David di Donatello 2024: L’irresistibile fascino del sottoscala

David di Donatello 2024: L’irresistibile fascino del sottoscala
"Aver portato alcune categorie in alcuni spazi speciali ci sembrava una ricchezza, non una diminutio”. Questa esilarante dichiarazione di Carlo Conti per difendere la decisione di confinare fuori dal palco principale circa metà dei vincitori dei David Di Donatello 2024 è solo una delle perle di quest’ultima edizione. Protagonista assoluto è stato il senso di cialtroneria e di profondo disprezzo che il Premio ha riservato quest'anno ai diversi mestieri del cinema, una realtà plasticamente rappresentata dall’immagine dei costumisti che in un sottoscala ricevono la statuetta appena vinta. Potrebbe sembrare un mal riuscito tributo ai Monty Python ma sfortunatamente è una scena imbarazzante realmente avvenuta che descrive una demarcazione gratuitamente discriminatoria dove l’esposizione mediatica in versione deluxe in presenza di una platea viene riservata agli attori, registi, autori e produttori, mentre a tutti gli altri viene concesso un veloce contentino in un periferico e deserto altrove. E via andare senza tentennamenti perché le regole dello spettacolo non si discutono mica.
Per questi geni della mediocrità televisiva e dell’ignoranza cinematografica i nomi che seguono sono probabilmente sconosciuti: Vittorio Storaro, Milena Canonero, Carlo Rambaldi, Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo, Vittorio Nino Novarese, Pietro Scalia, Piero Gherardi, Danilo Donati. Risparmiandogli la fatica di farlo, vogliamo ricordare che sono solo alcuni dei nomi dei 31 Oscar vinti proprio dalle categorie escluse dal palco principale del David di Donatello 2024 quali: scenografi, costumisti, operatori del suono ed effetti visivi, truccatori, direttori della fotografia, acconciatori e montatori. Ovviamente i nomi degli artisti che abbiamo ricordato sono stati molto utili, ai tempi, per pavoneggiarsi dell’eccellenza italiana nel mondo e per solleticare il facile nazionalismo quanto poi velocemente dimenticare il loro lavoro a favore della consueta trita e ritrita passerella di personaggi noti. In questo senso quest’anno la serata si è arricchita anche delle performance di un ventaglio di pop star italiche che non avrebbero bisogno di ulteriore visibilità ma che non possono mai mancare in una prima serata che si rispetti. La regola aurea di questi eventi è che il pop goda sempre di ubiquità, ovunque e comunque. Non sia mai che si riesca a sentire anche qualcos’altro…

Eppure il quadro generale potrebbe essere stato meno fosco perché i riconoscimenti a Io, Capitano, C’è ancora domani e Palazzina Laf in un altro contesto avrebbero avuto ben altro valore significante e deflagrante. Purtroppo qui, in mezzo a tanta gente di cinema divisa per categorie e steccati, sono sembrati solo il simbolo posticcio di un festival che da una parte supporta l’integrazione dei migranti, i diritti delle donne e della sicurezza sul lavoro e dall’altra genera uno stridente e odioso apartheid nei confronti di una fetta consistente di lavoratori dello spettacolo. Una rappresentazione ottusa e piramidale del lavoro cinematografico che assomiglia alla serie Downton Abbey dove nei piani alti palpitano le nobili star mentre nei seminterrati le maestranze si guadagnano i loro 45 secondi di celebrità (questo il tempo a loro lasciato per i ringraziamenti di rito). Tutto questo non in una manifestazione qualsiasi a carattere locale ma in diretta nazionale all’interno del principale premio cinematografico italiano. Un evento che, per sua natura, dovrebbe invece riflettere correttamente e con sensibilità il ruolo di ogni figura partecipante a quell’opera collettiva che si chiama film.
Ma tant’è…Parliamo ora delle categorie musicali dove da qualche anno è sempre più marcato il dissenso nei confronti dei criteri di voto e di selezione delle cinquine dedicate alla musica (Miglior Compositore e Miglior Canzone Originale) ma più in generale sull’attenzione alla specificità del lavoro del compositore; elemento da non sottovalutare quando di fatto, nella gestione e nelle modalità del David, viene escluso e privato del suo ruolo autoriale.
Naturalmente anche qui rileviamo le stesse dinamiche e lo stesso raffazzonamento riscontrato poco sopra. Uno scarso interesse alla questione musicale si è confermato già durante la conferenza stampa di presentazione dell’ultima edizione del David di Donatello dove la cinquina dei compositori non è stata neanche menzionata (spiacevole episodio rimarcato da una protesta ufficiale dell’ACMF - Associazione Compositori Musica per Film). Un tema non di poco conto perché la confusione ingenerata da una manifesta e strutturale sciatteria e scarsa conoscenza circa le modalità della musica per cinema da parte degli organi del David ha comportato spesso la candidatura e a volte anche la vittoria di colonne sonore che non rispettavano le obbligatorie condizioni di originalità ovvero di essere opere musicali appositamente create per il film.

A nulla è valsa neanche la netta presa di posizione di Franco Piersanti che con una lettera alla presidente Piera Detassis ha voluto rinunciare alla candidatura al David come forma di protesta perché “non si possono mettere a concorrere per lo stesso premio film imbottiti di canzoni dove non si riesce più a distinguere le cose e si crea un equivoco”. Secondo Piersanti, “così come c’è il premio per la sceneggiatura originale e quello per la sceneggiatura non originale”, anche per le musiche «andrebbero tenute distinte le categorie», magari «creando un altro riconoscimento». E infine affrontando le problematiche legate al voto Piersanti chiosa “se prima c’erano degli specialisti per le varie categorie, ora il voto è diventato generale” con il risultato, aggiungiamo noi, che i vincitori delle ultime edizioni sono artisti molto noti al grande pubblico ma di certo non conosciuti come compositori di musica per cinema. Non a caso le due ultime edizioni del premio sono state vinte dai Subsonica e da Stefano Bollani che, senza nulla togliere allo spessore qualitativo di entrambi, appartengono sicuramente ad ambiti musicali con una popolarità e una visibilità ben diversa da quella della musica applicata. Un dettaglio che, al momento del voto, gioca un ruolo di primaria importanza perché i giurati, dovendo dare un giudizio su tutte le categorie senza magari aver avuto il tempo di ascoltare le varie colonne sonore, tenderanno a votare i nomi più popolari. Ad ogni modo per l’Accademia tutto questo clamore sembra essere solo un fastidioso ronzio di fondo perché, ed è ciò che più conta, tutte le prese di posizione sollevate da associazioni e professionisti di livello non hanno comportato alcun correttivo ma, ancora peggio, neanche una risposta. Nessun cenno alla rinuncia di Piersanti durante la serata finale, anzi è stata addirittura presentata la sua candidatura come se nulla fosse. Un muro di gomma.
In ultima analisi la sensazione è che il David di Donatello abbia ormai imboccato la strada di tante manifestazioni televisive nazionali dove il culto del gossip, della superficialità e dell’omologazione culturale sono gli unici punti di riferimento previsti. Un mondo arroccato in sé stesso dove, con fiera e televisiva protervia, la storia e la cultura cinematografica più autentica viene buttata senza tanti complimenti nel sottoscala.