I due mondi sonori di Jerry Goldsmith e Tangerine Dream in Legend

Tentazione e seduzione: i due mondi di Jerry Goldsmith e Tangerine Dream in Legend
Una questione di scelte
Sebbene la scelta della musica per una specifica scena (e più in generale per tutto il film) possa sembrare un’operazione che termina la sua utilità entro i confini di un giudizio puramente estetico e sonoro, sarebbe opportuno non tralasciare mai l’aspetto chiave, sublime e sostanziale, del rispetto, ma ancor di più della creazione, di una drammaturgia di scena e, di conseguenza, del suo impatto psicologico profondo sullo spettatore, vero fulcro del lavoro di un compositore per immagini.
Fin qui non c’è mistero alcuno, chiunque si trovi a dover musicare una scena non può esimersi dal passare attraverso tali speculazioni.
La vera difficoltà, ora, sta nello scontrarsi con il signore dei problemi che si affronta all’inizio e nel mentre di ogni percorso creativo, ovvero quel labirinto tridimensionale che è la ricerca della corretta chiave di lettura, la scelta del percorso stilistico e tecnico da adottare, in cui l’elemento di soggettività rischia più di depistare che di offrire soluzioni.
In termini più concreti, sappiamo tutti bene che data una scena non esiste una e una sola chiave di lettura drammaturgica e, di conseguenza, molte sono le possibilità che si dipanano davanti alla penna del compositore per immagini.
Ovvero, cosa scelgo di dire con la musica in questa scena? Cosa scelgo di portare alla luce, dal grande contenitore oscuro del “non detto”?
Il compositore (ma anche il music supervisor, il regista, o qualsiasi artista in generale) è quindi chiamato, in primis, proprio come in un labirinto, ad effettuare delle scelte e questa è probabilmente la parte più difficile, ma anche, a mio parere, la più interessante e gratificante, se ben riuscita.
Quindi, così come nel labirinto la giusta via è quella che ci conduce a lungo senza trovarci davanti a un muro e a dover tornare indietro, nella composizione per immagini le scelte migliori sono quelle che ci portano più lontano, ovvero che hanno maggiore potenza nel messaggio psicologico che trasportano; il messaggio più potente, coerente e completo (all’interno del contesto in cui si colloca) è la scelta vincente.


