Reportage dal 57esimo BFI London Film Festival

Reportage dal 57esimo BFI London Film Festival
Come ogni ottobre, ecco arrivare il The Times BFI London Film Festival, festival cinematografico non competitivo nato nel 1956, divenuto negli anni uno dei più prestigiosi a livello europeo. Il festival si svolge ogni anno con il patrocinio del British Film Institute, attualmente sponsorizzato dal The Times, e presenta oltre 300 film provenienti da oltre 60 paesi, con un ampio programma di eventi e conferenze. Il Festival nasce nel 1956 da un'idea di alcuni critici cinematografici, che notarono la mancanza di un festival del cinema in una città come Londra, pensando di creare un evento al pari di festival cinematografici come Cannes e Venezia. Lo scopo principale era quello di creare un nuovo festival che desse la possibilità al pubblico di visionare pellicole internazionali, che altrimenti non avrebbero potuto vedere nel circuito cinematografico britannico. Il primo London Film Festival è stato ideato da allora direttore James Quinn, e si è svolto dal 16 al 26 ottobre, con una selezione di soli 15-20 film proiettati, che spaziavano tra le opere di celebri registi, tra cui Akira Kurosawa, Luchino Visconti e Andrzej Wajda. Sebbene il festival nasce principalmente come una festa di cinema, nel corso degli anni assume sempre più importanza, tanto da attirare sempre più giornalisti e professionisti del cinema o semplici appassionati di cinema internazionale. Il festival ha permesso a promettenti cineasti di mostrare le loro opere, ammettendo ogni genere e formato e dando indifferentemente spazio a lungometraggi, cortometraggi e documentari. Il festival si apre e si chiude all'insegna di serate di gala in diverse sedi nel centro di Londra, in cui registi, attori, produttori possono tenere discorsi ed interagire con il pubblico, rispondendo alle domande dello spettatore.
Ha aperto il festival Tom Hanks con Captain Phillips – Attacco in mare aperto di Paul Greengrass. Al centro della pellicola un drammatico fatto di cronaca dell'aprile 2009 che vide protagonista il comandante della nave portacontainer MVA Maersk Alabama, per tre giorni ostaggio dei pirati somali. Dimenticate Johnny Depp, i duelli romantici al chiaro di luna, i velieri che solcano caldi oceani caraibici, i dobloni d’oro del tesoro da fare invidia perfino a Zio Paperone: Captain Phillips – Attacco in mare aperto è una storia di tensione, violenza, fame e disperazione che l’ex documentarista e regista dei migliori film di Jason Bourne, nonché di United 93, Paul Greengrass porta sullo schermo con tutta la sua forza e spettacolarità. Ispirato alla storia vera del Capitano della nave mercantile Maersk Alabama presa d’assalto in acque internazionali al largo della Somalia, il film trova un Tom Hanks in ottima forma che interpreta un uomo pronto a tutto per salvare la sua nave e il suo equipaggio. Un’interpretazione che quasi sicuramente verrà premiata con una candidatura all’Oscar in cui l’attore americano dimostra, con pacatezza e intelligenza, come si può arrivare a fronteggiare pirati pronti a tutto, pur di prendere prigioniera una grande imbarcazione e chiederne il riscatto. Gli attori africani scelti da Greengrass, magri, scavati, eterei al punto da sembrare quasi fantasmi affamati e imprevedibili si presentano sul ponte della nave animati dalla loro rabbia e dalla consapevolezza di non avere nessun’altra scelta se non quella di diventare criminali. In un crescendo emozionante di grande tensione narrativa, Greengrass mette in scena un duello tra Tom Hanks e i suoi aggressori armati e pronti a tutto, perché – in fondo – non hanno nulla da perdere. E man mano che il tempo passa, la piccola storia di una nave da carico assaltata da predoni su zattere a motore, prende sempre più le connotazioni di un incidente internazionale con l’intervento ‘chirurgico’, ma non meno spaventoso