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28 Set2026

Reportage del concerto "Osmium" con il premio Oscar Hildur Guðnadóttir

Scritto da Marco Testoni. Pubblicato in Reportage

foto osmium

“Osmium”, l'avanguardia di maniera.
Il supergruppo sperimentale con il premio Oscar Hildur Guðnadóttir al Romaeuropa Festival
Reportage del concerto del 27 settembre 2026 presso il Teatro Argentina in Roma

L’obbligo morale dello sperimentatore è quello di continuare a sperimentare. Di non fermare mai la propria ricerca, di non smettere di percorrere strade inesplorate. Pena, il manierismo formale, ovvero ciò che uno sperimentatore dovrebbe eticamente rifuggire come la peste. 
“Osmium” è il progetto ideato da quattro dei più innovativi e autorevoli artisti della scena musicale contemporanea: Hildur Guðnadóttir (Premio Oscar per la colonna sonora di Joker e vincitrice di Emmy e Grammy per la partitura della miniserie HBO Chernobyl), James Ginzburg, Rully Shabara e Sam Slater. Il concerto, in prima nazionale, è andato in scena il 27 settembre al Teatro Argentina di Roma per il Romaeuropa Festival 2026.

Una sorta di “supergruppo” sperimentale, formatosi per l’occasione, all’interno del quale ognuno dei musicisti porta in dote un proprio particolare linguaggio e una specifica ricerca sonora costruita negli anni. A partire dalla Guðnadóttir, elemento di spicco della scuola islandese, violoncellista e stretta collaboratrice del suo connazionale Jóhann Jóhannsson. Il grande compositore la introdusse nel mondo delle colonne sonore cinematografiche e, dopo la scomparsa di Jóhannsson, la Guðnadóttir ne raccolse in parte l’eredità artistica. Un’attitudine alla sperimentazione, che ha sempre caratterizzato entrambi, ma con considerevoli differenze stilistiche. Jóhannsson era più orientato alla composizione ibrida in senso stretto, dove la contaminazione di tecniche e metodiche proprie del minimalismo, post-minimalismo, elettronica e sound design si integrava spesso nell’orchestrazione tradizionale; mentre il lavoro della Guðnadóttir si concentra di più sulla ricerca intorno al suo strumento, il violoncello, attraverso manipolazioni timbriche e interazioni con sintetizzatori modulari, oltre che, più in generale, sul rapporto sonoro con gli spazi e gli ambienti. Ginzburg (membro degli Emptyset) e Slater (collaboratore storico di Guðnadóttir) sono fondamentalmente due sound designer britannici attivi nella sempre vitale scena di Berlino, ambedue presenti nel comparto musicale di varie produzioni cinematografiche. Infine Shabara, improvvisatore e sperimentatore vocale indonesiano, che fonda la sua ricerca sull’estensione estrema della voce umana come strumento primordiale.

foto hildur gudnadottir oscar

Fatta questa premessa, gli Osmium non potevano che far alzare il livello di aspettativa intorno al loro concerto, come confermava l’ottimo articolo di Lucrezia Ercolani presente nel programma di sala. Un pezzo scritto con grande cura che spiega non solo il progetto “Osmium” ma la morfologia musicale del linguaggio utilizzato dai quattro artisti. Purtroppo la lettura dell’articolo è stata forse l’unico momento intenso della serata.
Droni, basse frequenze, tecniche estese, reiterazione di beat, loop, mimesi vocale e fonosimbolica, live electronics, noise, pulse. Tutto il campionario di tecniche, stili e metodiche degli ultimi trent’anni di sperimentazione viene mostrato all’insegna filosofica di un incontro-scontro tra nuove tecnologie e neo-tribalismo musicale. Sfortunatamente il problema è che tutto il progetto fa bella mostra di un campionario sonoro già visto e sentito innumerevoli volte. L’unica vera novità risiede nella simultaneità dei quattro sul palco, una somma che non amplia emotivamente o stilisticamente nulla e anzi indebolisce e svilisce le basi di tutto il lavoro.

foto kit concerto osmium

L’impatto sonoro vuole essere deliberatamente devastante, al punto che all’ingresso viene consegnato un kit di tappi per orecchie per difendere gli spettatori dalle frequenze sonore più stressanti per l’orecchio umano. Il fine ultimo di “Osmium” sembra essere quello di rendere immersiva (altra tecnica da campionario) l’esperienza materica del suono, un obiettivo interessante purtroppo perseguito senza una visione organica e soprattutto senza il supporto intermediale di un altro medium visivo con il quale interagire. Almeno tre dei quattro musicisti lavorano abitualmente con contenuti visivi, una sorta di alter ego della loro ricerca sonora che orienta le loro traiettorie musicali. Senza quel supporto si entra nell’ambito della musica assoluta o, più nello specifico, della musica d’avanguardia dove certi modelli abusati della sperimentazione sono ormai solo dei cliché da production music.
E a nulla servono le dichiarazioni di Sam Slater circa l’utilizzo dei “martelli” (hammers), ovvero quei loop ritmici che regolano gran parte della loro performance attraverso pattern circolari e cue prestabiliti disposti su un tappeto di ostinati di minimalista memoria.
Le novità più interessanti le troviamo nell’equipment tecnico del quartetto dove gli strumenti e i set in dotazione ad ognuno degli artisti sembrano essere gli altri co-protagonisti del concerto: la Guðnadóttir e il suo halldorophone sviluppato con Halldór Úlfarsson (un violoncello a 8 corde, ognuna con il proprio pick up, disposte su due strati), il monocordo basso di Ginzburg suonato con l’archetto, con frequenze che scendono fino a 30 Hz, il particolare set di live electronics per la voce di Shabara e infine la piccola batteria di Slater che attraverso trigger installati seleziona le frequenze da far risuonare al computer insieme alle sequenze ritmiche programmate.
In definitiva la proposta di “Osmium”, pur sicuramente lodevole in un tempo di omologazione musicale, rischia di tramutarsi in una vetrina sostanzialmente innocua dove ogni artista sembra portare il proprio personale approccio e contributo musicale all’interno di un progetto ancora debole. E non c’è niente di più distante dalla sperimentazione che il manierismo.

foto hildur gudnadottir studio

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Daniela Bocconi

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