06 Mag2013
Piovani cantabile
Nicola Piovani
Piovani cantabile (2013)
Sony Music 88883703272
22 brani – Durata: 60’00”
Del resto proprio il 67enne compositore romano e premio Oscar è , tra i nostri autori di musica cinematografica, colui che può vantare il rapporto forse più durevole, continuativo e proficuo con la canzone come genere: un rapporto iniziato negli anni ’70 con la collaborazione con Fabrizio De André, e da allora mai interrottosi, pur all’interno di una filmografia – italiana e internazionale – vastissima.
“Piovani Cantabile” può considerarsi la summa, la sintesi, l’apoteosi di questo percorso: in ventidue brani, con il contributo di alcune delle più belle, personali e diverse voci italiane e spaziando nei generi più svariati (dalla vera e propria romanza tenorile al brano da varietà, dalla canzone popolare al refrain parodistico, dal cabaret allo stornello, dalla reminiscenza del lied al song autoriale sino alla lullaby), Piovani attraversa obliquamente tutti i generi “cantabili” della musica italiana, esaltando le caratteristiche specifiche di ciascun artista nonché le potenzialità metriche e fonetiche di testi spesso altamente poetici, sfruttando appieno il contributo eccezionale di alcuni strumentisti di prima linea, ma soprattutto modellando il proprio linguaggio nelle più diverse direzioni e colorature espressive, secondo quel polistilismo cangiante, ora brillante ora malinconico, ora popolaresco ora raffinatamente salottiero, che è il tratto precipuo della sua poetica musicale.
Non v’è dubbio che la caleidoscopica varietà di stili e temperamenti vocali qui chiamati a raccolta dal maestro non abbiano potuto far altro che incentivare ulteriormente, sino ad una vera e propria apoteosi, l’eclettismo di scrittura di Piovani, lasciandogli briglia completamente sciolta nel divagare fra i linguaggi, pur all’interno della forma-canzone. Una libertà formale che peraltro non è mai disgiunta in questo compositore da una fortissima vena mediterranea, solare, innervata di suggestioni gitane, zingaresche, danzanti e non di rado apertamente anche se affettuosamente caricaturali.
Alla guida della Brescia Orchestra, duttile e precisa come un unico strumento, e con il contributo solistico di presenze eccelse quali – tra le altre - il violoncello di Giovanni Sollima, la tromba di Fabrizio Bosso, la chitarra di Giulio Tampalini, l’arpa di Luisa Prandina, il bandoneon di Gino Zambelli, il contrabbasso di Ferruccio Francia, oltre al Quartetto d’Archi del Teatro la Scala e all’autore stesso in veste di pianista, Piovani inanella così un sofisticato affresco “chansonnier”, un percorso di brani – che egli stesso introduce uno per uno, con poche ma preziose righe - raccordato da brevi, toccanti “intermezzi” strumentali ciascuno dei quali si aggancia come atmosfera al brano successivo: così da strutturare l’album come un “viaggio” di evocazioni, paesaggi sonori, storie d’amore e di delusioni, sorrisi e lacrime, fiabe e drammi realisti, sberleffi e lamenti, tutti all’insegna di una sottile ironia (grazie alla strumentazione sempre aggraziata e accattivante, ma spesso pungente e a tratti tardostravinskyana) e tutti di suggestione intimamente poetica: come testimoniano, quasi superfluo sottolinearlo, i testi delle canzoni, che recano le firme di Piovani stesso, Vincenzo Cerami, Roberto Benigni, Noa e financo Luigi Pirandello.
Diciamo subito che di provenienza filmica sono solo due brani: la struggente sino ai brividi “Canzone del mal di luna”, un canto disteso e passionale su testo popolare siciliano che proviene dal soundtrack di Kaos (1984), l’apologo pirandelliano dei fratelli Taviani e che qui è offerto con una tensione lirica senza pari dalla palermitana Giusy Ferreri, per la prima volta alle prese con un testo del proprio dialetto natìo; e poi, preceduto da una sublime, disarmante lettura per cello e archi del “Buongiorno principessa – Largo”, tocca a “Sorridi amore e vai”, ovvero la beguine notissima, sorridente e quasi canzonatoria che identifica il personaggio di Roberto Benigni in La vita è bella (1997), e che lo stesso protagonista offre qui su proprio testo, supplendo con l’irresistibile umanità e il bel colore della voce ad un’intonazione non proprio impeccabile.
