I banchieri di Dio – Il caso Calvi

cover_banchieri_di_dio.jpgPino Donaggio
I banchieri di Dio – Il caso Calvi (2002)
Emergency Music Italy / Tendenze Edizioni Musicali / Virgin Dischi
20 brani - Durata: 47'05''



Nato dalla penna del giudice-scrittore Mario Almerighi (che si occupò del caso e pubblicò l'omonimo libro inchiesta nel 2001), I banchieri di Dio – Il caso Calvi è stato riconosciuto film di interesse culturale nazionale dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali Italiano. Giuseppe Ferrara riesce a dare alla luce questo progetto dopo un lungo travaglio iniziato fin dai tempi de Il caso Moro (1986), quando la parte del banchiere Roberto Calvi doveva essere affidata a Gian Maria Volonté (che già interpretò Moro e al quale viene dedicato dal regista I banchieri di Dio).
Fu bocciato da Berlusconi e Cecchi Gori cinque anni dopo e riesumato nel 2001 per interessamento di Rai Cinema che lo produsse poi insieme alla Sistina Cinematografica dello stesso Ferrara, Metropolis Film e TELE+. Dopo l'uscita nelle sale italiane (l'8 marzo del 2002), i travagli non finirono perché, su denuncia del faccendiere sardo Flavio Carboni (nella pellicola interpretato da Giancarlo Giannini), il film venne sequestrato.
Ferrara cerca di penetrare i misteri impenetrabili delle intricate vicissitudini del crack del Banco Ambrosiano con una sceneggiatura (composta a quattro mani con Armenia Balducci, attrice ed ex compagna di Volonté) di due ore intensissima e a tratti altrettanto impenetrabile, nella quale i tagli della cinepresa sono numerosissimi e i dialoghi sempre tendenzialmente incalzanti e serrati. Calvi viene rappresentato quasi più come una vittima stritolata da altri poteri che, alla resa dei conti (in senso letterale), lo abbandonano al suo inevitabile destino. Al lucido e luciferino banchiere si alternano immagini di un uomo disperato che si abbandona a improvvisi sfoghi di pianto e a un tentativo di suicidio da intossicazione da farmaci. Ma l'effetto emotivo è pressoché inesistente perché Ferrara si disinteressa dell'interiorità dei suoi personaggi mantenendo il distacco e raffigurandoli come losche figure di arcani tarocchi che compaiono e scompaiono come presunti tessitori di una matassa non ancora sbrogliata. A tratti assumono addirittura toni ironico-caricaturali (si pensi alla figura dell'allora Presidente del Consiglio Andreotti o a quella di Mons. Marcinkus, una sorta di boss con tanto di sigaro, mazze da golf e belle donne al seguito). Giovanni Paolo II non viene mai mostrato in volto per rispetto, ma ha la voce imitata del vero Wojtyla. Per non parlare di Licio Gelli e della sua pronunciata inflessione toscana e il gigionesco faccendiere Pazienza (interpretato da Alessandro Gassman). Tuttavia il film gode di una ricostruzione accurata e fedele e mette totalmente a nudo le collusioni del Banco Ambrosiano e la tesi dell'omicidio (ancora oggi le indagini si susseguono con nuove dichiarazioni e incredibili risvolti). L'ottimo Omero Antonutti (che in quegli anni si alternava con la sala di doppiaggio per la voce italiana di Christopher Lee nella trilogia de Il Signore degli Anelli) - già Sindona ne Un eroe borghese di Michele Placido di sette anni prima e con una notevole somiglianza col vero banchiere - è un Calvi nervoso, enigmatico e senza sorriso, che cerca in tutti i modi di sanare il grosso buco finanziario della sua banca sperando nell'aiuto di chi aveva ricevuto da lui finanziamenti a sostegno di campagne politico-ideologiche e militari. Ma è un affare troppo grande e il suo folle tentativo di salvare e salvarsi finisce nel giugno 1982 con una corda al collo sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra.