della Marina americana e delle sue forze speciali impegnate a non lasciarsi sfuggire la situazione di mano e a non farla diventare qualcosa di imbarazzante e pericoloso per il governo di Washington. Scritto da Billy Ray sceneggiatore de L’inventore di favole, Flightplan e Hunger Games, nonché basato sul libro di memorie scritto dallo stesso Capitano Richard Phillips, il film fonda la sua forza narrativa sull’elemento umano che contraddistingue l’incontro–scontro tra il Capitano del mercantile e gli uomini che ha di fronte: disperati, drogati e ingenuamente desiderosi di ottenere un futuro migliore attraverso una violenza che, ovviamente, non potrà non avere delle conseguenze. Un film importante, perché mutuando il realismo del cinema documentario mostra allo spettatore cosa accade in quella parte del mondo tramite una storia mozzafiato, carica di tensione e sorprese.Anche Under the Skin (Sotto la pelle) del britannico Jonathan Glazer è opera a suo modo originale. La storia è tratta dal libro d’esordio dell’olandese Michael Faber (1960) pubblicato in Italia dall’editrice Einaudi nel 2000 e racconta di un alieno (uomo o donna non è ben specificato) che assieme ad altri entra nel corpo di una giovane, forse una prostituta, e, sfruttando quelle sembianze, attira vari giovanotti che poi annega in un liquido oleoso. In questo modo questi esseri umani sono triturati e trasformati in una poltiglia sanguinolenta che dovrebbe essere utile agli alieni arrivati sul nostro pianeta. Come nelle migliori tradizioni e nei prodotti più convenzionali, l’incontro con il sesso e una parvenza d’amore causeranno la rovina dell’essere proveniente dallo spazio che finirà bruciato come una moderna strega. La trama è individuabile con una certa fatica sotto immagini di taglio quasi informale, non tutto è chiaro o facilmente comprensibile. Anzi i punti oscuri, gli snodi non risolti, i passaggi non lineari segnano il film dalle prime alle ultime sequenze. Anche in questo caso si ha l’impressione di un’operazione puramente stilistica basata su una materia che non ha molta importanza per il regista e, di conseguenza, non appassiona lo spettatore. Immagini suggestive – questo cineasta ha un passato di realizzatore di videoclip musicali – ma anche la sensazione di un’operazione del tutto gratuita.
Gravity (Gravità) diretto dal messicano Alfonso Cuarón. 90 minuti di tale intensità che alla fine, solo alla fine, sentirete il bisogno di riprendere fiato, recuperando la mai così desiderata gravità. Un film che espande non solo i confini fisici del racconto, ma anche quelli visivi e narrativi. La Dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock), alla sua prima missione spaziale sullo Shuttle, ed il comandante Matt Kowalsky (George Clooney), sono in missione fuori dalla navicella per effettuare alcune riparazioni, quando una tempesta di detriti si abbatte su di loro, distruggendo la stazione e lasciandoli alla deriva nello spazio, alla disperata ricerca di trovare una possibilità di sopravvivenza. Questa in estrema sintesi la trama, di una vicenda dove ovviamente il fattore umano, le emozioni, la paura, la freddezza, i ricordi si sovrappongono anche visivamente con l'immensità e l'indifferenza del cosmo. L'avventura nello spazio diventa alla fine anche avventura interiore, dove lo spazio e la gravità diventano solo uno sfondo. Gravity è uno dei film più importanti dell'anno, perché grazie ad un regista innovativo come Alfonso Cuaròn, oltrepassa quelle che venivano considerate le frontiere tecnologiche del 3D, alla Avatar per intenderci, per spostarle in una dimensione intimista e allo stesso tempo drammaticamente spettacolare. Una pellicola animata dallo spirito pioneristico del cinema destinata al grande pubblico che resterà inchiodato alla poltrona fino all’ultimo respiro, per una storia – è proprio il caso di dirlo –dove l’ossigeno è tutto.
