A doppia faccia
Nora Orlandi
A doppia faccia (1969)
Four Flies Records FLIES36
12 brani – durata: 34’00”

Come la vogliamo chiamare: first lady della musica italiana per il cinema, nostra signora del soundtrack; o, con tono più neutro, “la prima storica compositrice italiana di musica per film”, come titolò “Colonne sonore” l’intervista esclusiva del 31 ottobre 2016? Classe 1933, nata in quel di Voghera, possiamo presentarla riproponendo il cappello introduttivo alla succitata intervista: “cantante, compositrice e pianista, celebre per essere stata dagli anni ’50 ai ’70 la prima donna in un mondo prettamente maschile di compositori di musica applicata alle immagini. Fondatrice del noto gruppo vocale I 4 + 4 di Nora Orlandi (in origine Quartetto 2 + 2), per il grande schermo ha composto circa una ventina di colonne sonore, spaziando per lo più tra il genere western e thriller.
Tra le sue score più famose, quelle per Johnny Yuma di Romolo Guerrieri del 1966 (Premio della critica per la migliore musica per film western), Il dolce corpo di Deborah del 1968, sempre di Guerrieri e Lo strano vizio della Signora Wardh di Sergio Martino del 1971 con una scabrosa e sexy Edwige Fenech. Nel cinema come compositrice ha usato occasionalmente lo pseudonimo di Joan Christian, ha scritto diverse musiche per noti jingles pubblicitari all’interno del programma Carosello. Un suo pezzo, “Dies Irae” tratto da Lo strano vizio della Signora Wardh, è stato usato da Quentin Tarantino nel suo Kill Bill, volume 1. Inoltre ha scritto anche diverse musiche e liriche per canzoni di celeberrimi cantanti italiani, tra cui Domenico Modugno, Nico Fidenco, Gianni Morandi e Lucio Battisti, collaborando a diversi spettacoli teatrali con il compianto Armando Trovajoli. Negli anni ’80 ha deciso di sciogliere il suo coro e indirizzarsi prettamente all’insegnamento di solfeggio, armonia, teoria musicale, canto e pianoforte, scrivendo un Metodo di canto moderno che ha riscosso parecchio successo nell’ambiente degli insegnanti di canto”. Un curriculum importante, una bella carriera, una vita spesa per la musica in molteplici vesti, compresa quella di vocalist (ricordiamola – almeno – volteggiare suadente sulle note di Stelvio Cipriani in L’iguana dalla lingua di fuoco). Donna di grande temperamento anche, per nulla in soggezione in ambienti maschil/maschilisti e comunque duri, ferma nelle sue posizioni e capace di farsi rispettare come si evince da tante sue dichiarazioni (vedi questo articolo datato 5 ottobre 2020) e da un filmato in Rete (https://www.youtube.com/watch?v=78cpdeNDrzs) del 2016, che ci mostra una signora fine, elegante, lucida e tosta.
A doppia faccia è del 1969, diretto da un certo Robert Hampton che scopriamo essere Riccardo Freda niente meno, che talvolta si firmava con quello ed altri pseudonimi americaneggianti. Si racconta di un tale che ha perso la moglie (donna dai gusti sessuali particolari) in un incidente automobilistico ed è sospettato di uxoricidio in quanto unico erede dei beni della defunta. Qualche tempo dopo la rivede, o così gli sembra, in un film porno. Si mette alla ricerca, la trova col volto sfigurato, però non è lei… Non riveliamo di più, caso mai qualcuno volesse prendersi la briga di guardarlo. Nonostante si ispiri a The Face in the Night di Edgard Wallace, e l’apporto di Lucio Fulci alla sceneggiatura; nonostante la presenza di buoni attori (Klaus Kinski, Margaret Lee, Annabella Incontrera) e la regia di un maestro del cinema italiano di genere (gli indimenticabili I vampiri, L’orribile segreto del dott. Hichcock, Lo spettro, Murder