Pino Donaggio torna a collaborare con la letteratura noir di Ferrara per la quarta volta (dopo Il caso Moro nel 1986, Giovanni Falcone nel '93 e Segreto di Stato nel '94) e lo fa confezionando una colonna sonora che sintetizza un po' i quindici anni di collaborazione tra i due artisti e ne diviene il manifesto forse più interessante e stenograficamente maturo della loro produzione. Donaggio mantiene lo stile già sperimentato e codificato nei precedenti film del regista, con una scrittura tendenzialmente minimalista e livellare, aperta a un dinamismo modulare e a mordaci sviluppi, ma nell'ordine di cellule a breve gittata che sottendono altri moduli. Agli elementi acustici dell'orchestra bulgara diretta da Natale Massara si aggiungono le ritmiche e la programmazione elettronica dell'abituale collaboratore Paolo Steffan. All'impatto ritmico più enigmatico-tensivo de “I banchieri di Dio” si succedono tracce come “Fermo di polizia” (e poi “Intrighi stranieri”), con la sua concitata ostinazione e il suo sound tipicamente poliziesco e brani più dilatati quali “Cambio di poteri” e “Attentato al Papa”; i ritmi più frenetici della partitura non sempre coincidono con i ritmi visivi della pellicola e viceversa, restituendoci un effetto di reciproca compensazione e di mutua simbiosi nell'intento descrittivo-illustrativo, affinché immagine e musica convivano in coordinamento armonico e non si disturbino. Compaiono intimistici e nostalgici rintocchi pianistici ne “La figlia allontanata” e ne “La partenza della moglie”, mentre lo stile livellare e modulare è ben ascoltabile in “Tentato suicidio” e, col ricorso a un fatico accenno metalinguistico, nell'incipit di “Messaggio mafioso”, col ricorso al sound di strumenti legati al contesto siculo e alla cultura mafiosa (una sorta di synth-marranzano, un flauto acuto e un accordo finale con timbrica organistica che prelude naturalmente a un funerale). Ancora più gustosamente intuitivo il metalinguismo del brano “Domine”, con l'ostinato mononota del coro maschile su testo sacro latino pretestuoso Domine Jesu, sorta di monodia gregoriana (che non manca in funzione interna nel brano “Vaticano”) che però, architettato poi con sviluppi synth e ritmiche dance e gravi cesellature di clarinetto, ne derivano un funzionale pezzo new age di contestualizzazione (e anche un po' retro outfit anni Ottanta) prima montato sul meccanico conteggio dei soldi destinati ai paradisi fiscali dello IOR e poi per supportare la deambulazione di Calvi nei corridoi del Vaticano per l'incontro col Pontefice. Tipico dello stile Ferrara-Donaggio e in particolare potenziato in questo film è il ricorso a colpi e incipit o tappeti sonori creati al synth, poi sviluppati in acustico dinamismo seriale (traccia “Black Friars Bridge”). “Hotel Chelsea Cloisters” alterna la concitazione dell'ouverture con un rallentamento e svuotamento sviluppato in un ingresso di archi con grammatica e intensità in aumentazione. Umore di gusto dark jazz ma in salsa minimalista nel sax di “London” e ricorso a monostrutture che, sebbene impercettibilmente nel procedere edificatorio del through-composing, indagano nella apparente staticità dando forma ameboide e imprevedibile a strutture cellulari anche piuttosto complesse a livello strumentale ed episodicamente improvvise (“Non credo più ai politici”). Partitura disegnata e raffinata che traduce una creatività intelligente e una grammatica colta ma sapientemente fruibile che, come nell'oscuro gioco di poteri in atto, non risolve mai ma lascia le sue strutture in un dialogo ripetutamente aperto e pronto a nuovi subitanei e sfuggenti episodi ritmici, timbrici e armonici.

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