Philomena. Rimasta incinta da adolescente in Irlanda nel 1952, venne chiusa nel convento di Roscrea, dove si presero cura di lei in quanto “donna caduta nel peccato”. Quando suo figlio era ancora piccolo le suore lo portarono via per darlo in adozione in America. Philomena dedicò i cinquant’anni seguenti alla ricerca del bambino, ma senza alcun successo. Poi conobbe Martin Sixsmith, un giornalista politico stanco del mondo che restò affascinato dalla sua storia. Insieme, i due partirono per l’America per affrontare un viaggio che non solo avrebbe gettato luce sulla storia straordinaria del figlio di Philomena, ma avrebbe anche creato un legame di un’intensità inaspettata tra Philomena e Martin. Il film è una narrazione avvincente sull’amore umano e sulla perdita che in definitiva celebra la vita.Only Lovers Left Alive. Adam, un musicista underground, è gravemente depresso per via della piega che la sua vita umana sta prendendo, nonostante i suoi sforzi. Torna allora a far coppia con la sua enigmatica amante, Eve, con la quale ha diviso diversi secoli di amore. Ma il loro idillio è interrotto dall'arrivo della selvaggia e imprevedibile sorella minore di Eve, Ava. In un mondo futuro neppure i vampiri avranno vita facile, il sangue degli uomini è talmente contaminato che non va bene neppure a loro. Inoltre gli umani si sono ormai trasformati, nella grande maggioranza, in zombi. I vampiri sopravvissuti sono diventati una sorta di memoria dell’intera storia: possono testimoniare della vita di grandi scrittori del passato o sono essi stessi personaggi mitici, come Christopher Marlowe, (1564 – 1593) che parla di William Shakespeare (1564 – 1616) come di uno zombi illetterato. Only Lovers Left Alive (Solo gli amanti saranno lasciati vivere) di Jim Jarmusch, immerso in atmosfere notturne e ambientato a Detroit (il cui centro assomiglia davvero a una città morta) e a Tangeri, affascina. Il regista ha detto di essersi ispirato al libro The Diaries of Adam and Eve (Il diario di Adamo ed Eva, 1893 / 1905), di Mark Twain (1835 – 1910) e che la sua intenzione era di realizzare una storia d’amore i cui protagonisti erano schiacciati dai veleni che inquinano il mondo moderno.
The Zero Theorem (Il teorema zero) di Terry Gilliam. La sintesi della trama parla di un eccentrico genio del computer, afflitto da angoscia esistenziale, che lavora a un progetto che dovrebbe dare una risposta definitiva sui fini dell’esistenza umana. Sintesi esatta, ma che deve essere integrata con la citazione di una scenografia allucinata – buona parte del film simula l’interno di una chiesa adattata a casa/laboratorio con le telecamere di sorveglianza poste sopra la testa del crocefisso – tesa a ricreare un mondo in cui i computer e le loro tecniche sono arrivati a sostituire qualsiasi pulsione umana, anche sessuale. In questo universo totalmente disumanizzato, controllato da un manager simile a Dio, si muove un piccolo programmatore che non ha smesso di porsi domande sulle vere ragioni dell’esistenza. Il sistema userà ogni mezzo – dalla violenza alla lusinga erotica – pur di ricondurlo sotto il controllo generale, ma fallirà quando il nostro scoprirà la dolcezza e la forza dell’amore verso una donna. La metafora è decisamente elementare e le riflessioni sulla computerizzazione della vita non mancano di scivolate nella banalità, ma ciò che conta e affascina è il contorno, allucinato e fantastico, in cui la vicenda è immersa. In definitiva un film visionario e ricco di suggestioni che accenna a molte domande, ma offre pochissime risposte.
