Elvis
Elliott Wheeler/AA.VV.
Elvis (Id. – 2022)
RCA Records/Sony Music
36 brani - Durata: 1 h 54’

Il Re è tornato e a ‘riportarlo in vita’ ci ha pensato Baz Luhrmann nello scintillante biopic Elvis distribuito da Warner Bros. Pictures e con protagonista Austin Butler. La storia di Presley, dall’infanzia fino alla prematura morte, è raccontata dal suo storico manager, l’ambiguo colonnello Tom Parker (interpretato da un irriconoscibile Tom Hanks), ripercorrendo la vita personale e la carriera di eccessi dell’indimenticabile star attraverso il loro particolare rapporto e le dinamiche che lo hanno portato al successo. La gran parte del film trascorre sul palcoscenico: come se il regista avesse trovato la sostanza perfetta per il suo cinema barocco e sottilmente decadente, come se il Presley performer ne fosse in qualche modo l’incarnazione febbricitante, adoperando il punto macchina come catalizzatore di un’energia creativa che è al contempo sua e del suo personaggio, affidando la narrazione di questo racconto favoloso a uno sguardo (teoricamente) terzo ossia quello del business, della macchina da soldi, dell’analisi di prodotto e dell’esegesi del culto, rappresentati proprio dal personaggio di Parker.
Attraverso un montaggio molto serrato (per usare un eufemismo), tra flashback, split screen, vortici di luci e miscugli di generi musicali tipici dell’estetica e della visione di Baz Luhrmann, veniamo catapultati nell’esorbitante e frenetico mondo di Elvis, quello della ribalta e del successo planetario. Non senza tornare però alle sue umili origini di Memphis e alla parte più vera della sua vita, quella con la sua famiglia, sottolineando anche il legame fortissimo con la madre e soprattutto con la musica che lo aveva di fatto formato, ossia il blues e il jazz degli afroamericani (primo fra tutti B.B. King). Queste influenze vengono rimarcate più volte nel corso del film anche per affrontare il tema del razzismo, mostrando come all’epoca quell’identità musicale e culturale tipica degli afroamericani veniva ingiustamente portata avanti da un bianco, perché a loro non veniva concessa la possibilità di esibirsi a causa della segregazione. Così attraverso la parabola di Elvis vediamo anche la parabola dell’America dagli anni ’50 agli anni ’70, la perdita dell’innocenza, la violenza e le contraddizioni di un intero paese.
Per la colonna sonora del film, è stato mobilitato un ingente parterre di artisti internazionali che hanno voluto rendere omaggio al bagaglio musicale di Elvis riadattando e riarrangiando in chiave totalmente moderna alcuni dei brani più iconici del cantante che hanno infatti subìto delle drastiche ma efficaci ‘variazioni sul tema’ fondendo ai tipici ritmi rockabilly elementi trap, hip hop ma anche dream pop, glam rock e country. Durante la visione del film, quindi, non c’è da stupirsi nel ritrovare sonorità apparentemente lontane da quelle tipiche dello ‘sbrilluccichio’ degli anni del boom economico americano, per incontrare piuttosto cantanti contemporanei del calibro di Eminem, Tame Impala, CeeLo Green, Kacey Musgraves, PNAU e Stevie Nicks. La contrapposizione tra passato e presente è una firma tipica di Baz Lurhmann che, in tutti i suoi film più famosi, ha sempre creato una forte contaminazione di genere per produrre un mix unico ma anche immediatamente riconoscibile (basti pensare alle colonne sonore di film come Moulin Rouge o Il Grande Gatsby, altri due capolavori imputabili al poliedrico regista).
Fiore all’occhiello del film è poi, senza dubbio, l’interpretazione magistrale di Austin Butler che, in maniera quasi religiosa, si è approcciato allo studio del personaggio di Elvis senza sfociare in una caricatura sterile ma riuscendo piuttosto ad esprimerne tutta l’essenza, la purezza d’animo, la sensualità e la complessità psicologica. Butler canta alla perfezione i brani del giovane Elvis, come “Hound Dog” e “Baby Let’s Play House”, mentre per le scene dagli anni Sessanta in poi la sua voce è stata integrata con le registrazioni originali, da “Can’t Help Falling In Love” a “Suspicious Mind”, da “If I Can Dream” a “Unchained Melody”, quest’ultima presente proprio nel finale in cui si vede il vero Elvis nella sua ultima e struggente esibizione del 1977.
Vedendo questo film, con lo stile caleidoscopico di Luhrmann, un grandioso Austin Butler, e tutta la maestosità del mondo di Elvis, non si può che rimanere estasiati e al contempo consapevoli che certe leggende vivranno davvero in eterno. Se la pellicola da un lato e sulla carta rimane un film biografico, con la classica storia di ascesa e discesa del personaggio in questione, dall’altro, fa confluire altri generi con una maestria difficilmente replicabile. Oscillando costantemente tra il videoclip e il musical, Elvis catturerà lo sguardo indagatore dello spettatore, regalando due ore e quaranta di pura e sfarzosa poesia.