Due letture per una stessa scena: Legend di Ridley Scott (1985)
Per farvi un esempio di come la scelta del contenuto e del livello psicologico possa impattare sulla buona riuscita di una scena, prendiamo la scena della danza con il vestito nero della principessa Lili, tratta dal film Legend di Ridley Scott (1985) con Tom Cruise, Tim Curry e Mia Sara.
Il film (non un grande successo per il regista) viene pubblicato nella versione europea con le musiche originali di Jerry Goldsmith, sostituite, nella versione americana, con quelle prodotte dai Tangerine Dream.
La scena in questione è una delle più iconiche: si tratta della sequenza in cui Lili, affascinata dal potere oscuro, danza con una figura inquietante di nero vestita, rappresentante la tentazione del male, la sua corruzione interiore. Lili, inizialmente incuriosita ed impaurita, è gradualmente attratta da questa figura, fino a fondersi simbolicamente con essa.
La danza ipnotica e seducente, mossa dai fili di Darkness, rappresenta il conflitto interiore di Lili, tra luce e oscurità. Quando indossa il vestito nero, sembra accettare il fascino della tenebra, anche se la scena lascia spazio all’ambiguità: è davvero stata corrotta o sta solo fingendo per sopravvivere?
Seduzione e tentazione in danza: il valzer di Jerry Goldsmith
Nella stessa scena, abbiamo due scelte musicali molto diverse nelle due versioni e di conseguenza diversi sono il risultato e l’impatto psicologico finale.
La scelta di Jerry Goldsmith ricade sul valzer, che nella tradizione romantica diventa sovente, nelle sue accezioni più gotiche ed immaginifiche, la danza propria di Mefistofele, a descriverne soprattutto gli aspetti seduttivi e tentatori, in piena linea con il gusto dark che caratterizza uno degli aspetti della musica romantica (basti pensare a brani come il “Mephisto Waltz” di Franz Liszt, la “Danza Macabra” di Camille Saint-Saëns o la “Danza Infernale” da Il Muro del Diavolo di Smetana) e che spesso tramutano questa danza elegante e sfarzosa in un turbine coinvolgente di emozioni e sensualità e abbandono (vedi anche “La Valse” di Maurice Ravel).
Goldsmith, nel pieno di questa tradizione, utilizza per il valzer un’orchestra sinfonica: gli archi creano una tessitura fluida e ondulatoria, mentre i legni aggiungono dettagli eleganti, fantasiosi e descrittivi. A livello di struttura il brano si presta magnificamente ad accompagnare i movimenti dei personaggi (molto efficace il crescendo prolungato durante il momento di corsa che sfocia poi di nuovo nel tema quando riprendono a girare) nel breve periodo, ma allo stesso tempo disegna un arco emotivo che ci porta direttamente nella psicologia e nella battaglia interiore di Lili.
I passaggi da timore/curiosità al lasciarsi man mano andare fino alla finale accettazione del maligno e della tentazione penetrano nella psiche dello spettatore grazie al climax che caratterizza la musica, culminando nel momento in cui Lili indossa finalmente il vestito.
La composizione di Goldsmith enfatizza senz’altro l’aspetto magico e fiabesco della scena, richiamando la tradizione fantasy e rendendo l’esperienza visiva più immersiva: lo spettatore entra in grande empatia con il personaggio di Lili, fino a sentirsi egli stesso coinvolto nel turbine di emozioni contrastanti della protagonista e alla fine ha egli stesso la sensazione di gravità e abbandono tipici del cadere inesorabilmente tra le braccia del male.
Ipnosi e surrealismo: le atmosfere dei Tangerine Dream
Se la versione appena descritta dipinge la danza come mezzo di persuasione in quanto massima espressione di una primitiva e potente sensualità, carnalità, coinvolgimento psico-fisico e turbolento abbandono, di tutt’altra natura sono le sensazioni provocate dalla stessa scena con la musica dei Tangerine Dream.
Essi conservano l’andamento del valzer, ma optano per una sonorità minimalista più moderna e sperimentale, dominata dai sintetizzatori che creano un ambiente sonoro moderno ed etereo, che, a differenza della precedente versione, non va a sfogare in un climax, ma rimane soffusa e sospesa, abbastanza uniforme per tutta la durata della sequenza.
Il risultato è una lettura della scena totalmente diversa e soprattutto un impatto psicologico diverso sulla protagonista e di conseguenza sul pubblico.
Se la musica di Goldsmith punta a un coinvolgimento emotivo e profondo, con un approccio narrativo classico, drammatico, la musica dei Tangerine Dream crea una sensazione di distacco, mistero ed inconsapevolezza, favorendo un’atmosfera astratta: il coinvolgimento nella scena e l’abbandono finale non sono più dovuti ad una sopraffazione carnale, ma più ad una sorta di ipnosi, quasi fosse un sogno o un’esperienza extracorporea.

La potenza del messaggio
Per riassumere, possiamo quindi sostenere che le diverse concezioni musicali sono foriere di due messaggi psicologici, due tipi di sensazioni diverse, senza che ce ne sia uno giusto e uno sbagliato. Quello che però possiamo valutare è la potenza con cui viene portato avanti il messaggio e questo dipende naturalmente anche da tutti gli altri aspetti della scena e del film.
A mio parere la musica di Goldsmith ha maggiore efficacia perchè stilisticamente più coerente con gli altri parametri della scena (montaggio, inquadrature, movimenti, fotografia, ambientazione, ecc…), che rimane senz’altro legata agli stilemi del fantasy classico e che quindi richiede alla musica un tipo di indagine psicologica che non può prescindere dal coinvolgimento carnale e sensuale dello spettatore e che funziona se legata a forme e strutture tipici della tradizione classica (in questo caso la creazione di un climax). In questo senso la musica fa centro al cento per cento.
Per poter ignorare questo aspetto e poter puntare quindi sulle sensazioni evocate dalla musica più rarefatta dei Tangerine Dream (ipnosi, surrealismo, senso di mistero e ignoto) e renderla quindi più efficace, probabilmente sarebbe stato necessario modificare anche altri parametri della scena (un diverso montaggio, una diversa recitazione, diverse inquadrature, fotografia, color correction , ecc…) per lasciare uno spazio maggiore al bisogno di avvertire le sensazioni evocate da questa scelta musicale.

Lo “spazio vuoto"
Per concludere, penso si possa sostenere che la natura di una sequenza, una scena o un film, determini in automatico quale sia l’invisibile “spazio vuoto” che la musica ha il compito di completare, come tasselli di un mosaico.
Nel confronto tra le due versioni di questa sequenza possiamo osservare come uno dei parametri più funzionali per giudicare l’efficacia della musica in una scena sia il livello di “completezza” che la sequenza assume una volta presente la musica (potremmo definirlo livello di “coerenza” e potenza d’impatto).
L’ideale sarebbe naturalmente non avere più spazi vuoti una volta aggiunta la musica: le scelte che portano a risultati più vicini a questo obiettivo risultano quindi essere, a mio avviso, probabilmente le scelte migliori.