Locke dell’inglese Steven Knight, un film davvero originale, costruito quasi per intero su sequenze girate all’interno di un’automobile che percorre un’autostrada e, come sfondo sonoro, sulle telefonate che il guidatore scambia con colleghi di lavoro e famigliari. Ivan Locke è un capocantiere impegnato nella gettata delle fondamenta di un altissimo grattacielo destinato a diventare una delle meraviglie architettoniche d’Europa. Alla vigilia delle operazioni che porteranno un mare di calcestruzzo a formare la base dell’edificio, riceve la notizia che una sua ex-amante, con la quale ha avuto una sola notte d’amore, sta per dare alla luce suo figlio. Abbandona ogni cosa per assistere al parto anche se questa decisione gli costerà lavoro e famiglia. Nel farlo rivendica il diritto di sovraintendere, via telefono, al complesso lavoro di gettata, che affida a un suo vice le cui azioni guida via telefono. E’ un film molto originale, il cui interprete principale, Tom Hardy, regge sulle proprie spalle buona parte dell’esito dell’opera. In meno di un’ora e mezzo di forte tensione assistiamo a una svolta nella vita di questo personaggio, scopriamo i motivi per cui tutto questo accade e partecipiamo, emozionati, alla fine di un’esistenza e allo sbocciare di un’altra. Lo si potrebbe definire un film da camera o una forma di teatro – monologo filmato, ma ciò che veramente conta è l’abilità con cui questo regista – autore anche di testi teatrali e romanzi – riesce a creare quasi dal nulla un clima teso e ricco di suspense.Heli del messicano Amat Escarante porta sullo schermo uno dei tanti fatti di cronaca di cui sono ricche le storie del narcotraffico messicano. Per avere un’idea della veridicità di eventi e personaggi si leggano le pagine dedicate a questo mondo da Roberto Saviano in Zero, zero, zero. Heli è un giovane operaio di una fabbrica d’automobili, vive in una casupola sperduta nel nulla con padre, moglie, figlioletto di pochi mesi e sorella dodicenne. Il dramma si avvia nel momento in cui quest’ultima s’innamora di un giovane allievo di polizia che ha la bella idea di rubare da un nascondiglio dei narcos due pani di cocaina. Naturalmente i trafficanti non la prendono bene e non ci mettono molto a scoprire il ladro, anche perché strettamente legati a membri delle forze dell’ordine. Nel giro di poche ore un gippone nero pieno di uomini in divisa armati sino ai denti piomba nella povera casa in cui vive la giovane, ammazzano il nonno e rapiscono la ragazzina e il fratello. Sull’auto che li porta via c’è anche l’allievo poliziotto, già abbondantemente sanguinante. Ovviamente rivogliono quanto è stato sottratto, ma la restituzione è impossibile, visto che Heli, dopo vere scoperto casualmente il nascondiglio della droga, l’ha gettata in una putrida pozza d’acqua. I due prigionieri sono consegnati ad alcuni adepti all’organizzazione che li torturano con grande brutalità per poi uccidere il giovane poliziotto e lasciare l’altro, ferito e malconcio, su un cavalcavia. L’operaio riuscirà a ritrovare la strada di casa, ma non sarà più in grado di riprendere una vita normale. Altrettanto capiterà alla ragazzina, che ritornerà dal fratello incinta dopo essere stata ripetutamente violentata. Il regista segue gli eventi con un occhio freddo, non formula giudizi, ma non tralascia neppure di colpire lo spettatore con immagini d’inaudita violenza. Il bilancio è un film di buona fattura, ma gelido e privo di qualsiasi appiglio etico. In poche parole un testo che disegna, come un articolo di giornale, una situazione terribile, ma non offre alcun elemento che consenta allo spettatore un giudizio dettagliato su personaggi e situazioni.
François Ozon si dedica da sempre al tratteggio di figure apparentemente normali, in realtà dalla psicologia complessa e, a tratti, contraddittoria. Tale è anche la diciassettenne Isabelle che, con il nome di Lea, si prostituisce attraverso internet. Figlia di una buona famiglia borghese, vive con il patrigno, la madre e il fratello adolescente. Vende il suo corpo senza una ragione particolare, non per soldi, che potrebbe avere semplicemente chiedendoli alla madre, non per altre ragioni se non una sorta di curiosità morbosa che la spinge a incontri mercenari dai quali conosce personaggi e situazioni che la intrigano per ragioni che neppure lei sa spiegarsi. Tutto cambia quando un anziano cliente le muore fra le braccia. La polizia apre un’inchiesta, madre e patrigno scoprono le sue attività amatorie, ben presto anche amici e conoscenti vengono a sapere. June & jolie (Giovane & bella) occhieggia con non poca approssimazione a Bella di giorno (Belle de jour, 1967) di Luis Buñuel, ma il regista non ha neppure una piccolissima dose della capacità di quell’autore di dare senso e fascino a un quadro intessuto di una forte vena surreale. Qui