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13 Gen2014

Minimalismo o musica?

Scritto da Angela Bruni . Pubblicato in Reportage

foto_michael_nyman_numbers.jpgMinimalismo o musica?

Un velivolo sul palco, un fondale bianco.
Parco della Musica di Roma Sala Petrassi, evento di Contemporanea, la rassegna dedicata alla musica del novecento.
Sul film muto di Fernand Léger Ballet Meccanique (1924), la colonna sonora di Michael Nyman, diretta da Tonino Battista ed eseguita dal PMCE Parco della Musica Contemporanea Ensemble. Lo stesso film verrà proiettato alla fine della serata con le musiche originali dell'epoca di George Antheil; fra le proiezioni, due brani di Steve Reich e uno di Nyman. Un incontro tra musica e cinema, un'occasione che accosta l'arte cinematografica del passato alla musica contemporanea, un insolito esperimento affidato a un importante autore del minimalismo musicale. Che però delude.

La proiezione inizia con la colonna sonora di Nyman, passano dei minuti e una voce nella mia testa dice: non coincide, la musica con l'immagine non coincide. Guardo il film arrotolando inquieta il biglietto infilato in tasca, ci sarà un motivo. Primo cambio di scena: una donna ben in carne, mezza età, porta a fatica un cesto di frutta. Chi si aspetta una caratterizzazione del personaggio verrà deluso: la musica è la stessa di prima, prosegue l'atmosfera della scena precedente la cui sonorità è caratterizzata da frammenti melodici brevi e ribattuti, con cambi ritmici incalzanti.
Si va avanti, forse all'improvviso la signora verrà aggredita da un malintenzionato. Niente affatto, la donna porta la frutta, non accade altro. L'immagine è ripetuta e mandata all'indietro, questo la rende moderna per l'epoca, questo è il vero contenuto della scena: l'esperimento di ripetizione su pellicola potenzialmente sfruttabile in musica perché coerente con lo stile del minimalismo.

Il film di stampo cubo-futurista, è un'alternanza di scene slegate tra loro, una trama non c'è e non se ne ha bisogno: le scene si susseguono con l'andamento di una vera “danza meccanica” di oggetti e personaggi in cui l'attenzione è risvegliata dalla differenza tra le scene: alcune con personaggi, altre incentrate sui soggetti tipici del futurismo. Aeroplani, oggetti squadrati, motori, meccanismi capovolti, inquadrature bizzarre, provocatorie, stile futurista al cento per cento.

L'ensemble strumentale: archi, legni, percussioni, tastiere; una gamma di timbri/colori da utilizzare per le tutte le soluzioni utili a musicare un film di rilevanza storica. Con una tale varietà di strumenti si possono fare passaggi solistici, caratterizzazioni del personaggio, effetti comici o drammatici, atmosfere contrasti. Invece, niente. Suonano tutti all'unisono, suonano tutti la stessa cosa. Prendiamo il flauto: è chiaro che si sta sforzando (forse Nyman trascura il fatto che gli strumenti a fiato hanno bisogno di respirare) ma quello che si percepisce è praticamente un musicista in playback, per l'ascoltatore cercare di isolare il suo timbro è inutile: è sovrastato da tutti gli altri. Allora, perché farlo suonare?

La scena è di nuovo cambiata, ma la musica è la stessa: una fascia sonora piatta senza una melodia riconoscibile, costituita nella sua sostanza da ripetizione. È minimalismo: infinito ritornello di frantumi melodici disposti in un puzzle ritmico non ricomponibile.  La dinamica è forte statica, non c'è crescendo, non un diminuendo, non un punto culminante, nessuna coerenza drammaturgica, tanto meno adesione con l'immagine, non uno sviluppo: elettrocardiogramma piatto. Occasione mancata.

Il film è terminato ed io non applaudo. Con buoni propositi sono uscita di casa, ho pagato il parcheggio, il biglietto, la pioggia mi ha inzuppato i bordi dei calzoni, nonostante il traffico sono arrivata in tempo, ci sono, felice, finalmente qui. Ma in questo teatro, si abbassano le luci e quando più aspetto una risposta alla mia domanda, spunta fuori un compositore che fa: « ci hai creduto faccia di velluto ».
Ascolto altri tre brani sullo stesso stile, in ultimo la proiezione del film con le musiche originali dell'epoca di George Antheil e l'attivazione dell'elica del velivolo, la musica è paradossalmente molto più varia, rumorosa e sperimentale della contemporanea di Nyman.

E dire che l'idea del minimalismo in musica fu interessante, sulla carta. Fu interessante nelle arti visive, interessante nella filosofia di pensiero. L'idea della riduzione all'essenziale, del tutto riassunto in estrema sintesi, dell'orchestra concentrata in un unico suono, del silenzio come musica, ed in questo tocchiamo la punta (o il fondo) con “4,33” di John Cage datato 1952. Concettualmente tutto può funzionare, ma io credo che la musica sia innanzitutto ascolto, non concetto o astrazione. Arriva dritta ai nostri sensi dando immediatamente una reazione, come quando si toglie la mano dal fuoco, impulsivamente.

In questo concerto/proiezione, c'è assenza di musica, mortificazione dello strumento e del suo timbro, annientamento delle tecniche compositive, strumentali, contrappuntistiche che hanno caratterizzato i capolavori della musica. Il film ha subìto un vero insulto, non è stato “servito” dalla musica, bensì ignorato, peggiorato e allo stesso tempo usato come movente per promuovere quello che doveva essere un incontro tra arti visive e suono. Incontro che può essere anche sovrapposizione di due elementi estranei, ma che preveda un'aggiunta di valore per entrambi, non una perdita. Si poteva trovare un accordo tra futurismo e minimalismo: quale occasione migliore per la reiterazione di elementi, per la modernità, per la strambezza!  È un peccato constatare come Nyman abbia completamente ignorato il film.

Qual è il meccanismo che manda avanti questo tapis roulant della partitura?  Quando si è perso il freno prezioso del buon gusto? Gli esponenti del minimalismo si auto-dichiarano fautori della nuova musica classica ma io mi domando: cosa dà l'ascolto di questa musica? Perché piace?
Senza arrivare a dire che il minimalismo è culturalmente nocivo, io credo che non dia un grande apporto alla nostra cultura poiché in esso si annida il concetto di ripetizione, di pigrizia, di staticità, non di invenzione, cambiamento, sviluppo, apertura. Anche volendosi attaccare alle teorie zen, alle profezie degli indiani Hopi (Philip Glass docet), la sostanza del minimalismo rimane scarsa.

Uscendo dalla Sala Petrassi, ho l'impressione d’esser stata truffata, arrivo a dubitare che il compositore sia retto da concetti profondamente intellettuali e abbia soltanto fatto un copia-e-incolla con qualche cambiamento di tempo e di note (qua ci metto un do, qua un mi, qua un fa diesis) relegando sullo sfondo un documento cinematografico d'epoca, e per questa banale operazione abbia ricevuto troppi soldi. Ingiustamente.

Io credo che Il minimalismo sia vecchio, ormai va avanti per riciclo. Essendo già nella sua essenza ripetizione, cosa altro può ripetere se non se stesso? Oramai il trucchetto è svelato anche se molti continuano a cascarci.

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Daniela Bocconi

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