Curiosità musicali (e non) al Roma Film Festival 2013

Curiosità musicali (e non) al Roma Film Festival 2013
Si sono spenti Domenica 17 ottobre i riflettori sul Roma Film Festival che con l’autorevole guida di Marco Mueller ha offerto al pubblico un’edizione 2013 avvincente e ricca di spunti interessanti anche dal punto di vista musicale.
Piacevolissimo il film Je fait le mort, commedia dal sapore tragi-comico di Jean-Paul Salomé presentata fuori concorso e percorsa dalle note stringenti e insinuanti della scrittura ideata da Bruno Coulais, che non finisce mai di stupire per la ideale funzionalità delle sue musiche. Avvolta in una espressività elegante ed essenziale la sua partitura dalla chiara impronta sinfonica e dall’incalzante contenuto atmosferico è affidata alle mani esperte del direttore e compositore Laurent Petigirard e si associa in modo ideale alla sottile ironia che percorre il film e le suggestive immagini delle alpi della Savoia dove la singolare storia si svolge. Nei titoli di coda il compositore francese inserisce curiosamente “L’italiano”, apprezzata canzone degli anni ottanta di Toto Cotugno.
L’incarico affidato al protagonista ricorda Playing the victim, film peraltro molto diverso dalle forti tinte drammatiche firmato da Kirill Serebrennikov, meritato vincitore della prima edizione del Roma Cinema Festival nel 2006.Intenso, appassionante e sconvolgente Il venditore di medicine, co-produzione italo-svizzera diretta da Antonio Morabito e presentata fuori concorso, tratteggia magistralmente il pianeta spietato e corrotto delle multinazionali farmaceutiche e dei suoi innumerevoli satelliti (medici) che si prestano allo sporco gioco delle prescrizioni concordate. In questo contesto sinistro e immorale si muove Bruno (Claudio Santamaria), informatore medico che per perseguire i suoi ambiziosi obiettivi di carriera subisce le forti pressioni del suo capo area (Isabella Ferrari) e con i suoi atteggiamenti cinici e ingannevoli si ritrova in un drammatico conflitto esistenziale che mette a repentaglio anche il rapporto con la propria compagna (Evita Ciri). Nel film recita anche Marco Travaglio, che magistralmente impersona la figura del Prof. Malinverni, figura fortemente integra, incorruttibile ma che finisce poi anche egli per esporsi al ricatto.
In un film di grande spessore come quello di Morabito non poteva mancare una musica di grande impatto ritmico ed espressivo come quella realizzata da Andrea Guerra. Figlio d’arte dell’indimenticabile poeta e sceneggiatore Tonino Guerra, ricordiamo il compositore Andrea per le sue suggestive scritture realizzate per i film di Fernan Ozpetek (Le fate ignoranti, La finestra di fronte, Cuore sacro, Un giorno perfetto) ma anche per la collaborazione con altri registi come Giovanni Veronesi, Gabriele Muccino e Roberto Faenza.
Egli si conferma uno dei più interessanti musicisti a livello internazionale e confeziona una partitura che nel suo taglio sinfonico colpisce per la raffinatezza timbrica, i ritmi avvolgenti e misurati e il rigore espressivo in un montaggio esemplare che esalta la forza narrativa del film.
Sempre fuori concorso vi era attesa per Stalingrad, colossal russo in prima esperienza 3D firmato da Fedor Bondarchuk, figlio d’arte di Sergej Bondarchuk (1920 – 1994) a sua volta allievo di Sergej Gerasimov considerato una delle massime icone dell’estetica artistica ufficiale sovietica e insignito da Stalin del titolo di “Artista del popolo dell’URSS”.
Ispirato a un capitolo delle splendido libro di Vassilij Grossman “Vita e destino” il film tratteggia la storia di un drappello di soldati sovietici che nel corso della sanguinosa battaglia nella seconda guerra mondiale (denominata in Russia “Grande guerra patriottica”) riescono ad entrare in possesso di una casa abitata da una giovane ragazza in una zona di Stalingrado (oggi Volgograd) occupata dalle truppe naziste.
Interpretato da un cast rilevante fra cui figurano Petr Fedorov e Thomas Kretschmann, carico di plateali effetti di taglio hollywoodiano e percorso da uno strano senso di congestione narrativa, il lavoro di Bondarchuk sembra avere presa sul pubblico che lo accoglie calorosamente e trova a nostro avviso nei momenti intimi i suoi risultati migliori.