tutto appare sin troppo reale e il panorama scivola rapidamente nella piattezza venata d’intellettualismo.Le passè (Il passato) a cui allude il film francese, diretto dall’iraniano Asghar Farhadi è quello che hanno alle spalle Marie (Bérènice Bejo) e Samir (Tahar Rahim). Quattro anni prima si sono separati dopo un matrimonio - lei aveva già due figlie nate da una precedente unione - e ora si ritrovano per le formalità della pratica di divorzio. Lui arriva da Teheran dove è ritornato, lei è incinta e sta per sposarsi con un giovane d’origine magrebina che ha già un figlio e una moglie in coma, dopo un tentativo di suicidio. Le cose non vanno affatto bene e i tre protagonisti passano da una lite ad un’altra, anche a causa delle inquietudini dei piccoli: il ragazzino non vuole accettare la nuova compagna del padre e la ragazza è tribolata dal senso di colpa che le viene dal credere di essere stata la causa del tentativo di suicidio della moglie del nuovo compagno della madre. Tuttavia le cose non sono come sembrano e solo negli ultimi minuti si scoprirà come (forse) le cose sono andate veramente. Il film ha un taglio decisamente teatrale: pochi luoghi come scenografia, abbondanza di dialoghi, atmosfere rarefatte illuminate da improvvisi colpi di scena. Ciò che preme al regista è l’esame delle psicologie dei vari personaggi sino ad illuminare quell’inferno, mascherato da apparente paradiso, che si cela spesso dietro i rapporti di coppia. E’ un approccio che traspariva già in film come A proposito di Elly (Darbareye Elly, 2009) e Una separazione (Jodaeiye Nader az Simin, 2011) in cui da storie personali emergeva un ritratto della società iraniana che non sarebbe stato possibile proporre in modo diretto causa la censura dei chierici islamici. Questa volta il legame con il mondo esterno appare molto più sfumato e il quadro della condizione degli stranieri alle prese con una società multietnica è sfumato al punto di scomparire. Ciò che resta è un bel melodramma, forse eccessivamente verboso, ma retto da interpretazioni accurate e professionali.
Alexander Payne è un importante regista americano che ha firmato metafore politiche di grande forza (Election, 1999) e ritratti personali finemente cesellati (Sideways - In viaggio con Jack, 2004). Nebraska, film rigorosamente in bianco e nero, appartiene a questo secondo filone e racconta con grazia e commozione la riscoperta dei rapporti fra un padre e un figlio. Woody Grant (Bruce Dern) è un anziano sull’orlo della demenza e quando si convince che la lettera che ha ricevuto, una pubblicità mascherata da lotteria, lo indica come possibile vincitore di un premio da un milione di dollari nessuno riesce più a farlo ragionale. Per ritirare il denaro deve recarsi a Lincoln, nel Nebraska a molti kilometri di distanza da dove abita, oppure abbonarsi ad una certa rivista che pubblicherà i numeri vincenti. Il figlio minore, sconfitto dalla testardaggine paterna, decide di accompagnarlo. Inizia così un viaggio pieno di momenti comici, ma totalmente immerso in un’atmosfera malinconica. La seconda parte del film porta i due nella città natale del vecchio, qui vive suo fratello maggiore e lui non vi ritornava da molti anni. Quando l’anziano parla incautamente al bar della vincita è un esplodere di anziani conoscenti che, con le buone o con le cattive, vogliono una parte del denaro. A togliere d’impiccio i due uomini arriverà la moglie e madre, una donna anziana ma piena d’energia e buon senso. Padre e figlio arriveranno a destinazione e scoprono ciò che già il più giovane sapeva, cioè che la lettera era solo un imbroglio pubblicitario. Sarà il più giovane, che ha capito il dolore esistenziale e la malinconia del padre, a regalargli il camioncino che avrebbe voluto comprare con i soldi della vincita. E’ un ritratto delizioso, ironico e straziante di un rapporto fra consanguinei che quasi non si conoscono ed è anche un ritratto terribile e realistico dell’America profonda, di quella provincia immensa e desolata in cui il mondo esterno non arriva quasi.Inside Llewyn Davis (A proposito di Llewyn Davis) è l’ultima fatica di Joel e Ethan Coen, ben nota coppia di fratelli cineasti che ha ottenuto un grande successo di critica e pubblico. La caratteristica più evidente di questi autori è saper mescolare abilmente ironia e violenza, situazioni divertenti e momenti tragici. Un altro dato interessante è l’abilità nel costruire personaggi e situazioni capaci sia di ammaliare lo spettatore, sia di offrire uno sguardo acuto sulle realtà e i miti americani. Quest’ultimo film esalta queste caratteristiche con, in più, una positiva sottrazione d’immagini violente. Siamo nel Greenwich Village di New York, nel 1961, qui un musicista talentuoso e squattrinato (dorme in casa di amici, cambiando letto o divano e appartamento ogni sera) sta