Italia: ultimo atto?
Lallo Gori
Italia: ultimo atto? (1977)
Four Flies Records FLIES 58
10 brani – durata: 34’18”

“[…] uno dei più sottovalutati e purtroppo misconosciuti compositori del nostro variegato e ricco panorama della musica per il cinema”: così Alessandro Tordini su Lallo (Coriolano) Gori nel suo Così nuda così violenta (Roma, Arcana, 2012, p. 268). Nato a Cervia nel 1927 e scomparso nel 1982 a soli cinquantacinque anni, una figura rimasta lontana dall’ufficialità, eppure ingombrante presenza con all’attivo un centinaio di titoli (99 secondo IMDB). Il cinema di genere fu il suo pascolo, documentari sexy nei primi Sessanta, comiche con Franco & Ciccio, poliziotteschi, mafia e war movie, horror e molti western. Con interventi spesso di buon riscontro come in taluni western di Demofilo Fidani con il quale lavorò spesso, o nello splendido Le colt cantarono la morte… e fu tempo di massacro (1966) di Lucio Fulci. Assai bene anche La morte scende leggera (Leopoldo Savona, 1972) con vigorosi effetti tensivi di marranzano e chitarra distorta che aiutano un film per tanti versi sbagliato, evocatori di claustrofobie indigeste e godibili anche in autonomia. Utilizzò e l’orchestra e - ed anche parecchio - l’elettronica, vedi Ritornano quelli della Calibro 38 (Giuseppe Vari, 1977) e, appunto, Italia: ultimo atto?. Difficile definirne lo stile, debitore nei confronti dei bei nomi dell’ottava arte dell’epoca, anche se sarebbe ingiusto fare di lui un gregario. Non tutte le sue fatiche sono da antologia, spesso hanno la meglio il mestiere e le esigenze di funzionalità che originano un artigianato un poco anonimo, vedi Il commissario di ferro di Stelvio Massi, 1978, dove il compositore si ferma a soluzioni scontate al limite del banale, o A.A.A. Massaggiatrice bella presenza offresi di Fidani, 1972, che propina melodie sciape anche per sonorizzazioni softcore e sottolineature “di paura” appena dignitose.
Italia: ultimo atto?, diretto da Massimo Pirri, mette in presa diretta gli anni di piombo. Vi si narra di tre individui convertitisi alla lotta armata, un caporeparto, un delinquente comune e una donna di estrazione borghese i quali, in contrasto con l’ala moderata del loro nucleo, portano a termine un attentato contro il ministro degli Interni (un anno dopo, ci sarà l’affaire Moro,). Uno dei tre muore, gli altri due, braccati, si ammazzano a vicenda. Sullo sfondo, i carri armati della repressione di Stato. Fra gli interpreti, Luc Merenda (uno dei nomi di punta del poliziottesco), Lou Castel, Marcella Michelangeli. Documento di una stagione da dimenticare, e non proprio un capolavoro stando a certi giudizi: “Imbarazzante a livello politico, non sta in piedi nemmeno come film d’azione. Quando non è inverosimile, è sciatto e quel che non è sciatto inclina a effetti biechi o caroselleschi. Esageratamente V.M. 18 anni” (Morandini; riguardo al successivo L’immoralità, giungerà ad affermare che Pirri “è un regista che non fa film, li commette”: “Il Giorno”, 03/12/1978); “sociologia spicciola nella caratterizzazione dei personaggi, cliché da film d’azione (pur se difettano i mezzi) e alibi ideologici poco convincenti” (Mereghetti). Uno di quei casi – tutt’altro che infrequenti - in cui conviene accantonare le immagini e concentrarsi sulle note. La score è interamente elettronica o quasi (non risulta agevole distinguere il timbro di eventuali strumenti acustici in quel marasma di sonorità campionate). L’ambientazione urbana e la tematica criminosa suggeriscono ritmi sincopati, l’aberrante (non)logica terroristica trova il corrispettivo in una «freddezza» resa sia dal prevalere degli interventi atematici sia dalla glacialità intrinseca del suono artificiale. Tre momenti (quasi) melodici – meno della metà della score, suddivisa in dieci parti - introducono qualche spunto più caloroso ed una parvenza di umanità che peraltro non dileguano la predominante sensazione di disagio. Con l’ausilio di moog, sintetizzatori e consimili marchingegni si mima una sorta di jazz urbano molto cool miscelato con effetti «concreti». Stimola gli orecchi in tale direzione “Seq. 1”, bipartita tra un primo segmento ove su un bip bip ininterrotto di fondo e tremolii e borborigmi vari e schegge di pianoforte elettrico è simulato un suono a mezzo tra le sirene della polizia e gli allarmi aerei durante la guerra; ed un secondo momento più dinamico con le percussioni e i fiati campionati in un incisivo passaggio dall’attesa all’azione. Anche “Seq. 8” si fa notare con simil latrati canini a scandire un ritmo alla fascisti-carogne-tornate nelle fogne (manifesto di propaganda politica presumibilmente edito dai militanti di Lotta Continua di Pisa nel 1972 o giù di lì), assecondato da torvi effetti elettronici. “Seq. 6” è un cool con borbottii di ogni genere, basso e sintagmi sonori discontinui ed anche qualche effimero conato melodico del moog. Non c’è sviluppo, le cellule si replicano senza seguire un percorso (minimalismo?); la monotonia è evitata al pelo grazie ai mutamenti timbrici dei vari inserti elettronici ricadenti sull’invariata base ritmica. “Seq. 2” propone basso, fiati vari e ghirigori elaborati. Piacerà agli amanti del poliziottesco “Seq. 7” che ne ripropone gli stilemi in veste campionata e più algida rispetto ai modelli: piano e ottoni su moog, effetto archi in ritmo, timbrica clavinet in un proliferare ossessivo e martellante si avvicendano a pause di attesa, il basso decelera e si perde nel flusso indistinto dei suoni preconfezionati. Singolare “Seq. 4”, l’organo sintetico apre e chiude in chiave mistica e raccolta, nel corpo centrale acquisisce corposità e speditezza, la batteria bombarda e si vira sul beat: tra chiesa e discoteca. Un poco più amabili per quanto intercalate da momenti scontrosi le seqq. 3 (brevemente ripresa in 9), 5 e 10. La prima apre con il synth in funzione di ostinato orchestrale e suoni vari e colpi diradati del basso a determinare un clima di attesa oppressiva; segue l’apertura lirica con trombetta crepuscolare, piccole percussioni e orchestra mimata. “Seq. 5” offre una linea pressappoco morbida alternata a fraseggi incompiuti del flauto campionato. Effetto archi su batteria e bofonchiamenti in “Seq. 10”, segue il sax riprodotto (?) pausato da parti sospese di raccordo. Lo stile è da end titles, una certa enfasi malinconica segna la conclusione nera della storia balorda.
Pubblicata in vinile dalla Four Flies nell’ottobre 2021 in «prima edizione assoluta» (“previously unreleased in any format” si puntualizza con legittimo orgoglio nelle note introduttive), con una stupenda copertina in bianco, nero, grigio e arancione con bozzetti di alcuni momenti del film, molto vintage, questa score ribadisce il talento di un musicista non dei nostri maggiori, ma che può riservare sorprese. E forse – chi può dire? - un giorno non lontano potremo gustare l’OST completa di Tempo di massacro, della quale esistono solo vetusti singoli con la canzone dei titoli di testa.