And on the Sixth Day – String Theory – Concerto for Horn and Orchestra
Bruce Broughton
And on the Sixth Day – String Theory – Concerto for Horn and Orchestra (2024)
Olivier Stankiewicz, oboe
William VerMeulen, corno
London Symphony Orchestra diretta da Jonathan Bloxham
Naxos 8.559950
9 brani – Durata: 71’57”
Nove vittorie agli Emmy, una nomination agli Oscar per lo score di Silverado, premiato agli International Film Music Critics Award (IFMCA), oltre 130 colonne sonore in curriculum per TV e Cinema, tra cui le popolari Piramide di paura (1985), Silverado (1985), Bigfoot e i suoi amici (1987), Scuola di mostri (1987), Il presidio – Scena di un crimine (1988), Storie incredibili (1985 – 1986: 4 episodi), Miracolo nella 34^ strada (1994), Baby Birba – Un giorno in libertà (1994), Lost in Space (1998) e The Orville (2017: episodio pilota e tema dei titoli), Bruce Broughton (classe 1945), uno degli ultimi gigantissimi veterani della musica per film in stile grandeur hollywoodiana, nel 2022 ha scritto le tre pagine extra cinematografiche presenti nel CD Naxos di recente uscita. “And on the Sixth Day”, “String Theory” e “Concerto for Horn and Orchestra” sono eseguiti in maniera magistrale dalla celeberrima London Symphony Orchestra, diretta da Jonathan Bloxham con estrema vigoria e rigore, con due solisti incredibili a primeggiare: Olivier Stankiewicz all’oboe e William VerMeulen al corno. Per chi ama il tocco compositivo di Broughton, prevalentemente costellato di un rigoglioso sinfonismo tematico, con ricche orchestrazioni cangianti e multiformi, avrà di che stupirsi e di che goderne ascolto dopo ascolto di tutte e tre le composizioni, a loro volta suddivise in tre movimenti ciascheduna, per una durata complessiva di poco più di un’ora.
Il CD debutta con il concerto per oboe solista e orchestra “And on the Sixth Day” che già dal titolo assai chiaro è incentrato sulla biblica creazione del Pianeta Terra da parte di Dio così come narrata nel libro della Genesi: il primo movimento si chiama “Prologue: In the Beginning” che inizia quietamente, con quella apparenza di adagio barberiano che viene immediatamente stravolta dall’entrata dell’oboe di Olivier Stankiewicz, giocherellante pazzamente e furbescamente, con un virtuosismo funambolico da restare a bocca aperta, come in un divertente e fuori di testa cartoon delle Sinfonie allegre disneyane (e Broughton di cartoni animati e film d’animazione ne ha musicati davvero tanti in carriera, ad esempio Bambi 2 - Bambi e il grande principe della foresta, Topolino, Paperino, Pippo: I tre moschettieri, Curve pericolose con protagonista Roger Rabbit, Tiny Toon Adventures), quasi abusando dell’insensata ma autorevole scrittura mickeymousing. L’orchestra cerca di inseguire questo folle oboe assalendolo e circondandolo con archi svolazzanti e ottoni brutali, fallendo miseramente, soggiogati dal caos solo all’apparenza incontrollato dell’oboe stesso e altresì sostenendone così ogni frivolezza nel seguire l’atto della Creazione divina quando <<la terra era informe e vuota>>. Il secondo movimento, dal titolo “Evening”, con un larghissimo sinfonismo soprannaturale, tematicamente meraviglioso e lussureggiante, baciato dalla presenza di un leitmotiv dalle punteggiature romantiche alla Franz Waxman, Bernard Herrmann o Miklós Rózsa, eseguito dalla compagine londinese e contrappuntato dall’oboe e da un misurato violino, segue Dio al sesto giorno mentre crea <<ogni cosa che striscia sulla terra>>, in un apogeo musicale stillante Golden Age Hollywoodiana ad ogni passaggio pentagrammato. Il tema che fa capolino tra le vellutate circonvoluzioni dell’oboe che lo sfiora, lo abbraccia e lo coccola dondolandolo, sul finire di questo movimento arriva a toccare vette fiabesche di ineguagliabile beatitudine e solenne glorificazione (non ascoltavo un leitmotiv così stupendamente elegiaco da tempo e ammetto che la commozione assale inesorabile). Il terzo movimento, “Morning”, in cui, in pieno sesto giorno compiuto Dio <<ha creato l’uomo a sua immagine>>, l’oboe e l’orchestra si rincorrono lietamente in uno scherzo che a tratti appare rammentare nella forma primaria quello di John Williams per Indiana Jones e l’ultima crociata. In verità, già dopo pochi minuti, un tema, al contempo giullaresco e insigne, si palesa in tutta la sua sicura, sfrontata e florida possenza a sottolineare che Dio <<vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono>>, con una sarabanda finale contenente pura epicità.
