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  • Profondo Rosso: 50 anni di note horror senza fine
27 Mar2025

Profondo Rosso: 50 anni di note horror senza fine

Scritto da Giovanni Aloisio. Pubblicato in Dossier

cover profondo rosso goblin 50 anni

Profondo Rosso: 50 anni di note horror senza fine   

50 anni, ma non li dimostra. Nel lontano 1975 ha trascinato un’intera generazione nel terrore e nell’angoscia più ancestrale: Profondo Rosso di Dario Argento. Qualcosa di più di un semplice film. Chi lo ha “vissuto” all’epoca, non può dimenticare le lunghe notti insonni trascorse, non può prescindere dal ricordo delle malatissime atmosfere della “villa del bambino urlante” e del Liberty che trasudava sensazioni di morte e decadenza.

Né può dimenticare quella canzoncina per bambini così spiazzante in un contesto thriller (oggi è quasi una regola associarla ad una pellicola di questo genere, ma dieci lustri fa era pura e coraggiosa sperimentazione). Un capolavoro della cinematografia italiana, unanimemente riconosciuto dal pubblico e critica come uno spartiacque, un film-evento. La sua forza e unicità stanno nella sua natura estrema, nell’aver portato consapevolmente (e questo è tutto, e solo, merito di Argento) il thriller verso le sue vette più ambiziose e originali, tracciando e superando consapevolmente i confini di un genere convenzionale che aveva fatto della logica il suo elemento fondamentale, la sua essenza, il suo baluardo. Dell’assassino vediamo poco, se non le rituali preparazioni all’omicidio, i dettagli delle sue armi e dei suoi oggetti-feticcio. E la grandezza della pellicola argentiana sta proprio in questo lento disvelamento che avviene da un iniziale livello percettivo di dubbio o disturbo della normalità, a un passaggio alla certezza cerebrale del pericolo, che si manifesta nella più antica, autentica emozione umana: la paura. Lo estremizza facendolo partire da un teatro, dove una celebre parapsicologa tiene un importante convegno. L’ambiente teatrale (restituito ai suoi “veri” artisti-protagonisti) sembra invadere – e pervadere - lo schermo cinematografico, mentre lo spettatore viene bruscamente catapultato in un luogo dove si consumerà il primo scontro fra la logica del ‘giallo’ tradizionale e l’irrazionalità orrorifica. È il vero incipit del film (apri/chiudi sipario), una ‘bolla’ che racchiude il significato e gli obiettivi della pellicola-manifesto di un regista lucidamente pronto a sacrificare un intero genere per la sua personalissima e libertaria visione di Cinema. Volutamente sibillino in certi dialoghi: la parapsicologa si contraddice più volte, specie quando afferma di captare “fatti nel momento in cui accadono, ma niente di ciò che potrà accadere” per poi preavvertire, in maniera plateale, con un attacco di panico, la sua imminente morte violenta.

foto goblin profondo rosso

L’abilità di Argento e il suo destreggiarsi abilmente fra logica e irrazionalità si denota subito dopo, nel bagno del teatro, quando il rubinetto del vecchio lavandino sembra quasi avere una dinamica propria: la ‘soggettiva’ fissa e spersonalizzata serve solo a confonderci. C’è una presenza umana che riflette il suo volto in un vecchio specchio: si badi bene, non l’attrice-assassina, non Clara Calamai, ma il regista-demiurgo Argento, pronto a costruire tre fra i più iconici omicidi della sua carriera, quasi a voler spazzar via le sue precedenti “prove” cinematografiche (la ‘trilogia degli animali’) che, pur dandogli popolarità, rischiavano di minarne creatività e spinta propulsiva, ingabbiandolo in un genere e spingendolo ad accettare un progetto storico (poco sentito) come quello de Le cinque giornate. Ma il “Cainazzo/Argento” era ancora lì, pronto alla “sua” personale rivoluzione, trasferendosi dalle caotiche e chiassose piazze della Milano risorgimentale al thriller contemporaneo, resettando codici e regole di verosimiglianza, certezze dogmatiche, facendo il suo ingresso ufficiale nell’orrore puro. Non è l’insolita violenza di un’anziana-assassina, spinta dalla sua follia, a spaventarci, ma quell’immanente forza oscura che sembra aleggiare ovunque, seguendo, osservando, spiando ogni movimento dei personaggi della storia, determinando quel senso di angoscia che ha segnato in modo straordinario l’immaginario collettivo. E le musiche dei Goblin? Quale ruolo hanno avuto, e quanto hanno realmente influito sul successo internazionale della pellicola argentiana?

cover profondo rosso goblin 50 anni box

Facciamo un ‘rewind’ di poco più di 50 anni, quando Argento, consapevole di dover operare anche una ‘rivoluzione sonora’ per il suo nuovo progetto cinematografico, cercava di coinvolgere, invano, alcune band straniere popolari dell’epoca, dai Pink Floyd ai Deep Purple, dimenticando che anche in Italia circolavano gruppi Prog-rock dalle grandi capacità e potenzialità tecnico-espressive.

