e a riflettere il presagio delle incombenti avversità nei momenti intimi dei due giovani, come nella  magnifica sequenza della fuga nel bosco e nel rifugio in una chiesa abbandonata.
Vysota (Le altezze, Mosfilm) realizzato da Alexander Zarkhi (1908 – 1997) nel  1957 è un classico film di regime che esalta l’impegno fisico, ideologico e morale di un gruppo di lavoratori assegnati alla rischiosa installazione di un altoforno di un’acciaieria. Malgrado i forti richiami all’estetica real-socialista che lo percorrono (primi piani statuari e inquadrature monumentali ed enfatiche), nel suo evidenziare il dramma e i sentimenti individuali nella storia affettiva dei due protagonisti Masha (Inna Makarova) e Nikolai (Nikolai Rybnikov), il lavoro si proietta verso la nuova poetica che caratterizzerà il cinema sovietico degli anni sessanta.
La musica di Shchedrin con le sue fredde, enfatiche, scarsamente atmosferiche spigolature, grazie anche a un adeguato montaggio si rivela nell’insieme abbastanza funzionale e trova il suo momento più intimo e atmosferico nella canzone “Non siamo fuochisti né foto_buch2.bmpcarpentieri, ma non ce ne lamentiamo…” intonata in treno da Nikolai con la sua chitarra.
A nostro avviso il miglior esito per il grande schermo il musicista russo lo ottiene con la scrittura per la versione cinematografica del dramma di Tolstoj Anna Karenina (Mosfilm, 1967) con la regia di Alexander Zarkhi e che negli anni successivi svilupperà nella versione per l’omonimo balletto.
Afferma il compositore: “….la mia musica è rivolta alla rappresentazione dell’universo intimo del personaggio dilaniato da conflitti interiori, da angosce, menzogne, tragici presentimenti, rimorsi fino al tragico epilogo della morte sulle rotaie” (1).
La musica ha un carattere austero in un architettura sinfonica che si muove spesso su linee atonali pur presentando momenti di respiro contemplativo e melodico.
Nell’avvincente scena del ballo Anna si lancia insieme a Vronski in una vertiginosa sequenza danzante dove la musica a ritmo di valzer evoca un’atmosfera misteriosa ed enigmatica che dipinge perfettamente il disorientamento della cugina Kitti - magistralmente rappresentata dalla grande Anastasja Vertinskaja (1944) - innamorata a sua volta del conte.
Il film, nella raffinata realizzazione di Zarkhi, viene ambientato in un passato indefinito e presenta dei giochi di forme e colori fortemente suggestivi come nella scena del ballo o nella competizione all’ippodromo dove anche la musica di Shchedrin si associa con maestria al crescente senso di inevitabilità del dramma.
La figura di Karenins non viene rappresentata come il marito malvagio della protagonista  ma come un uomo che vive totalmente immerso nei riti e nelle convenzioni della società: il suo ruolo avrebbe dovuto essere interpretato da Innocenti Smoktunovskj (1925 – 1994) ma una sua improvvisa malattia ne rende necessaria la sostituzione con Nikolai Grizenko.
Tatjana Samailova, indimenticata interprete di Veronica in Quando volano le cicogne (Mosfilm, 1957) di Mikhail Kalatozov, si cala con grande bravura nel ruolo di protagonista del celebre romanzo di Tolstoj, già affrontato in passato anche dalla grande Greta Garbo, e si conferma artista di enorme talento offrendone una rappresentazione intensa e asciutta senza mai soccombere a pericolosi cedimenti  melodrammatici.

1. Note di accompagnamento a cura del compositore per il CD BMG Classic 74321 36098 – 2 Carmen-Suite e Anna Karenina  Orchestra del Teatro Bolshoi diretta da Gennadij  Roshdestsvenski
2. Russische Seele, Adalbert Reif im Gespraech mit Rodion Schtschedrin  in Fono Forum, Dicembre 2007

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Daniela Bocconi

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