Mannaja

cover_mannaja.jpgGuido e Maurizio De Angelis
Mannaja (1977)
Cometa Edizioni Musicali CMT 10016
20 brani (16 di commento + 4 canzoni) – durata: 37’ 40’’

 

Nella seconda metà degli anni Settanta, il western all’italiana, dopo l’involuzione comico-demenziale della prima parte del decennio, conobbe un’effimera e parziale fase di rinascita durante la quale vennero girate pellicole quantomeno dignitose che, in ottemperanza alla concezione italica del genere, mantenevano alto il tasso di efferatezza delle scene e la rozzezza dei personaggi, ammantando però le situazioni con nuance crepuscolari. Vale la pena di ricordare tutti i pochi titoli di tale stagione: Keoma (1976), California (1977), forse il meglio riuscito, Sella d’argento (1978), il meno violento in quanto dichiaratamente destinato ad un pubblico di famiglie, ed appunto Mannaja. Maurizio Merli, star indiscussa del “poliziottesco”, interpreta qui il ruolo di un atipico cacciatore di taglie, così soprannominato per l’abilità con cui maneggia la scure. Il suo obiettivo è vendicare la morte del padre della quale è responsabile Edward McGowan (Philippe Leroy), sindaco proibizionista di Suttonville e ricco possessore di una miniera d’argento. Sul suo cammino Mannaja incontrerà però altri due villain ben più pericolosi: Theo Woller, poco devoto secondo di McGowan, e il bandito Burt Craven, doppiogiochista privo di scrupoli.
I fratelli De Angelis hanno scritto per l’occasione uno score già allora capace di lasciare un che di nostalgico, forse anche per la consapevolezza della fine di un genere. In ogni modo si tratta di un’opera abbastanza varia e piacevole sulla quale, nonostante le inevitabili citazioni, i due compositori non faticano ad imprimere il loro marchio di fabbrica.
Innanzitutto ci sono due belle canzoni i cui testi descrittivi ricorrono però a metafore un po’ elementari e scontate. “Wolf”, amalgama tra voce cavernosa, arpeggio di chitarra acustica a note ribattute ed abbellimenti per armonica a bocca, parla della solitudine di Mannaja e del suo accanimento nel braccare i nemici, paragonandoli a quelli di un lupo. Proposta per la prima volta nei titoli di testa, ne verranno ripresi successivamente degli spezzoni più che altro per riempire le scene di raccordo; “To the adventure” e “To the adventure #2” sono invece versioni strumentali rispettivamente per tastiera e armonica a bocca. La seconda song, “Snake”, commenta in termini espliciti il tradimento consumato da Craven, infido proprio come un serpente, ai danni di Mannaja. Sul piano musicale è un pezzo country-rock a più voci che rifà il verso allo stile degli Eagles. Anche qui non mancano le ripetizioni strumentali con le chitarre acustiche ed elettriche in primo piano.
Alcune scene del film risentono pure di influssi horror: quando, nel prologo ambientato in una brumosa palude, Mannaja insegue senza pietà Craven e gli taglia di netto un braccio lanciandogli l’arma; quando nella città di Suttonville arriva una carrozza guidata da un moribondo; quando lo stesso Mannaja, catturato dagli uomini di Woller, viene sottoposto alla tortura del sole che lo acceca; infine, quando, in una nebbia surreale, si svolge il duello finale con Woller e i suoi feroci mastini. Tutte queste sequenze sono commentate dal brano “The unknown”, mix di cacofonie varie su un basso elettrico che pulsa come il battito cardiaco.
Nella pellicola dominano i toni cupi di un autunno fangoso e non casualmente l’arrivo della coloratissima carovana delle ballerine del saloon porta un’inedita ventata d’allegria anche nelle musiche, che si impennano con l’immancabile motivetto tipico intitolato “Cheerful saloon”. Una delle quattro versioni testimoniate sul disco viene però usata anche per la scena in ralenti dell’eccidio conseguente al falso rapimento della figlia di McGowan, creando un curioso effetto straniante.
L’accenno di idillio tra il protagonista e una delle ballerine, interrotto bruscamente dall’uccisione di lei, ha in sottofondo “Ok cowboy”, l’unica traccia da cui affiora una vena di romanticismo, che però mantiene un certo sapore country per l’uso della chitarra acustica e dell’armonica a bocca.
Da ultimo, merita una citazione anche ”Dream’s memories”, nella quale i suoni trascinati dell’armonica e gli esitanti accordi della chitarra creano un’atmosfera sospesa.
Il disco, edito dalla rediviva ed attivissima Cometa Edizioni Musicali, ripropone ed integra con inediti un vecchio LP della medesima casa discografica ed una più recente pubblicazione in CD della RCA che abbinava questa OST ad alcuni estratti da Tedeum (1973), altro western firmato da Guido e Maurizio De Angelis.

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