Fu la sua compagna di quel periodo, Daria Nicolodi, ad accorgersi di un gruppo di giovanissimi musicisti (Oliver o Goblin, poco importa) che, a seguito dello scarso entusiasmo manifestato dal regista per le musiche realizzate per il film dal jazzista Giorgio Gaslini, avrebbero potuto rappresentare quel “valore aggiunto” che Argento cercava.

Tempi stretti e prove notturne in cantina, i quattro musicisti, firmato il contratto discografico fra l’ottobre e dicembre 1974, partorirono quasi di botto due brani fortemente influenzati dal precedente lavoro di Mike Oldfield, “Tubular Bells” (secondo precise indicazioni dello stesso Argento), popolare colonna sonora del film L’Esorcista. Da una parte il brano principale, “Profondo rosso” e dall’altro “Mad Puppet”, sempre cavalcando l’idea e la struttura del brano ossessivo e ripetitivo con lo scopo di disorientare e rendere inquieto lo spettatore. Va dato atto ai giovanissimi neo-compositori, di aver contaminato profondamente, con la propria forte personalità il modello musicale britannico, creando qualcosa che in qualche modo lo trascendeva per originalità, personalità e raffinatezza tecnico-stilistica.

foto giorgio gaslini foto depoca 1

Più complessa fu invece la gestazione di “Death Dies”, il brano più frequentemente utilizzato da Argento per le scene degli omicidi del film, visto che divergenze durante le registrazioni determinarono la (temporanea) uscita di Claudio Simonetti e quella (definitiva) di Walter Martino dal progetto discografico in corso, con l’ingresso “a supporto” di due giovani musicisti siciliani, amici di Morante e Pignatelli: Agostino e Antonio Marangolo. Sembrerebbe che l’intuizione principale di quel popolare brano sia partita proprio da Antonio che iniziò a martellare nervosamente sui tasti del pianoforte, mentre suo fratello Agostino costruiva quella eccellente ritmica rock-funky che ha poi fatto scuola. Il brano è sicuramente fra i più caratterizzanti della colonna sonora, firmato ufficialmente dai componenti ufficiali della band, senza alcun riconoscimento per i fratelli Marangolo che, però furono coinvolti stabilmente nei progetti successivi.

cover profondo rosso goblin 50 anni gaslini

Il film uscì nelle sale italiane il 7 marzo 1975 registrando un buon riscontro di pubblico, sempre più alimentato dal passaparola ma, contrariamente a quanto si pensi, il successo della colonna sonora non fu così immediato. Il 45 giri, contenente i due brani, “Profondo Rosso” e il già citato “Death Dies”, iniziò a scalare l’hit parade, trascinando nelle vendite l’ottimo album condiviso con Gaslini, solo alla fine del 1975, arrivando al primo posto per ben tre mesi e vendendo complessivamente circa quattro milioni di copie: un caso più unico che raro per una colonna sonora di un film thriller italiano.  

I Goblin, dopo quella fortunatissima esperienza e popolarità, si sono più volte ‘persi’ e ‘ritrovati’, vivendo momenti di popolarità grazie ad altri progetti cinematografici argentiani (Suspiria, Zombi, Tenebre, Phenomena), ma quell’ingombrante successo iniziale, pur gratificandoli, ne ha profondamente segnato la carriera, portandoli talvolta a scelte artistiche e discografiche poco oculate. Si sono ‘sdoppiati’, rinnovati, persino ‘simonettizzati’, cercando nuove strade, progetti, sonorità, percorsi artistici alternativi per riappropriarsi del rapporto con il proprio pubblico. Che ancora li segue e li apprezza, soprattutto all’estero. Ma quello di Profondo Rosso rimane, tuttavia, un caso a sé. Unico, irripetibile.

cover profondo rosso cinevox

Giornalista e regista, autore dell’unica biografia autorizzata dei Goblin (GOBLIN: la Musica, la paura, il fenomeno – 2005), Giovanni Aloisio è stato anche coautore del libro-summa della carriera di Dario Argento (UNIVERSO Dario Argento – 2020).

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Daniela Bocconi

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