We All Love Ennio Morricone
Luigi Caiola
We All Love Ennio Morricone (2023)
Lab DFG
https://www.labdfg.it/prodotto/we-all-love-ennio-morricone/
"Noi tutti amiamo Ennio Morricone - il Nostro DiciottEnnio"
La traduzione del titolo del libro in questione (figlio diretto di uno dei progetti discografici tra i più folli mai ideati e realizzati nella storia del “microsolco”) forse riduce l’effetto internazionale e roboante dell’originale ”WE ALL LOVE ENNIO MORRICONE” (da pronunciare rigorosamente “MorriconI”, all’inglese) ma, a parere di chi scrive, lo restituisce ad una genuinità “nostrana”, a quel fare semplice e diretto tanto caro al protagonista del racconto, al punto tale da passare per “anti-divo”: il Maestro Ennio Morricone.
Come già ebbi a scrivere relativamente alla “prova generale” dell’omonimo show multidisciplinare progettato, prodotto e promosso dal vulcanico Luigi Caiola (da me definito in quell’occasione “l’uomo che suonò i citofoni d’America”: leggi recensione), la parte personale, e quindi emotiva, è forte, incombente quasi.
A differenza dello spettacolo, del CD stesso (da me realizzato in veste di esecutore, e quindi testimone diretto di quanto scritto), il libro - attraverso i racconti, gli aneddoti, le descrizioni minuziose - scava inconsapevolmente nel mio vissuto personale, riportando a galla ricordi, suoni, voci, profumi, colori, pezzi di vita, diciotto anni nello specifico ma, conseguentemente (nel pregresso e nel successivo periodo), quasi quaranta anni di collaborazioni con il compianto Maestro.
La sensazione prima, per restare in ambito cinematografico, è quella di vedere la propria vita come in un film, raccontata da un altro punto di vista, da un’altra angolazione, con momenti in “soggettiva” e altri in “oggettiva”, con un’alternanza di dettagli, primi piani, campi “americani”, campi lunghi e totali, campi e controcampi, ellissi: esattamente come in un film che si avvalga di un montaggio intenso e serrato.
I quattordici capitoli “più uno” narrano, partendo dalla fine di quel sogno incredibile che l’Autore si trovò a vivere, tutto il percorso di vita e professionale di colui che portò Morricone a fare i primi concerti in tour e fino all’ottenimento dell’Oscar alla Carriera, passando per un “diciottEnnio” colmo di eventi, di successi, di attività culturale internazionale; attività che assurse ai massimi valori quando, una per tutte, arrivammo a realizzare il concerto nella Sala dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (in occasione dell’insediamento del nuovo Segretario Generale Ban Ki Moon) eseguendo “Voci dal Silenzio” il brano composto dal Maestro in memoria delle Vittime dell’attacco alle Torri Gemelle di New York nel 2001, e successivamente dedicato “a tutte le stragi dell’Umanità”.
Essere seduti su “quel” palco, eseguire “quel” brano, in “quella” città, fu qualcosa di immenso, indimenticabile, emotivamente assoluto; prima di noi, e dopo il discorso di benvenuto del neo Segretario Generale, ci sfilarono davanti i cosiddetti “peace keepers” dell’ONU per un breve loro intervento riguardo alla propria attività di “operatore attivo di Pace”; tra questi, i nostri sguardi si incrociarono ad un passo di distanza con Pat Metheny, Lou Reed, Eli Wallach, Angelique Kidjo.
Cito questo evento perché, al di là della sua epica importanza culturale, fu praticamente l’ultimo anello di quella “catena” che - insieme al CD di cui sopra e oltre all’intensa attività di “citofonista” dell’infaticabile Caiola e del suo staff - stese il “red carpet” per l’atterraggio del Maestro Morricone alla premiazione per l’Oscar alla Carriera a Los Angeles e - tacitamente - credo che tutti noi collaboratori sentimmo finalmente un senso di rivalsa, di ravvedimento morale verso quell’imperdonabile mancanza reiterata nei confronti di uno dei più grandi geni a cavallo tra i due secoli.
E comunque, anche in quell’occasione ci fu dato modo di ricordare l’evento (e a volte anche di riderne bonariamente) grazie all’aneddoto raccontato da Caiola, di cui noi tutti fummo testimoni, anche se fortemente provati dal jet lag e dal volo notturno che ci aveva portati a New York per essere pronti per la prova.
