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25 Nov2020

“Una grande lezione di musica per film” – Parte Quarantunesima

Scritto da Massimo Privitera. Pubblicato in Interviste

“Una grande lezione di musica per film” – Parte Quarantunesima

Dopo aver festeggiato il ragguardevole traguardo delle 40 lezioni-interviste di Film Music, ritorniamo con una nuova parte per soddisfare le costanti vostre preghiere, carissimi lettori, sempre più a caccia di episodi e backstage sull’Ottava Arte e i suoi maggiori esponenti e nuove leve che intervistiamo da tutte le parti del globo, per sostenere e consigliare quelli, sempre tra di voi, che sono speranzosi di diventare compositori di musica applicata alle immagini. Ecco giunti alla quarantunesima parte delle succitate Lezioni-Interviste con le sei equivalenti domande alle quali i compositori italiani e stranieri sono sollecitati a rispondere.

Domande:

1) Che metodologia usate nell’approcciarvi alla creazione di una colonna sonora?

2) Qualora non abbiate la possibilità, per motivi di budget o semplicemente vostri creativi, di usare un organico orchestrale, come vi ponete e quali sono le tecnologie che vi vengono maggiormente in aiuto per portare a compimento un’intera colonna sonora?

3) Descriveteci l’iter che vi porta dalla sceneggiatura alla partitura finale, soprattutto passando per il rapporto diretto con il regista e il montatore che talvolta usano la famigerata temp track sul premontato del loro film, prima di ascoltare la vostra musica originale?

4) Avete una vostra score che vi ha creato particolari difficoltà compositive?
Se sì, qual è e come avete risolto l’inghippo?

5) Come siete diventati compositori di musica per film e perchè?

6) Che importanza ha per voi vedere pubblicata una vostra colonna sonora su CD fisico oggi che sempre di più si pensa direttamente al digital download?

Amelia Warner (compositrice di Mum’s List - La scelta di Kate, Mary Shelley - Un amore immortale e Wild Mountain Thyme)

1) Non ho un metodo rigoroso su come mi avvicino a una partitura. Supponiamo che il punto focale per me sia la reazione iniziale alla sceneggiatura e credo davvero che quei primi istinti siano spesso la chiave della colonna sonora. Quindi cercare di essere aperta, annotare le idee e poi sedermi al pianoforte e vedere cosa succede è il modo in cui di solito do il via alle cose.

2) Non ho una formazione classica, quindi per le grandi partiture orchestrali mi affido molto al mio orchestratore. Tuttavia per brani più elettronici o sezioni più piccole scrivo al pianoforte e uso il software Logic per fare gli arrangiamenti ed eseguire le mie idee.

3) Penso che il compito principale sia in qualche modo racchiudere l’essenza o l’anima del film, trovare il suono, scegliere il sapore. Penso che una volta stabilite queste cose e concordate, diventi più facile affrontare i singoli segnali e vedere come si trova la musica e quali aggiustamenti devono essere fatti. Credo davvero che il film ti dica così tanto di ciò di cui ha bisogno e risponde in modo così chiaro ai segnali... Una volta che inizi a provare le cose per immaginare, diventa chiaro cosa funziona e cosa no... e non è sempre quello che pensi che sarà il risultato finale! Ma cerco di lasciarmi guidare dal film. Per Wild Mountain Thyme ho scritto un tema che avevo intenzione di ascoltare solo una volta, era pensato per essere un pezzo a sé stante che sarebbe apparso solo in quel momento. Tuttavia il regista l’ha adorato e abbiamo iniziato a provarlo su altri punti ed è calzato completamente... ha funzionato ed è finito per essere il tema principale del film.

4) Penso che ogni colonna sonora abbia le sue sfide uniche e non sai mai veramente quali saranno. Ci sono sempre un paio di punti critici o indizi sui quali non riesci a metterti al lavoro o su cui nessuno è d’accordo. Penso che trovare soluzioni e superare quei momenti siano probabilmente le parti più difficili, ma anche le più gratificanti e soddisfacenti quando alla fine fanno clic!

5) Ho iniziato la mia carriera di attrice quando ero adolescente. Ho adorato i film e farne parte, ma sono sempre stata attratta dalla musica e da ciò che accadeva dietro le quinte per raccontare la storia. Sono sempre stata molto musicale e scrivevo musica da quando ero molto piccola, ma mi ci è voluto un po' per mettere insieme le due cose. Ho iniziato a pubblicare la mia musica e ho iniziato scrivendo per alcuni spot pubblicitari e cortometraggi e non appena ho sperimentato scrivendo musica per immagini, sapevo che era quello che volevo fare. Amo così tanto la collaborazione e far parte del film nel suo insieme. È pura magia.

6) Ad essere onesti, ora consumo principalmente musica online, quindi penso che sia il modo in cui vanno le cose. È il modo in cui l’industria si sta evolvendo. Finché le persone possono ascoltare e godersi la musica, sono felice.

