Bond 25
AA.VV.
The Royal Philharmonic Orchestra - Bond 25 (2022)
CD + doppio vinile + album digitale
Decca Classics 0882901 / 0885909
25 brani - Durata: 77'00"

Riproporre le musiche dei film di Bond è sempre un'impresa delicata, perché il loro stretto legame con le immagini e la loro ampia diffusione attraverso gli album delle original soundtracks può innescare un pregiudizio/senso critico per quanto non suona come si vorrebbe e ci si aspetterebbe... Difficile infatti accettare un concetto di cover o new rendition su partiture che appartengono a un vissuto e ad una personale library audio-mnemonica. Tuttavia queste “operazioni” di riproposta e di reale tributo (nel 2022 in occasione dei 60 anni della saga cinematografica e dei 25 film raggiunti con l'uscita, il 30 settembre 2021, di No Time to Die) premiano un atteggiamento di conferma che tali opere siano entrate nell'empireo della storia della musica applicata e che siano pertanto meritevoli e disponibili a una riproposta costante sia in forma di live concert che all'interno di produzioni discografiche mirate e pensate in un'ottica se vogliamo anche rigenerativa. Se nel settembre 2021, a pochi giorni dall'approdo nelle sale di No Time to Die, la Universal Music Enterprises uscì con la compilation The Best of Bond... James Bond contenente le canzoni originali dei film di 007 (si veda al riguardo la recensione specifica a essa dedicata), nel settembre 2022 approda sul mercato Bond 25, sempre sfornato dal gruppo Universal ma questa volta con marchio Decca Classics e contenente le 25 opere musicali (di cui 24 canzoni) che – nella loro versione originale – vennero sincronizzate sui titoli di testa (e in alcuni casi anche di coda) dei 25 film della saga di Bond marchiata Broccoli's EON. E ad eseguirle troviamo The Royal Philharmonic Orchestra di Londra diretta da Andrew Skeet.
Il “James Bond Theme” (tr. 01) è il più malleabile di tutti perché lo abbiamo ascoltato in molteplici contesti mediatici e anche nei film di Bond è stato ripreso, rielaborato e riproposto a tal punto da non essere più incapsulato nella versione originale di Dr. No (il riff chitarristico può essere esposto anche da fiati o corde e resta pur sempre iconico e inconfondibile, la parte creativa e mistica del tema è consacrato e meccanicizzabile in qualunque modo). Non manca nemmeno la ritmica pop e così il JBT funge anche qui da master of ceremony nell'aprire la sound re-performance. Fedeltà allo score di pellicola per l'incipit di “From Russia with Love”, suonato poi in traccia 02 senza il dinamismo dei titoli di testa (ricordiamo che è un tema noir da spy movie) ma con un più moderato e commentativo sinfonismo da concert hall; trattasi di una deriva creativa che penne esperte come Lionel Bart sapevano sfruttare nel creare temi che possano essere fungibili in contesti e per organici quanto mai variegati e si materializzino come main theme, rimanendo essi stessi protagonisti musicali, senza dover cedere all'interpretazione di un partner-particolare. Operazione più ardua per il successivo “Goldfinger” (tr. 03) perché qui abbiamo un brano che non vive di sola orchestra e che è timbrata ab ovo Shirley Bassey. E di fatto, benché sia la più celebre canzone bondiana, in questa release discografica, rimane forse la meno interessante e convincente (specie in alcune scelte di arrangiamento). Stessa sorte tocca a “Thunderball” (tr. 04), che viaggia tra sinfonismo del cantato, un incipit poco fluido e qualche ritorno alle origini in ottone. “You Only Live Twice” (tr. 05) gioca più sull'incastro degli elementi stenografici, certamente benignamente trattati, in un iter più “customizzato”. “On Her Majesty's Secret Service” (tr. 06) approda a dinamiche da cinetica western-horse riding ma con un’onesta riproposta che ricalca pedissequamente la già-solo-strumentale traccia originale. “Diamonds Are Forever” (tr. 07), bella e immortale, forse pecca di assenza di dinamismo, perlomeno nell'apertura in maggiore e qualche condimento arrangiamentale che funge da abbellimento rappresentativo. La riproposta diventa a questo punto sempre più ardua perché sono finiti gli anni Sessanta e l'orchestra-dominus, ma i main themes incominciano a sposare dinamiche pop-rock e l'orchestra performa solo lo score, mentre i titoli si allontano dal classicismo acustico. “Live and Let Die” (tr. 08) ne è il primissimo esempio, ma la Royal Philharmonic Orchestra ben rappresenta questa trasformazione