tentando di imporsi nel difficile mondo dello show business. Il genere musicale che propone, il folk , sta muovendo i primi passi. I discografici non sono disposti a rischiare su canzoni e cantanti adatti al pubblico di piccole sale, ma ignoti al grande pubblico. Tutto questo costringe Llewyn Davis, questo il nome del protagonista, a destreggiarsi fra mille difficoltà, sopravvivere chiedendo soldi in prestito, adattarsi a parti di ripiego. All’inizio lo vediamo dormire sul divano di un coppia di professori universitari con i quali rischia di rompere ogni contatto quando fa scappare il gatto di casa. In realtà lo ha subito recuperato, ma la porta dell’appartamento era ormai chiusa, e lo ha perso definitivamente quando è andato a dormire in casa di un’amica che ha messo incinta e che lo ospita controvoglia. Neppure un viaggio a Chicago per sottoporre la sua musica al potente proprietario del Golden Horn (Corno d’Oro), un locale realmente esistito, avrà esito positivo e il cantautore si ritroverà letteralmente la dove era partito, cosa che i registi sottolineano con una trovata di gran classe: la ripetizione della prima sequenza in chiusura del film. E’ il ritratto di un periodo particolarmente fecondo per la storia della musica americana, dunque mondiale, quello da cui muoveranno artisti di grande successo come Joan Baez e Bob Dylan. La proposta dei due registi è davvero di prima qualità e il loro film offre molti spunti di riflessione che non si limitano al quadro d’epoca, ma chiamano in causa la cultura e il mito del sogno americano.
Ispirato alla vera storia di Solomon Nortrup, 12 Years a Slave di Steve McQueen è ambientato nel 1841. Lavorando a Saratoga Springs vicino a New York, Solomon Nortrup, un uomo di colore che vive come libero cittadino, incontra due uomini bianchi, Merrill Brown e Abram Hamilton. I due, dichiaratisi impresari di un circo itinerante, si mostrano interessati all'uomo e del suo talento con il violino. Gli propongono quindi di lavorare per loro per 1 dollaro al giorno e 3 per ogni prestazione. Nortrup però, per ottenere il lavoro, deve trasferirsi a Washington rassicurato dai due uomini sul fatto che poi sarebbero tornati a Nord. Rincuorato, Solomon decide di non avvisare la sua famiglia, non sapendo di andare incontro ai dodici anni più lunghi della sua vita. A Washington infatti la schiavitù è legalizzata e gli uomini di colore liberi che attraversano le aree in cui la schiavitù esiste ancora devono mostrare documenti attestanti la loro situazione, pena l'accusa di essere fuggitivi. Solomon si procura questi documenti, ma in seguito ad alcuni eventi, si ritroverà nei guai: addormentatosi in albergo, si risveglia da uomo libero a schiavo in catene chiuso al buio in uno scantinato, derubato di denaro, documenti e libertà...Abdellatif Kechiche ha tratto, liberamente, La Vie d’Adéle (La vita di Adele) dalla graphic novel Le Bleu est un Colleur Chaude (Il blu è un colore più caldo) di Julie Maroh. E’ la bella storia di una relazione amorosa fra due donne nel corso di un tempo fondamentale per la formazione e maturazione del carattere di chiunque. Adéle ha quindici anni e frequenta la prima liceo quando incontra Emma, studentessa più anziana di lei, studentessa della scuola artistica e dichiaratamente lesbica. Fra le due esplode un’attrazione sentimentale e fisica molto forte. Sono passati gli anni e ora vivono assieme, Emma è diventata una brava pittrice e ha fatto dell’amica una vera e propria musa ispiratrice. Assorbita dal lavoro l’artista trascura la compagna, che ha trovato impiego come insegnate in una scuola materna. Adéle, sentendosi esclusa, si concede una breve relazione, solo sessuale, con un collega, ma quando la compagna scopre la cosa la caccia di casa e non vuole più avere a che fare con lei. Sono passasti altri anni ed ora la maestra è insegnate alle suole elementari, mentre la pittrice, sempre più affermata, ha un’altra compagna, anche lei artista, e stanno organizzando una mostra assieme. E’ una fuggevole occasione per l’incontro fra le due donne: l’insegnate confessa di essere vissuta tutto questo tempo nel ricordo dei loro incontri amorosi e la pittrice, seppur con maggior riluttanza, ammette la stessa cosa. Tuttavia oramai tutto è stato deciso e non rimane che sancire una separazione definitiva. Il film disegna una storia d’amore straziante e realistica, dove le sequenze erotiche esprimono con grande chiarezza movimenti, posizioni, passione. E’ anche lo straordinario ritratto femminile di una donna (Adele Exarchopoulos) colta nei vari passaggi fra l’adolescenza e la maturità. Un film tenero e drammatico in cui la fine di un amore diventa esperienza lacerante per chi vi è stato coinvolto. Davvero un testo di prim’ordine e il manifesto dei diritti di una sessualità che non conosce barriere di genere.