Obsession), la pellicola delude (ha peraltro i suoi cultori, tra i quali Enrico Ghezzi): non possiede il ritmo e l’atmosfera giusti, è un’occasione mancata e il titolo inglese, Puzzle of Horrors, genera attese eccessive. Visibile con riserva. Con lo pseudonimo di Joan Christian (perché, allora, eravamo malati di xenofilia come ci ricorda la compositrice nelle linear notes; per cui si ispirò al nome dei suoi due figli Gianfranco e Cristiano) Nora Orlandi firma la colonna musica, pubblicata in CD dalla Lucertola Media nel 1998 insieme con La terrificante notte del demonio di Alessandroni, riproposta in vinile 180 gr dalla Four Flies ventidue anni dopo per un totale di dodici brani, tre in più rispetto all’esauritissima edizione tedesca. Ne valeva la pena. Nora non ha mai deluso, le sue OST offrono musica di qualità e suggestione sicura, presentano spunti melodici non banali, estraggono dal western e dal thriller la linfa loro propria e la distillano in suoni ed arie che piace ascoltare e che si ritagliano uno spazio di tutto rispetto nel panorama cinemusicale di quegli anni. Peccato che abbia lavorato così poco, (secondo IMDB, la sua prima score sarebbe quella per Non vogliamo morire di Oreste Palella nel 1954, l’ultima E il terzo giorno arrivò il corvo, western di Gianni Crea nel 1973), nemmeno venti titoli, che tuttavia fanno storia a sé. Le sue note respirano il clima di quegli anni; ma lei seppe personalizzare, introdurre la sua sensibilità femminile, unita all’apporto di una formazione solida (respirò musica sin da bambina, la madre Fanny Campos era una cantante lirica, diploma al conservatorio “Nicolò Paganini” di Genova in composizione, armonia e canto), dentro un mondo musicale pullulante di imitatori sopravvalutati.
Suoni e melodie di grande fascino ci accompagnano nell’ascolto di A doppia faccia. Le linee portanti sono due, “A doppia faccia” e “The Face of Love”, proposte in differenti versioni sempre molto curate ed ogni volta «nuove». Pochi ma efficaci i momenti atmosferici che introducono pennellate più cupe. A completare, spunti jazzati ed una traccia uptempo beat at Cinecittà come viene definita nelle note di presentazione. Verrebbe a questo punto voglia di dire: “Buon ascolto”, ma il nostro compito è di «passare in rassegna».
Il primo e principale momento si denomina dal film stesso e si offre in sette variazioni, una delle quali vocale. L’introitus pianistico (il pianoforte è componente essenziale dell’organico), d’un classicismo che rinvia a Listz e Chopin, si prodiga armonioso ed elegante; uno stacco minimo, e si muta registro, la linea tematica si effonde in modalità light con chitarra acustica, batteria, piano e apporti vocali (4+4?), su di una base ritmica assai movimentata. Una voce femminile scandisce il testo, in forma di dizione (qualcuno ricorda le «canzoni parlate»?) e poi di canto. Bella melodia di malinconica dolcezza; buona l’interpretazione, azzeccato l’arrangiamento, abile il coro. Ma è la musica ad esserci. Nora regala un brano divinamente semplice, di presa diretta: semplicità ricca frutto di studio, di gradazioni, di passaggi; e resistente all’ascolto iterato (la migliore attestazione di qualità). Spiace non conoscere gli autori del testo e dell’orchestrazione, il direttore, e nemmeno il nome della pregevole interprete – forse Paola Orlandi, la sorella? Anche l’oscurità fa parte del gioco, mettiamola così). La versione strumentale brilla di luce propria e si segnala per la concitazione di chitarra piano e batteria e il trattamento ora corale ora con archi e ottoni e coro in controcanto.