Le perplessità si estendono anche alla musica di Angelo Badalamenti, scrittura dal carattere sinfonico che evidenzia dimensioni altisonanti guidate da un forte pathos romantico, sicuramente molto atmosferico ma allo stesso tempo fortemente esornativo che sovente non evita di perdersi in pesante languore espressivo e compiaciuta magniloquenza.L’imponente impianto musicale creato dal compositore statunitense percorre quasi senza sosta l’intero film creando – come si può immaginare – notevoli problemi di montaggio irrisolti e evidenziati da rilevanti squilibri e sovrapposizioni con i dialoghi e il parallelo sound bellico prodotto dalle immagini. Per questo motivo, malgrado alcuni passaggi pregevoli, nutriamo alcuni dubbi sulla intrinseca capacità complessiva della scrittura, anche dal punto di vista architettonico, di poter trovare pieno apprezzamento in un ascolto disgiunto dalle immagini del film.
Al lettore che voglia cimentarsi con un grande film sull’argomento consigliamo vivamente Neve calda (Mosfilm 1972, Goryachij sneg) di Gavriil Egiazarow tratto dall’omonimo racconto di Jurij Bondarev, un lavoro dalla forte introspezione psicologica che trasmette sofferenza e amore di patria piuttosto che essere travolto da azione, morte e distruzione e che viene inoltre arricchito dalla toccante colonna sonora composta da Alfred Schnittke.
Splendido davvero Another me, film in concorso, dirompente dramma psicologico superbamente realizzato dalla regista catalana Isabel Coixet, con un cast di primordine che vede allineati Sophie Turner, Rhis Ifans, Greg Sulkin, Leonor Watling, Jonathan Rhys Meyers e Geraldine Chaplin.
Il dramma della giovane studentessa Fay che vede la sua vita usurpata da una misteriosa figura doppia si rapporta con quello della vita negata a una sorella gemella mai nata e all’esclusione di una sua compagna di scuola a suo favore nell’interpretazione del ruolo di Lady Macduff in una recita del Macbeth di Sheakespeare.
La carica espressiva e avvolgente delle lunghe linee sonore e i densi spessori di un tessuto armonico punteggiato da canoni espressionisti e dissonanti conferiscono alla colonna sonora composta da Michael Price una originale spigolosità che si rivela perfettamente aderente all’interiore inquietudine della protagonista e alla formidabile tensione narrativa del film. Perfettamente montata nel contesto filmico anche questa scrittura presenta uno spiccato taglio sinfonico e colpisce per la raccolta introspezione e il senso di straniamento che, in suggestiva simbiosi con le immagini, riesce a trasmettere in modo magistrale allo spettatore.
Price inserisce nel film anche l’aria di Anastasio dall’opera “Giustino” di Vivaldi e “Sea Song” della cantautrice irlandese Lisa Hannigan.
Splendida fotografia, formidabili attori, avvincente sceneggiatura, magnifica colonna sonora. Mi domando: è possibile che un film con tali connotati non riceva neanche un premio?
Grande musicista davvero Michael Price, di cui attendiamo con fervore nuove realizzazioni. Ricordiamo che egli è stimato compositore di partiture di danza moderna e nell’ambito dell’ottava arte, ha collaborato con diversi registi fra cui Gert Fredholm, Jonathan Lynn e Paul Wilkins.
Segnaliamo a titolo informativo la presenza di altri importanti autori nella magnifica rassegna romana del 2013 fra cui la cantante Elisa (L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi) e James Newton Howard (The Hunger Games – La ragazza di fuoco di Francis Lawrence).
Di grande interesse storico-artistico la retrospettiva dedicata al regista Claudio Gora (1913 – 1998) con lo screening di alcuni suoi lavori musicati da Valentino Bucchi (1916 – 1976), uno dei più interessanti compositori italiani del ventesimo secolo. Fra i titoli proposti ricordiamo Il cielo è rosso (1950), Febbre di vivere (1953) e La grande ombra (1957).Un’altra interessante retrospettiva intitolata “Ercole alla conquista degli schermi” ha segnato il revival di film come Ercole al centro della terra (1961, regista Mario Bava, musica Armando Trovajoli), La vendetta di Ercole (1969, regista Vittorio Cottafavi, musica Alessandro Derewitzki) e Ursus (1961, regista Carlo Campogalliani, musica Roman Vlad).
