Dark Planet - “Echoes (of What We Have Loved)”
DY3-thx12-4432 (Davide Perico & Yoshimitsu4432)
Dark Planet - “Echoes (of What We Have Loved)” (Id. – 2022)
Distrokid
1 brano – Durata: 20’39”
Sin da quando Ludovico Ariosto descrisse i viaggi sulla Luna del suo Astolfo nel canto XXXIV de “L’Orlando furioso”, si è sempre ritenuto che la ricerca di “Altri fiumi, altri laghi, altre campagne, altri luoghi…” sia riferita a dove non ci sia quello che c’è sulla Terra, ma, al contrario, a dove ci sia quello che sulla Terra non c’è (così come aggiunto fantasticamente alla frase di Ariosto nella prefazione di “Dizionari del Cinema – Fantascienza” – Electa/Accademia dell’Immagine, 2006). E se questa ricerca ancora deve portare i suoi frutti, soltanto il Cinema e la Musica sono riusciti (forse in parte) a scovarne (e svelarne) arcani misteri e panorami sconosciuti, quei Nuovi Mondi che la nostra Fantasia da sempre ci aiuta a trovare per fuggire da una realtà che in molteplici casi non ci aiuta ad andare avanti. E difatti, questo concept album Dark Planet, recensito il mese scorso (leggi qui), futura score del film fantascientifico omonimo di Davide Perico, anche compositore delle musiche originali con il nipponico Yoshimitsu4432 – entrambi sotto lo pseudonimo di DY3-thx12-4432 – riesce a compiere quella ricerca di cui sopra con l’ausilio delle note sgorganti dalle due menti ‘sci-fi’ appena menzionate, mostrandoci (facendoci aguzzare l’udito) quegli “Altri fiumi, altri laghi, altre campagne, altri luoghi…” che da un’esistenza desideriamo scoperchiare.
Un album che ritorna agli oneri della ribalta e, quindi, di conseguenza qui tra le nostre pagine, perché alla track list originaria, come un work in progress pregno di idee e spunti simili ad un flusso mnemonico senza fine, si va ad aggiungere il lungo brano (reale suite destrutturabile in 4 movimenti) “Echoes (of What We Have Loved)”, da prendere a sé stante come unicum di quest’opera dalle molte assonanze – e tanta originalità – alle galassie sonore (proprio il caso di dirlo!) dei Tangerine Dream, John Carpenter, Giorgio Moroder, Popol Vuh, Brian Eno, Vangelis e Art of Noise, come ampiamente espresso nella recensione precedente.
La traccia di poco più di venti minuti, fin dal titolo, preannuncia non solo una scoperta fisica bensì cerebrale che nei suoi ‘echi (di ciò che abbiamo amato)’ ci apre le porte alla conoscenza del nostro IO e di come vivere l’AMORE seppur astrale, astratto, immateriale: il primo movimento vede una chitarra elettrica che gracchiante e urlatrice espone il tema portante di acutissima bellezza pinkfloydiana e claptoniana, su un ticchettio perenne (un tempo inesorabile che cullante ci accompagna verso un altrove), si fonde ad una voce futuristica, ad una batteria martellante in levare, ad un gocciolio costante da ninnananna fanciullesca consolante, che nuovamente la chitarra elettrica santifica con il suo canto liberatorio, un vero Inno all’Amore Universale; a 7’28” il secondo paesaggio-movimento si fa folk-new age con chitarra acustica e synth fantasmatico che magnifica un nuovo tema cantabile alla Vangelis – che con il suo Blade Runner è stato fonte d’ispirazione per questo album –, per tramutar forma in una danza del ventre ispanico-arabeggiante su fondale urban distopico; a 12’41” la chitarra elettrica rientra in gioco per il terzo movimento che diviene insistente ambiente techno-house acid rock tra Eric Serra de Il quinto elemento e i Daft Punk di Tron Legacy ma più estremo e conturbantemente rabbioso; il quarto paesaggio-movimento a 17’21” nel suo concludersi si affievolisce tornando su quel ticchettio e la chitarra elettrica echizzante, quasi dolorosamente perturbata, spezzata da un rimbombare di battiti tribali e il tema principale che grida tutta la sua disperata ‘ricerca’ (e siamo sempre lì, gira e rigira) di un Mondo Nuovo colmo di Amore Puro.
Degna fine di un viaggio sonoro e psichico che i DY3-thx12-4432 (Davide Perico & Yoshimitsu4432) hanno compiuto con estrema ratio, rendendoci parte integrante nota dopo nota.