L’inconnu du lac (Lo sconosciuto del lago) del francese Alain Guiraudie si svolge su una spiaggia lacustre per nudisti gay e nella boscaglia che la circonda. Qui si consumano incontri sessuali occasionali (debitamente ripresi in dettaglio) fra maschi di varia età ed avvenenza e si consuma un omicidio a sfondo erotico. Un giovane omosessuale, che ha assistito casualmente al delitto (un prestante maschio baffuto ha annegato il compagno), s’innamora dell’omicida, stringe con lui una relazione amorosa che lo porta a rischiare di essere accusato di complicità nel delitto. Finale grandguignolesco con l’assassino che sgozza un robusto signore, non omosessuale, che si era intromesso nella storia e pugnala a morte il commissario di polizia che aveva intuito ragioni e responsabilità del delitto. Sembrerebbe una vicenda d’amore fra uomini, ma la grossolanità della messa in scena e la povertà del linguaggio la relegano al livello di un film quasi pornografico. Per la cronaca va segnalato che alcuni critici hanno gridato al capolavoro omosessuale, ma questa è solo l’ennesima prova che non tutti i recensori sono concordi nei loro giudizi.
Sarah préfére la course (Sara preferisce la corsa) di Chloé Robichaud. E’ il ritratto di un’atleta ventenne che si trasferisce da Québec City a Montreal per continuare l’attività agonistica nella corsa degli 800 metri con la speranza di entrare nella nazionale e partecipare alle Olimpiadi. Correre è la sua sola passione, quasi per nulla attratta dagli uomini, amica di un’altra atleta, pochissimo attratta da feste e vita mondana, Sarah subirà un vero trauma quando si scoprirà che, forse, soffre di uno scompenso cardiaco che le impedisce di praticare sport. Disperata decide di rischiare pur di non lasciare la sola cosa che ama: si leva l’apparecchio che le hanno dato in ospedale per monitorare il suo cuore e partecipa ugualmente ad una gara di selezione. E’ un piccolo film condotto con grande maestria, ed è il quadro di una psicologia giovanile che trova una sola strada per esprimersi. Davvero un piccolo gioiello. Grigris del ciadiano Mahamat-Saleh Haroun ha i difetti di un film africano naif e quelli di un’operazione coloniale fatta da cineasti di un paese occidentale che guardano con sufficienza al terzo mondo. Due difetti che ne fanno un film falso, prevedibile e noioso. In un villaggio povero del Ciad un giovane d’origine del Burkina Faso e menomato a una gamba, ma dotato di uno straordinario senso del ritmo, s’innamora di una bella prostituta. Prevedibile persecuzione di un delinquente locale che s’infuria in modo particolare quando il ragazzo gli ruba alcune taniche di benzina di contrabbando. Lo fa per pagare le spese del ricovero in ospedale all’anziano che lo ha adottato. Fuga della coppia e rifugio in un villaggio abitato da sole donne, poiché gli uomini sono partiti per il raccolto e ritorneranno solo fra alcuni mesi. Quando un emissario dei cattivi arriva con l’intenzione di uccidere i fuggitivi, le donne del villaggio insorgono per difendere gli ospiti e ammazzano i banditi. La morale della storia, come capita con una certa frequenza nel cinema africano, è che la purezza e i valori veri sopravvivono solo nei piccoli centri in cui le tradizioni sono preservate, mentre le città, più in generale la modernità, è vista come sinonimo di perdizione. E’ una posizione ambigua come dimostra il fatto che molti movimenti radicali islamici propugnano il rifiuto delle cose nuove che arrivano dall’Occidente come peccaminose e corruttrici. In poche parole è un film carico d’ambiguità e, per giunta, costruito in modo grezzo e senza vera ispirazione.
