The Life You Wanted & Julian Schnabel: A Private Portrait
Gabriele Roberto
La vita che volevi (The Life You Wanted, 2024)
Netflix Music
30 brani – Durata: 53’42”
Una transgender di nome Gloria risiede serenamente a Lecce, quando la sua vita viene scompaginata dalla comparsa di Marina, una sua vecchia amica proveniente da Napoli. Questo incontro le farà riaffiorare ricordi prima della sua transizione che non voleva più rammentare e che le saranno alquanto dolorosi e perigliosi. Firmata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta, questa serie TV di Netflix, La vita che volevi, è commentata musicalmente da uno dei compositori italiani migliori e più intuitivi nel rapporto note tra le immagini che ci sia su piazza da ben 18 anni a questa parte, il maestro cuneese di nascita Gabriele Roberto (da noi intervistato anni addietro).
La sua carriera nell’ambito cinematografico lo ha visto impegnato in pellicole quali La vita facile, E’ nata una star?, Viaggio sola, Io e lei, la prima e seconda stagione de La compagnia del cigno, anche se la sua attività primaria compositiva lo vede residente in Giappone, a Tokyo, da diversi anni e diversi riconoscimenti ottenuti, tra cui il prestigioso Japan Academy Award, il premio più importante nipponico in ambito cinematografico, dove compone musiche per film, animazione e spot; è attivo anche come orchestratore e arrangiatore per gruppi musicali giapponesi. Lo score scritto per questa serie TV drammatica ha parecchie sfaccettature tematiche e si passa da rimembranze stilemiche alla Carlo Rustichelli ed Ennio Morricone a Samuel Barber.
“Fat Cannot Divide Us” apre l’album digitale della partitura con un leitmotiv rustichelliano per chitarra acustica, mandolino, piano, fisarmonica e archi: un lirico tema mediterraneo dal sapore ancestrale e melanconico che strazia l’anima (non solo della protagonista). “A Car in the Dark” parte percussivamente tetro con gli archi e l’arpa che sopraggiungono accennando un tema nuovo dal sapore morriconiano/barberiano per film suspence anni ’70. “It’s Been A Long Time” esplode pomposamente drammaturgico e mozartiano con quel suo crescendo iniziale, per poi virare con la chitarra e archi verso lidi nostalgicamente accesi. “Towards Gloria’s Home” rivede in maniera brillante e giocosa il tema portante del primo brano con un andamento spensierato e grottesco. “Amorous Encounter” è traccia sottesamente drammatica e dolorosa per archi e fiati. “Revelation” ci mostra il tema portante in una versione valzeristica dalle arrovellanti nuance sonore Parisien. Sospensioni armoniche falsamente quiete per archi in “Andrea’s Despair” con tensivo crescendo finale. “The Covenant” per fisarmonica e chitarra solisti in controcanto, con gli archi sullo sfondo a modulare tematicamente, in cui il tema principale si fa nostalgicamente affranto: rievocazioni di un Narciso Yepes per Giochi proibiti si insinuano tra le note. “Sergio’s Stance”, per chitarra acustica e violoncello solisti, traccia un ennesimo tema, stavolta guardingo e misteriosamente arcaico. “Ernesto’s Consolation” per assolo di chitarra acustica che delinea un temino mediterraneo lieve e desolante. “Escape” suona tremebondo e sospeso negli archi per poi trasalire con percussioni e gli stessi archi in levare sempre più allarmanti. Archi giocherellanti e sospettosi al contempo, con assolo di violoncello alla Alberto Iglesias per Pedro Almodovar, nel breve ma intenso “Gloria vs. Eva”. Rustichellianamente volubile il valzer brioso per archi e fisarmonica di “Gloria’s Eyes”. “Rushing To The Ospital” è un pezzo circolarmente ipnotico che si sveglia nella seconda parte con il tema morriconiano/barberiano in crescendo orchestrale ritmico pop in tutta la sua ineluttabile drammaticità; davvero una grande orchestrazione. “Birthing Room” ci presenta un nuovo tema aleatorio e soave nel medesimo tempo, con quegli archi e fiati svolazzanti. Ritorna dolcemente lieve questo leitmotiv in “Salvatore’s Birth”, con un’orchestrazione delicatamente alla Alan Silvestri, dove nel finale si mescola con il tema di Gloria. “Caring Like A Father” è un’elegia per archi, piano, violino solista che sa commuovere in maniera perdurante. “Marina’s Crisis” è un vigoroso crescendo orchestrale in cui primeggia un violino esultante. Morricone fa capolino con tutta la sua intima commozione lirica nel bellissimo “Gloria and Marina”, per violino solista, archi e chitarra in assolo nella seconda metà del brano. “Pietro’s