Ma le gemme di “Piovani Cantabile” sono forse altre. “E lalabài”, nella vocalità quasi trascendentale di Giorgia, si rivela una ninna-nanna mesta e sotterraneamente inquietante, mentre “Alla fine della storia”, su testo di Piovani e Cerami, sceglie la forma di un tenue valzer alla francese per affidare alla personalità e alla crepuscolare freschezza di Francesco De Gregori il filo di una love story dall’esito infelice: da notare – qui e altrove – la sapienza dello strumentale, l’inserimento del bandoneon, la carezzevole discrezione degli archi, in una parola l’inconfondibile “colore” della tavolozza di Piovani. “Al Simbonèi” è forse uno dei vertici dell’album: introdotta dal sornione effetto grottesco del combinato di tastiere e trombone “scivolato”, la voce unica, tesa e vibrante, assolutamente “teatrale” di Peppe Servillo racconta una ministoria “noir” dalle vibrazioni esotiche e irreali, ramificandosi armonicamente in direzioni imprevedibili e sbilenche; del tutto sorprendente poi la dedizione con cui la voce persino affaticata, ma intenerita e caldissima, di Gianni Morandi si impadronisce di quel “Quanto t’ho amato” originariamente scritto per e su Benigni, e ripresa in duetto – su tonalità più alta – dalla limpida e sensuale Noa, su proprio testo inglese. Brano questo preceduto da una magistrale “Pantomima per archi” del Quartetto della Scala, di imperiosa e scintillante fattura neoclassica.
Altra sorpresa è imbattersi – dopo un’altra saettante performance del quartetto d’archi scaligero in uno scattante, nervoso “Tanguillo” - nella voce, solitamente abituata a distensioni melodiche accaldate e passionali, di Fiorella Mannoia alle prese, contestualmente, con il tango di “Vai col treno”: un pezzo di bravura fondato sull’imitazione iniziale da parte della batteria di un convoglio in corsa e su un testo sillabato ritmato a scatti, in cui la cantautrice romana, con il contrappunto ammiccante della tromba di Bosso, racconta di un amplesso consumato in un vagone-letto.
Un “Rag-out” in stile honky-tonky del piano di Piovani ci introduce ad una nuova svolta, una nuova citazione e un altro dei tasselli artistici dell’album: Jovanotti e “Quando verrà”, un perfetto ragtime dal sapore vintage (con tutti gli effetti sonori del caso), in cui il compositore sfoggia quell’abilità nel ripercorrere a ritroso stili musicali anche remoti che è uno dei suoi assi nella manica. Ed è subito tempo d’opera, o giù di lì: un lunare trio per cello, arpa e marimba (“Habanera della sera”) preludia alla “Romanza di Liolà”, il focoso e palpitante canto introduttivo del protagonista di cui all’omonima commedia pirandelliana del 1916, che l’accorata interpretazione del tenore Vittorio Grigolo, dall’estensione formidabile ma capace di mezzevoci e mezzetinte che ricordano l’indimenticabile Franco Corelli, riveste di un pathos travolgente.
“Piovani Cantabile” è anche un album di saporitissimi contrasti ad effetto. Il tempo di gustare un movimento quasi alla Satie in “Allegretto blu”, dove dialogano Piovani al piano e il flauto dolce di Alessio Mancini, ed ecco il brano più esilarante del cd nonché uno dei suoi tour de force virtuosistici dal punto di vista testuale (firmano Piovani e Cerami, in stato di grazia): “Gasparì (à Paris)”. Qui siamo in pieno clima da avanspettacolo, e l’irresistibile, petroliniano Gigi Proietti ce lo ricorda nei suoi calembours, con la sua dizione ferrea e l’elasticità di una voce cartoonistica, giocando su una metrica tanto surreale quanto implacabile. Il tour musicale di Piovani & Friends ci conduce poi in Sudamerica, dove le funamboliche evoluzioni della tromba di Bosso circondano la passionale voce di Tosca in “Il merlo innamorato”, ancora una storia d’amore sfortunata e mediterranea ma offerta sul vassoio di una ritmica indiavolata e di una irrequietezza timbrica vorticosa.
Pianoforte e voce, quella di Giorgia, per “Near you”, unico brano in inglese su parole di Noa: l’incipit, quasi un “motto” iterato, oscillante, del piano nel quale affiora riconoscibile uno degli stilemi del compositore, è quasi un lacerto melodico sconsolato su accompagnamento di terzine, cui la cantante si unisce lasciandosene condurre, in un testo, quello della cantautrice israeliana, che è ancora amoroso ed ancora intimamente, sobriamente intriso di malinconia.
Nella pur ricca discografia di Piovani, eccoci dunque davanti a un album unico (ma speriamo non irripetibile) nel suo genere, straordinariamente emozionante e suggestivo, che abbatte barriere tra generi musicali o stili canori nell’unica maniera possibile, o comunque conosciuta a questo compositore: mescolandoli.