convivendo con le dinamiche e i suoni dell'originale di Sir McCartney. Forse non totalmente interessante “The Man with the Golden Gun” (tr. 09) che tuttavia è già di suo una delle canzoni meno apprezzabili della produzione barryana. Scelta più soft lounge/jazz club entertainment per “Nobody Does It Better” (tr. 10), nata come canzone e non così facilmente rigiocabile; ma ne viene ricavato un gustosissimo quadretto con tutto l'armamentario a disposizione e in un'effettiva elaborazione contributiva (e per questo più apprezzabile) della creazione musicale di Hamlisch. “Moonraker” (tr. 11) viaggia su una ricalcata riproposta, patentandosi più trascrizione per un brano che, in questa veste avocale, senza liriche e l'ugola della Bassey, mette a nudo la portata creativa di Barry e la bellezza estetica del theme, ispirato e affascinate, quanto carico di evanescente mistero. Difficile il confronto con “For Your Eyes Only” (tr. 12), in parte riuscito perché la bellezza tematica di Conti non si smentisce mai, meno sorridente per alcune scelte arrangiamentali un po' riempitive ma che non compromettono la riuscita della rendition. In tr. 13 ho trovato interessante il lavoro di classicizzazione di “All Time High”, che è sicuramente una delle esecuzioni più originali dell'album e interessanti in termini di rielaborazione e ricreazione, con una sontuosa narrazione che diventa un vero quadro di suggestiva masticazione visiva, non solo “quella” “All Time High”, andando anche ben oltre l'applicazione interna allo score, ma vera suggestione da poemetto sinfonico bondiano. Con l'incedere degli Ottanta anche l'impegno di revival classicizzato delle opere o diventa assolutamente fuori dagli schemi del materiale originale, accedendo a una nuova originalità, oppure va a porsi come adattamento a uso commentativo, finendo col sembrare l'esecuzione di una M del film – ed è quello che accade a sensazione con “A View to a Kill” (tr. 14); mentre la tr. 15 “The Living Daylights” sceglie la via della trascrizione orchestrale perché non spicca per intelligenza ricreativa, ma non si adagia nemmeno al voice-over. Match non facile per “Licence to Kill” (tr. 16) perché è una delle canzoni meno vestibili con orchestra dell'intero pantone bondiano; match sicuramente vinto, sebbene non con gli esiti più conclamati della precedente tr. 13. Apprezzabile per il lavoro di riproposta la tr. 17 “Goldeneye” che deve essere ascoltata più per il compositivo lavoro di contribuzione di Skeet che non per la canzone in sé, certamente non pienamente afferrabile senza le liriche e il carisma artistico di Tina Turner. Per la tr. 18 “Tomorrow Never Dies” predomina l'esito trascrizione, a volte in assonanza con l'originale, in altre trasposizione adattata di organico, con fraseggi funzionali al dialogo strumentale e più in versione modello 101 Strings Orchestra (e gli fa eco anche la successiva tr. 19 “The World Is Not Enough”). Cameristica ma con suoni elettrici e ritmica pop la “Die Another Day” di Madonna in tr. 20 che tuttavia, nella sua complessità di rendition rimane una cover con traslazione di organico. “You Know My Name” in tr. 21 finisce da un pentagramma rock a un potenziale approdo in colonna, con alcune “customizzazioni”, ma senza particolare enfasi di titolarità rielaborativa oltre al gioco grammaticale. Ardua la prova con “Another Way to Die” che, in tr. 22, suona come una trascrizione a uso performativo ma senza sfoghi di novità creativa; onesta ma senza riscontrabili meriti. La “Skyfall” di Adele in tr. 23 sceglie la via della prima esposizione del tema in versione solistica, con l'orchestra che si inserisce in aumentazione, benché l'esito resti troppo da “easy listening” e l'elaborato non si discosti da un adattativo cut & paste. “Writing's on the Wall” (tr. 24) affida il vocals di Sam Smith a varie famiglie (il falsetto lo esegue il flauto traverso seguito dal corno e dalla tromba, mentre l'orchestra fa la sua parte come da copione originale). Niente di particolarmente intraprendente. Chiusura di disco in tr. 25 con una mera pratica adattativa del cantato della Eilish che viene timbrato dagli ottoni, nell'impossibiltà di restituire la dimensione intimistica del suo vocals. Ne esce una rispettabilissima cover strumentale di “No Time to Die”, che riesce a mantenere intatto senza vie di potenziamento o arricchimento il corpus mistico della songwriter americana. Finalissimo di traccia e di disco con l'accordo del detective.