Andrea Grant (compositore di The Letter, Greybeard, Set Me Free, Happy Goodyear)

1) La fase iniziale è per me decisiva, forse la più creativa e al contempo più difficile. La mia parola chiave è “procrastinazione”, un processo appreso grazie alle illuminanti lezioni di Richard Bellis, che ho avuto la fortuna di seguire anni fa a Gent, in Belgio. Nel nostro caso, procrastinare significa ritardare il più possibile l’atto compositivo al fine di non cadere nei propri cliché, sforzandoci quindi di trovare nuove vie inesplorate e soprattutto sconosciute alla mente creativa. Semplificando, l’obiettivo di noi compositori è quello di uscire costantemente dalla propria comfort zone.

2) Situazione difficile ma assai comune. Oggi indubbiamente le tecnologie permettono risultati fino a pochi anni fa inimmaginabili, possiamo campionare e simulare perfettamente qualsiasi tipo di strumento acustico. A meno che non mi trovi costretto per esigenze produttive ad emulare l’organico orchestrale, preferisco percorrere altre vie. Ad esempio, gli organici ridotti nascondono un potere narrativo pari se non superiore rispetto alle grandi formazioni orchestrali. Sono forse più difficili da gestire e richiedono notevole maestria tecnica ed inventiva. Inoltre, resto sempre affascinato dalla musica elettronica e dall’infinita palette sonica che offre; se ne ho l’occasione cerco spesso di trovare un punto ibrido di incontro e contaminazione tra elettronica ed acustica.

3) Il punto focale, nelle fasi iniziali, è porre la seguente domanda al regista: “Quale storia deve essere narrata dalla musica?”, “Quale sottotesto raccontare non espresso nel montato?”. L’augurio è quello di non dover semplicemente doppiare il messaggio dato dalle immagini, ma raccontare invece il non detto. Le temp tracks possono essere il nostro miglior amico o peggior nemico. Miglior amico se utili a definire dettagli che ci sfuggono e che necessitano di essere presenti nello score, integrandoli quindi nel nostro linguaggio. Ciò ovviamente pretende una spiccata lungimiranza ed apertura mentale da parte del regista e del montatore. Temp tracks come peggior nemico se costretti sin da subito a mettere da parte il nostro stile per copiare pedissequamente le musiche già montate. Spetta a noi compositori indirizzare i registi verso la scelta più giusta, è un lavoro di concertazione che mai deve privarsi del dialogo costante.

4) Non direi uno in particolare. Sicuramente in ciascun lavoro si affronta un punto critico di difficile risoluzione. A volte rischiamo di vedere sfocate le scelte narrative del regista e prendere noi iniziative in contrasto con la storia raccontata.
Ricordo per esempio Break My Bones, bellissima opera del regista Anthony Collamati, dove faticai per trovare un bilanciamento emotivo e narrativo nel raccontare Violet, la protagonista. Volevo definire un Main Theme che concentrasse il dramma di un male incurabile unitamente ad una crescente cattiveria demoniaca. Fu necessario arrivare ad una ‘Version 7’ del tema, ma credo e spero infine di esserci riuscito. E’ il bello del nostro mestiere: concertare differenti punti di vista in una narrazione univoca.

5) Non credo ci sia stato un momento specifico in cui ho pensato: “Ok, da oggi voglio fare il compositore di colonne sonore”.
La musica è stata sempre presente nella mia vita, grazie ad una famiglia che mi ha permesso di studiare Pianoforte sin da piccolo e Composizione successivamente.
La passione per il Cinema ha fatto il resto: raccontare storie in musica è probabilmente ciò che amo fare di più.
Il mio primo lavoro capitò mentre ero ancora studente presso il Conservatorio di Santa Cecilia: era il 2007, e la Rai mi commissionò musica per un documentario sul grande Marco Pantani. Fu un’emozione bellissima, e ancora oggi ricordo il giorno in cui consegnai le mie musiche presso gli studi Rai.

6) Appartengo ad una generazione nata e cresciuta tra Musicassette, VHS, CD e DVD: perdere la fisicità dell’opera e la soddisfazione nel vedere realizzato il proprio lavoro in un prodotto da tenere in mano, è indubbiamente una privazione difficile da accettare.
Il cloud e lo streaming rappresentano un cambiamento epocale che va ben oltre la musica e l’intrattenimento cinematografico, il digitale ha già trasformato le nostre vite e continuerà a farlo, che lo si voglia o meno.
Da nostalgico quale sono però, cerco sempre di trovare spazio per una piccola tiratura di stampa per qualsiasi lavoro faccia, è un rito che sono sicuro di condividere con molti miei colleghi.

FINE QUARANTUNESIMA PARTE

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Daniela Bocconi

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