Menace” è traccia ricca di tensione sottesa e ostile nel suo progredire timbrico sempre più allertante e continuativo. “Salento” è una gioia musicale danzante, dagli stilemi jazz, di matrice mediterranea, argomentante in tutta la sua levità la bellezza paesaggistica della Puglia e di tutti quei luoghi del Sud Italia che inebriano anima, corpo e mente. “Pietro’s Assault” si gonfia orchestralmente di tutta quella aggredente pericolosità del personaggio da cui prende il titolo: il finale concitante ha un mozartiano divenire che progressivamente magnetizza l’uditore. Andamento funereo sollecitante prepotenza lo si ascolta in “The Blackmail”, con quella stesura pentagrammata morriconiana per thriller politici anni Settanta. “Kidnapping” risuona orchestralmente minaccioso nel suo fluire via via rigonfio di tensione e brutalità: il fagotto solista compare a metà a tratteggiare tutta l’assurda violenza del caso. “Fireworks on Love” è un deflagrante levare d’archi con sottintesi armonici barberiani dolorosissimi. “Eighteen Months Later” ripresenta il tema morriconiano per eccellenza, ancora una volta in tutta la sua profonda e amorevole tragicità lirica (scusate la digressione ma quanto ci manchi caro Ennio!). “Marina’s Theme” è un nuovo leitmotiv altamente amaro e nostalgico per piano e violino solista dall’acuta cantabilità struggente. “Gloria’s Theme For String Quartet” vede il tema portante in una veste per quartetto d’archi che sempre più barberianamente comunica ancora una volta quell’urgente desiderio di rifuggire dal passato per ritrovarsi in una nuova vita. “The Life You Wanted” suona talmente ammaliante, danzante e luminescente da farci dondolare con il corpo e la mente come in una sorta di trance emotivo liberatorio. Idem “Gloria”, che chiude l’album, con quell’assolo della chitarra alla Narciso Yepes per Giochi proibiti su archi ariosi e illuminanti, inneggianti e rischiaranti, con postilla rappacificante e dolcemente lieve.
Gabriele Roberto
L’arte viva di Julian Schnabel (Julian Schnabel: A Private Portrait, 2017)
Air-Edel Records
11 brani - Durata: 32’30”
Abbino a questa recensione della serie TV di Ivan Controneo questa score del 2017, scoperta ahimè troppo tardi ma di una bellezza fulminante e addolcente: L’arte viva di Julian Schnabel è un documentario per la regia di Pappi Corsicato sul pittore e regista Julian Schnabel (Basquiat, Prima che sia notte, Lo scafandro e la farfalla, Miral), con la partecipazione di moltissimi attori e artisti tra i quali Bono, Al Pacino e Willem Dafoe.
Gabriele Roberto concretizza una partitura dagli stilemi iniziali solo all’apparenza desplatiani, con sensazioni sintetiche nella seconda parte alla Vangelis ed una propensione al lirismo più commovente e cingente: “Valse For Julian” è uno di quei leitmotiv alla Desplat che non vorresti smettesse mai di suonare, con quel tondeggiante e carezzevole valzer deliziante nota dopo nota. “Sao Paolo Exhibition” punta tutto su astrattismi pianistici, con intervento conclusivo degli archi che sanno infondere delicatezze pittoriche armoniche e timbriche molto francesi nel loro diramante e abbracciante sentimento, stavolta legrandiano. Un violoncello e un synth si riscaldano vicendevolmente e romanticamente nel leitmotiv elegiaco di “A Friend Called Lou Reed”. “Julian’s Family” è minimalistico nel suo soave piano circolare sorretto da delicatissimi archi pensierosi e gioviali al contempo. “J.M. Basquiat” riecheggia sinteticamente etereo, con quella chitarra elettrica solista cantante il tema. “Julian’s Childhood” per piano, tastiere e chitarra elettrica rimbomba leggermente intangibile, anche con il sopraggiungere del violoncello solista nella seconda parte del pezzo a melodiare un tema delicatamente fanciullesco. “Before the Night Falls” risuona come il precedente brano, quasi come una costola sonora perdurante e più elegiaca nella sua figura astrattiva in levare. “Julian in New York”, per piano e synth, tratteggia linee intangibili come le silhouette architettoniche dei grattaceli newyorchesi intoccabili senza poter avere la capacità di volare tra di essi come un uccello. “Physical Gesture” possiede tessiture sintetiche vangelisiane anni ‘80 profondamente fantascientifiche e surrealiste. “Ringing Bells” ha il medesimo carattere sonoro del brano anteriore. Si chiude l’album digitale con il gocciolio atmosferico per pianoforte e synth di “Art Worth a Lifetime” in cui ritroviamo il leitmotiv principale.