Aspetto musicale a parte riteniamo doveroso soffermarci su quello che è stato il grande climax di questa superba edizione della rassegna romana. Ci riferiamo all’avvenimento di portata storica della rappresentazione in prima assoluta di Trudno byt’ bogom (E’ difficile essere un dio), grandiosa trasposizione filmica dell’omonimo fantastico romanzo scritto nel 1962 dai fratelli Arkadij e Boris Strugatzki (di cui ricordiamo anche “Picnic sul ciglio della strada” da cui Andreij Tarkovskij ha tratto ispirazione per il suo sublime Stalker), testamento spirituale del grande regista russo dissidente Aleksej Jurevich German, spentosi nel febbraio scorso, che lo ha realizzato nel corso di tredici lunghi anni di riprese e duro meticoloso lavoro. La post-produzione è stata completata da Svetlana Karmalita, moglie del regista e co-autrice della sceneggiatura e dal figlio, anch’egli affermato regista che molti ricordano per il suo magnifico Bumazhnyy soldat (Soldato di carta) vincitore del Leone d’Argento all’edizione 2008 del Festival di Venezia.
German rappresenta il pianeta di Arkanar come un immenso affresco di dirompente espressività apocalittica che si avvicina al linguaggio pittorico del fiammingo Hyeronimus Bosch.
Nel pianeta, dove alcuni osservatori, fra cui il protagonista Don Rumata, vengono inviati dalla terra, domina un clima di barbarie, oppressione e persecuzione di intellettuali, letterati, artisti e scienziati e sistematica prevaricazione di ogni diritto civile.
German esalta nel suo film il concetto che percorre la metafora suggerita dai fratelli Strugatzki che vedevano nel mondo di Arkanar l’inferno della dittatura e del terrore stalinista e sollecita la riflessione sulla possibile evoluzione di sistemi politici a noi vicini verso una situazione di simile ottuso fanatismo, opprimente e cieca brutalità di stampo medievale.Il film è duro, sconvolgente, a volte provocatorio e asfittico, mette a dura prova lo spettatore nel suo incessante e sospeso intreccio di corpi di uomini, fantasmi, figure deformi e animali che si dimenano nell’incubo di un delirante degrado e di una lacerante desolazione che non sembra lasciare alcun spazio di redenzione. Una parabola straniante che sembra non dover mai trovare compimento con un finale forse prolisso ma che non pregiudica la straordinaria forza interiore e intellettuale del film. Il sinistro e angosciante sound di Arkanar fatto di incessante stridio, brusii, sussurri, attrito metallico, fruscii - rappresentato in modo equilibrato e trasparente dal magistrale lavoro del tecnico del suono Nikolaj Astakhov - non lascia spazio alla musica se non per un tema dalla straniante e dolorosa veste jazzistica tratteggiato da un clarinetto. Superlativa la prestazione che German ottiene dai suoi attori, in particolare ricordiamo Leonid Yarmonlik nel ruolo di Don Rumata e Yurij Tsurilo in quello di Don Pampa.
Una realizzazione veramente imponente e straordinaria, che si appresta a segnare in modo indelebile la storia del cinema.
La proiezione del film per gli addetti della stampa ha ricevuto una trionfale ovazione protrattasi per dieci minuti. Il premio postumo alla carriera dedicato al regista Aleksej Jurevich German è stato consegnato dal direttore artistico del Roma Film Festival Marco Mueller, visibilmente commosso, alla moglie Svetlana Karmalita e al figlio Aleksej Aleksejevich German.
In un intervista Aleksej Aleksejevich German ha riferito di come il padre avrebbe voluto consegnare personalmente la pellicola a Marco Mueller di cui era profondo estimatore e che vogliamo ringraziare per aver portato a Roma un lavoro la cui première era contesa dai maggiori festival internazionali.
Di Aleksej Jurevich German ci piace ricordare, in conclusione, uno dei suoi film più riusciti e innovativi, Moy Drug Ivan Lapshin (Lenfilm 1986, Il mio amico Ivan Lapshin).