Una volta configurata la struttura melodica ed esposto il tema nella forma compiuta e vocale e strumentale, ci si può sbizzarrire, mutare organico, alterare ritmi e timbri, sbriciolare il modello riducendolo a filamenti da cui partire verso altri sviluppi. “Voices” cita la linea iniziale su di uno sfondo tensivo di organo e note isolate, fosche, del piano; il tema è ripreso da «voci» probabilmente campionate e il lirismo cede all’incubo di un reale squagliato, informe. Bell’esempio di musica «gotica» e traumatica, degna di un thriller argentiano e compagna di tante suggestive pagine di Morricone: queste più asciutte, qui perdura un resticciolo di cantabilità che peraltro non attenua né rasserena; accentua anzi gli effetti di allucinazione come nei ricordi stravolti e sfuggenti di una mente malata. La leggiadra leggerezza della «versione base» fa luogo ad un pianismo romantico intenso e drammatico che prende a modello la sonata beethoveniana in “A doppia faccia (Main Titles)” con riprese tematiche ed aperture in direzione astratta. In stile sonata romantica anche “A doppia faccia Main Titles – Short Take” con vigorose pestature finali, mentre le (solo accennate) dissonanze d’apertura fanno pensare a un Debussy. Interessante il trattamento pianistico in “Double Face” che esordisce con incursioni di piano, clavicembalo ed organo riverberato; poi recupera la melodia con organo e pianoforte; di seguito ne accenna la frase iniziale con timbro cristallino e salottiero cui rispondono echi sinistri della tastiera bassa, in una persuasiva sintesi di stili e di forme. Piccoli richiami tematici, con sviluppi alternativi, in “Jazzy Piano”: ancora il pianoforte, questa volta rilassato, «da locale», senza manierismi marcati: riscatto della musica «d’atmosfera», una compositrice che impone la sua personalità anche dove sarebbe comodo – e neppure troppo disdicevole - affidarsi alla routine.
“The Face of Love” è il secondo momento tematico per archi, qualche fiato e coro. Qui tutto scorre leggero, aereo, con sussurrate sfumature nostalgiche. Il coro lavora egregiamente e siamo certi ormai che si tratta dei 4+4, il timbro dei Cantori Moderni suona differente. La struttura è ternaria, A-B-C. Introduzione con archi finissimi, chitarra acustica sola in A, B con flauto e batteria preparati dai fiati che innescano il crescendo, C con fiati e coro, ripresa di A con trombetta, coda con tromba e coro in diminuendo. Ottimi spunti melodici ed effetto vintage. A livello onomastico, si passa dal doppio al moltiplicarsi delle maschere. Il film tenta in effetti un discorso sulla non univocità delle percezioni e delle prospettive, soprattutto nel contesto erotico-sentimentale – che poi vi riesca, è altra questione. Abbiamo qui anche le due versioni strumentale e cantata, ed anche qui nessuna informazione sull’interprete che non pare essere la stessa (ma potrebbe trattarsi di illusione acustica). “A doppia faccia” e “The Face of Love” improntano la score ad una cantabilità schietta e di buona fattura, oggi perduta. La musica che si faceva allora, irripetibile ed irriproducibile.
Oltre alle variazioni «atmosferiche» del main theme, la sezione tensiva è affidata a due brani dedicati. Il primo, “Nightmare Piano”, vede colpi staccati ed arpeggi sospesi del pianoforte con supporto di effetti elettronici di disturbo e sfondo d’organo (o sinket), e suscita un clima d’irrealtà minacciosa. “Darkness” è musica davvero «oscura», note senza sviluppo sulla scala bassa della tastiera con suggestioni d’organo riverberato. Ci si avvicina alla stringatezza di certe pagine morriconiane e di Nicolai. Le donne, quando ci si mettono, sono veri alfieri dell’angoscia, al pari e talvolta meglio di tanti colleghi del sesso cosiddetto forte (??) (si ascolti, a riprova, ciò che ha scritto di recente Vanessa Donelly per L’angelo dei muri: “archi che stridono, melodie malinconiche e strazianti vocalizzi” come bene ha sintetizzato Davide Comotti nell’ultimo numero di “Nocturno”, giugno 2022, n° 234, p. 15).
Brano del tutto diverso, che pare un corpo estraneo – nel senso che non lega col resto - è “Soho”, sorta di disco con Hammond e batteria in ritmo sincopato da pista da ballo, suggerito dalle peregrinazioni del protagonista per ritrovi notturni alla ricerca della consorte nel celebre quartiere londinese del vizio. Un pezzo d’occasione che attesta la versatilità della compositrice, tuttavia privo della carica emozionale dell’insieme.
A doppia faccia, opera molto minore nella filmografia di Freda, si segnala e si ricorda per le belle note di Nora, percorse da brividi di reale inquietudine appena celata dietro un gentile malinconico lirismo. L’autrice ha oggi ha 89 anni e possiede lucidità e grinta invidiabili. Lunga vita alla Signora.