Storia d’amore anche quella legata al triangolo che s’instaura fra tre lavoratori di una centrale atomica in Grand Central (La grande centrale) della francese Rebecca Zlotowski. Gary, un giovane prestante e decisamente sbandato, s’innamora di Karole, moglie del suo collega Toni, non sa che la donna gli si è concessa per essere messa incinta, visto che vuole un figlio e suo marito è sterile. Quando le carte sono messe in tavola ci sono prevedibili scenate e allontanamento di tutti. Non è una storia particolarmente nuova né la regista la racconta in maniera originale. La sola cosa interessante è l’ambiente di lavoro in cui i tre operano: una grande centrale nucleare in cui la contaminazione e i rischi per la salute sono presenti in ogni gesto. Il resto, solidarietà – conflitto fra operai, non aggiunge molto a quanto il cinema ha raccontato nei decenni scorsi. Chi sa se l’aver dato il nome di Toni ad uno dei protagonisti è un omaggio consapevole al film omonimo diretto da Jean Renoir nel 1935.
Altrettanto non può dirsi per un film che, invece, si prefigge di proporre un testo allegorico e complesso per eccellenza. Borgman dell’olandese Alex Van Warmerdam racconta una sorta di parabola incentrata su un gruppo di personaggi feroci e misteriosi (all’inizio i maschi del gruppo vivono sottoterra e sono stanati da un prete e da altri due tipacci armati di picche e pistole) che s’insinuano in una bella villetta alto borghese, corrompono e uccidono la moglie del proprietario, che avvelenano, irretiscono i figli e la ragazza alla pari che vive li. Alla fine distruggeranno il bel giardino della casa e se ne andranno aggregandosi i giovani della famiglia che li aveva ospitati. Come ultimo atto cospargono le rovine del parco con qualche cosa, forse semi (una nuova vita nasce dalla distruzione?) o, più biblicamente, sale. Non è facile decifrare la complessa stesura del racconto che può essere letto in varie maniere, nessuna delle quali convincente sino in fondo. Potrebbe essere una metafora sull’arrivo del Demonio in una società che ha perso il senso della morale e vive solo per accumulare soldi. Oppure potrebbe essere una sorta di allarme sul pericolo che il terzo mondo conquisti completamente il nostro. Sono letture opposte, la seconda sconfinante nel razzismo, ma allo spettatore sono offerti indizi talmente contradditori da lasciarlo nella più assoluta incertezza.Chiudiamo con una nota di colore. Johnny Depp, neo-cinquantenne, vincitore del Golden Globe per Sweeney Todd, ha partecipato al Festival per consegnare all’amico Christopher Lee il British Institute Fellowship Award. Lee (nato il 27 maggio 1922 nel distretto di Belgravia) ha ricevuto il premio in virtù di una carriera che ormai dura da oltre sessant’anni e che ultimamente l’ha visto impegnato in Treno di notte per Lisbona e nell’atteso Lo Hobbit - La desolazione di Smaug, senza dimenticare le sue fatiche discografiche come cantante di una band Power Metal (il cui ultimo album si intitola Charlemagne: The Omens of Death). Sir Lee era visibilmente commosso, sia per il premio che per la presenza dell’amico Depp, col quale ha recitato in La fabbrica di cioccolato: “Non sapevo che sarebbe venuto, è un grande onore per me. E’ uno dei pochi attori giovani sullo schermo ad essere veramente una star. Tutto ciò che fa è significativo. E’ una gioia lavorare con lui, è il sogno di ogni attore e di ogni regista. Potrei continuare, ma poi lui si imbarazzerebbe”. Dal canto suo, Depp, presentatosi con un’inedita acconciatura ‘biondo slavato’ ha replicato: “E’ sempre stato un grand’uomo ed è sempre stato un piacere lavorare con lui, inoltre era uno dei sogni della mia infanzia. Ma anche se lavorare con lui è un piacere immenso non è comparabile al piacere di essere un suo vero amico. E’ un tesoro nazionale e un vero artista.”