Leggere le parole di Caiola (stranamente contenute nel numero, vista la logorrea che verbalmente contraddistingue noi due, insieme al Direttore Massimo Privitera - e che ci fa passare interi pomeriggi al telefono), come detto all’inizio, è stato come “chiudere il cerchio” dei ricordi, trovare risposte a domande mai espresse, ma anche conferme a supposizioni, a “chiacchiericci” dei tanti “perché” e “come” che inevitabilmente si affacciavano alla mente di ognuno di noi durante tutti quegli anni, caratterizzati da viaggi intercontinentali, ore di attesa ai check-in quando in 200 ci apprestavamo a partire, nelle sale d’aspetto per gli scali, nelle notti passate in bianco per i fusi orari e/o per l’adrenalina post concerto che finivano inevitabilmente in qualche pessimo chiosco locale aperto h24 a mangiare cose improbabili con colleghi ormai amici, nei viaggi in pullman, nelle cene rimediate e in quelle da favola in luoghi meravigliosi, nelle risate per stemperare la tensione pre-concerto nei corridoi dei teatri o degli immensi palasport in cui ci esibivamo.
Proprio in occasione di questi momenti di grande convivialità fatta di eccitazione ma anche di grande concentrazione, ci fu l’incontro con Luigi (detto Gigi) il quale, mai pago, amava intrattenersi con noi musicisti e/o coristi per scambiare chiacchiere e battute ma (lo capii con il tempo) soprattutto per “scaldare” il motore di quella macchina complessa e articolata che eravamo: come un bravo “mister”, scendeva negli “spogliatoi” per dare la scintilla alla squadra, forse inconsapevolmente o forse consapevolmente, ma sempre con grande leggerezza e tatto, per testare, per “avere il polso” della situazione generale; lui, che magari era stato fino a un minuto prima a casa di Quincy Jones o di qualche altro divo dello star system, veniva e si fermava a scambiare impressioni con noi tutti, come uno di noi.
Certo, non nascondo che ci furono anche occasioni in cui dovemmo confrontarci su problematiche organizzative, incontri in cui la tensione si “palpava” già con gli orecchi e in cui la “massa” rischiava (come sempre) di perdere il controllo: anche lì, la provvida “logorrea” aiutò, se non a risolvere in toto, almeno a rasserenare gli animi, ad invitare ad un percorso di confronto costruttivo, propositivo. Come scritto da Caiola stesso nel libro, ognuno di quei 250 eventi muoveva una quantità impressionante di persone, mezzi, attrezzature, logistica, sicurezza, dentro e fuori dal palcoscenico; essendo il personale artistico in numero superiore ai 200, non posso pensare a che numeri si arrivasse nel computo generale delle persone coinvolte in ogni evento. Un villaggio che prendeva vita per 3 o 4 giorni in tutto, finalizzati a quelle circa tre ore di spettacolo.
Comprensibile e al contempo doloroso l’ultimo capitolo dedicato a Franco Dragone (fondatore e geniale creatore delle meraviglie del “Cirque du Soleil”, ndr), anche lui altro “nome” tra quelli che sostennero la candidatura del Maestro all’Oscar. Se (a mio avviso) questo capitolo conclusivo sposta un poco l’attenzione dal focus del libro, al contempo auspico (e consiglio l’Autore) una prossima e sollecita pubblicazione che racconti questo altro importante e creativo incontro, funestato - oltre che dalla prematura scomparsa del protagonista - anche dalla pandemia mondiale che obbligò alla chiusura di teatri e sale da concerto, interrompendo progetti da realizzare (e che progetti!) o produzioni realizzate, la cui eco nefasta ancora si ripercuote nel presente, lasciando forti segni in chi come noi vive di “spettacolo” e quindi di pubblico dal vivo.
Un percorso narrativo sinceramente onesto, questo del “Topolino” Caiola al cospetto della grandezza del protagonista; anche in questo, il libro WE ALL LOVE ENNIO MORRICONE racconta, svela, narra, sempre evitando autoreferenzialismi, anche quando nomi, luoghi, fatti, farebbero tremare i polsi a chiunque, rischiando di cadere nell’egocentrismo narcisistico che - comprensibilmente - certe situazioni possono favorire. Non oso minimamente immaginare quanto è stato “sfrondato” conoscendo Gigi, ma sono certo che così com’è potrà essere apprezzato da chiunque sia curioso di conoscere un altro pezzo dell’immane ma semplice grandezza dell’uomo Morricone, non tanto per gli aneddoti narrati ma più specificamente per il tipo di rapporto instaurato con la persona che (oltre a portarlo a scoprirsi come un’icona “pop”, inteso come trasversale) riuscì là dove nessuno era mai riuscito: far dialogare in pace il compositore di “musica assoluta” e quello di “musica applicata”, evidenziando il fatto che - in fin dei conti - non erano mai esistiti i “due compositori”, bensì un unico, sommo animo musicale a tutto tondo.