26 Giu2013
Harem
Philippe SardeHarem (Id. – 1985)
Quartet Records SCE058
14 brani (1 canzone + 13 di commento) – durata: 49’50”

L’amante (1970, sua prima partitura per il Cinema), L’inquilino del terzo piano (1976), Tess (1979), La guerra del fuoco (1981), Fort saganne (1984), Pirati (1986), L’orso (1988) sono solo alcune delle notevoli colonne sonore composte nella sua durevole carriera dal compositore francese (classe 1945) Philippe Sarde, il quale ha dato voce cine-musicale a registi celebri come Claude Sautet, Marco Ferreri, Bertrand Tavernier, Roman Polanski, Jean-Jacques Annaud, Georges Lautner, Costa-Gravas, André Téchiné, giusto per citare quelli con i quali ha stabilito un prolungato sodalizio. Harem del 1985, diretto dall’esordiente Arthur Joffé, con Ben Kingsley e la bellissima Nastassja Kinski protagonisti assoluti, parla di un’affascinante giovane donna americana indipendente che viene rapita a New York da un ricco principe arabo e condotta nel suo harem.
Logicamente lo sceicco riserverà alla giovane suadente donna un comportamento gentile e farà sì che ella cada tra le sue braccia. Ma un destino infausto è dietro l’angolo. Una grande produzione per un dramma romantico dalla sceneggiatura ordinaria, altamente soporifero. Che nemmeno uno score da premio Oscar (non è che l’abbia ricevuto ma se lo sarebbe meritato!) ha potuto salvare, seppur dando lustro a molteplici scene del film di poco impatto visivo ma patinate e favorite da una musica di Sarde tribale, sinuosa, aggrazziata, melodicamente sublime, con un tema principale che strazia il cuore. Infatti se il film non è indispensabile vederlo, la sua partitura è una gemma rara da serbare accuratamente: ogni singolo brano presente in questa ottima edizione stampata per la prima volta dalla Quartet Records è una delizia per le orecchie, soprattutto oggi che è difficile scovare una bella partitura in un marasma di spazzatura cine-musicale senza un tema uno che valga la pena ascoltare (tranne ovviamente i compositori europei odierni che dicono davvero molto con le loro ambiziose ed eccellenti composizioni cinematografiche!). Si parte con la distintiva voce in falsetto di Jimmy Sommerville, leader dei Bronski Beat prima e dei The Communards dopo, che espone il meraviglioso tema primario nella canzone “Hey Stranger!”, supportato da un’esecuzione sul fil di lana della possente e delicata al contempo ed autorevole London Symphony Orchestra, diretta e orchestrata da Billy Byers. Una “Love Song” che ad ogni ascolto successivo acquisisce ancora più forza e valore emozionale!
La traccia seguente, “New York”, combina un coro liturgico (The Ambrosian Singers Choir) con un’iniziale voce muezzin che lascia spazio ad un lungo brano tra l’orientaleggiante e il religioso. “Diane” colora di romanticismo e mistero il personaggio della Kinski attraverso un nuovo leitmotiv che fa un uso vellutato di fiati, archi e strumenti arabeggianti (in questa performance la fattura esecutiva della fantastica London Symphony è qualcosa di pregevole!): il main theme diviene qui pura poesia sonora.
“Escape” è un pezzo che respira di deserto con i suoi prolungati interventi tribali. “The Beach” è un andante lieve per archi, arpa, fiati in cui il tema di Diane, privo dell’intrusione del motivo portante, risplende in tutta la sua soavità esecutiva. “A New Wife” mette in mostra il tema primario in forma di scherzo, in realtà un valzer vibrante e classicheggiante. “Car Promenade” espone il leitmotiv per piano, su tappetto d’archi, eseguito da Warren Bernhardt pigiando sui tasti dell’emotività più prolungata per lasciare spazio successivamente ad un pieno orchestrale arioso (di quei brani che ti entrano dentro senza lasciarti andare più!). “Hamman” è la versione arabeggiante del leitmotiv in cui l’orchestra ad un tratto delinea un valzer armonioso e maestoso (altro brano da capogiro!). “Captive Days” con il suo coro misterioso e le percussioni introduttive ci fa credere che tutto volge al peggio, in verità subito dopo il tema portante diviene un allegro in crescendo in cui fiati e archi giocano a rimpiattino dolcemente. “The Bag” è una traccia lieve per violino e arpa in solitaria sempre su tappeto d’archi. “The Desert” è un brano sospeso, quasi indecifrabile, che ad un certo punto diventa un ondivago percorso orchestrale che sale, sale, sale come la sabbia del deserto, per l’appunto. “Freedom”, per piano solo, tramuta il leitmotiv principale in tenue improvvisazione jazzistica. Il lungo “Harem” riprende il coro liturgico ascoltato all’inzio dell’album per poi abbandonarlo e dare voce ad un violino addolorato su archi ondeggianti e fiati zigzaganti, tutto per esporre nuovamente il bellissimo tema portante con il tutto orchestrale dapprima maestosamente e poi mestamente.
Il conclusivo “Selim” (il personaggio di Kingsley) racchiude l’anima arabeggiante e cedevole all’amore più estremo del leitmotiv per un finale d’album a dire il vero non proprio consolatorio, pur nella sua esposizione pentagrammale sottile e carezzevole.