La seconda composizione dell’album, “String Theory”, è divisa in 17 variazioni su tema in tre tracce: “Prelude, Theme and Variations I-VII”, “Variations VIII-XIII” e “Variations XIV-XVII, Finale”. La prima in cui un violino in assolo, contrappuntato dall’orchestra, performa un leitmotiv dalle parvenze malinconiche, quasi come una sorta di elogio funebre ad un soldato di ritorno dalla guerra (aleggia una williamsiana emozionalità timbrica alla Nato il 4 luglio). La seconda metà della traccia, con boato degli archi pizzicati e battenti sul ponticello, abbandona la malinconia incedente per un finale brillante e pomposo, poi mestamente e dolorosamente concluso in realtà da archi sottesi e gravi. Il secondo movimento-variazione dosa pagine iniziali sfavillanti in forma di scherzo a sospensioni come adagi diradati e soffocati nell’esposizione desolante degli archi, anche se picchi orchestrali, come stilettate d’archi alla Bernard Herrmann, sopravvengono furiosi e aggressivi, per poi finire in un delicatissimo assolo per violoncello e viole in cui il tema cantabile viene pressoché trattenuto e diradato. Il terzo e ultimo movimento-variazione deflagra herrmannianamente con quell’incipit alla Psycho per poi defluire seccamente in un’elegia dei sensi e dell’anima, intenerita e liberatoria, in cui gli archi straordinari della London Symphony sanno raccontare l’indecifrabile ad occhio umano; ad un tratto il racconto si spezza e tra pizzicati e un crescendo inesorabile e mefistofelico, che sembra voler marciare tronfio verso l’uditore, ci trova immersi in un vorticoso incedere d’archi sempre più confondente ma ammantante una qual certa felicità armonica, più che scintillante e solenne.
L’ultima serie di tre movimenti, denominati “Concerto for Horn and Orchestra” (“With Energy”, “Slow and Expressive” e “Energetically”) mettono alla prova la bravura stupefacente del cornista William VerMeulen, primo corno della Houston Symphony per il quale è stato composto il seguente concerto, e paragonati alle esuberanze compositive, naturali e gioiose senza freni, di Mozart. Il primo brano, “With Energy”, dona libero sfogo al cornista di giocare a rimpiattino con i restanti strumenti dell’orchestra che non fanno altro che andare di contrappunto, seguendo pedissequamente i suoi virtuosismi in un crescendo voluminoso, eroico e baldanzoso, in cui il tema araldico da film d’avventura vecchio stile risalta e leggendariamente ringrazia. “Slow and Expressive” è tutto fondato su note gravi e su un andamento triste perpetuante, seppur sottolineato dagli archi e fiati in controcanto delicatamente sedanti e dolcemente rincuoranti, nonché favolisticamente celestiali. Il terzo brano “Energetically”, fin dal titolo, denuncia a chiare lettere una pagina sprezzante ed euforica, anche se ubriaca nella sua partenza quasi sghemba, ma via via sempre più in levare, ricordando certe soluzioni action dinamiche dei western di Broughton, quali il cult summenzionato, plurinominato e premiato Silverado e Tombstone. Il corno di VerMeulen sa ingegnarsi con perturbante sicurezza sciorinando note virtuose tra le strutture tortuose e sempre più fastose della composizione, con un finale che salmodia eroismo.