The Best of Bond... James Bond

cover the best james bond compilation 2022 2AA.VV.
The Best of Bond... James Bond (2021)
Universal Music Enterprises (UMe) – 00602508731112
2CD / 3LP - 26 brani

“[...] All'improvviso James Bond si era accorto di essere stanco [...]”. Con queste parole debuttava ufficialmente, tra le righe del romanzo “Casino Royale”, pubblicato nel 1953, il personaggio di James Bond, nato dalla penna dello scrittore, giornalista ed ex militare londinese 43enne Ian Fleming, nella sua tenuta giamaicana denominata “Goldeneye”, la mattina di martedì 15 gennaio 1952, esattamente 70 anni fa.    
    Tra gli elementi caratteristici e iconici dei 25 film della saga ufficiale di 007 ci sono senza dubbio le canzoni dei titoli di testa/coda. Esse hanno contribuito a potenziare il fascino e l’immaginario dell’universo bondiano, creando una connessione tra il cinema e i recording artist in auge che, nei sei decenni intercorsi dal primo film della saga (Dr. No, uscito il 5 ottobre 1962), hanno “cantato” le spionistiche imprese di James Bond, l’agente segreto più famoso e longevo della fiction letteraria e cinematografica. 

   
Ma le “Bond Songs” non sono semplici canzoni incluse nei film, perché sono state quasi sempre sincronizzate sui titoli di apertura di ciascuna pellicola, affidate all’esperto title designer Maurice Binder, il creatore della mitica “gunbarrel sequence” che, abbinata al “James Bond Theme” di Monty Norman-John Barry, incornicia il più iconico e riconoscibile pre-credit del cinema. I titoli di Binder diventano una sorta di ouverture narrativa al film che si andrà a vedere, attraverso un affascinante utilizzo di sagome danzanti, tra oggetti e corpi nudi femminili che fluttuano e plasmano in un minaccioso erotismo l’atmosfera e l’azione bondiana che sta per entrare in scena, una sorta di frizzante cocktail ad alto tasso alcolico e adrenalinico.    
Binder venne scritturato dai produttori Albert R. “Cubby” Broccoli e Harry Saltzman dopo che videro al cinema The Grass Is Greener (L’erba del vicino è sempre più verde, Stanley Donen, 1960), per il quale il designer americano realizzò l’animazione per gli opening titles.    
Il “James Bond Theme” è naturalmente la traccia 01 CD1 / traccia 01 LP1-A di questa bella compilation celebrativa, di fatto la re-release aggiornata di una raccolta già realizzata dalla Capitol e dalla EMI nel 1999, poi ristampata negli anni a venire con l'aggiunta dei nuovi brani abbinati ai film successivi.    
Monty Norman ha composto il theme e ha ricevuto le royalties dal 1962, raccogliendo circa 485mila sterline di diritti autoriali tra il 1976 e il 1999 e in tutti i titoli di coda viene specificato che questo brano è stato composto da lui.    
Per Dr. No (Agente 007 – Licenza di uccidere) del 1962, Norman ha composto la colonna sonora del film (con orchestrazione di Burt Rhodes e direzione di Eric Rodgers), ma il suo tema è stato non solo eseguito dalla John Barry Orchestra ma anche jazz-arrangiato da Barry, che in seguito avrebbe composto le colonne sonore di ben undici film della saga. Quindi l’autorialità creativa di Barry nel tema così come audio-fissato per la prima pellicola è sicuramente indiscutibile. La battaglia morale tra Norman e Barry sulla paternità del tema ha spesso impregnato d’inchiostro le colonne dei giornali. Norman disse di essersi ispirato a “Bad Sign, Good Sign”, una canzone che aveva composto l'anno precedente per un adattamento musicale del romanzo di “A House for Mr. Biswas”, dalla quale sicuramente riprese la linea vocale, poi trasferita nel celebre riff della chitarra del tema bondiano. Ma inconfutabile sono le influenze del mood di “Beat Girl” di John Barry di qualche anno precedente.    
Il dibattuto e celebre tema venne registrato il 21 giugno 1962 presso i CTS Studios di Londra (e, in una seconda versione di due minuti, il 23 luglio), utilizzando cinque sassofoni, nove ottoni, una chitarra solista e una sezione ritmica. Il motivo della chitarra ascoltato nella registrazione originale del tema è stato suonato da Vic Flick su una chitarra acustica Clifford Essex Paragon deLuxe. Barry, che è stato pagato 250 sterline per il suo lavoro, è rimasto sorpreso dal fatto che il suo tema sia apparso così spesso in Dr. No. Noel Rogers, capo della United Artists Music, disse a Barry che, sebbene i produttori non gli avrebbero dato più soldi o un credito di scrittura per il theme, si sarebbero messi in contatto con lui se fosse stato realizzato un altro film di Bond...        

Se in Dr. No il design di Binder è ancora molto basilare, benché contenga già il suo touch stilistico, è sul main title di From Russia with Love (A 007, dalla Russia con amore) del 1963 che Binder dà sfogo alla sua ingegnosa creatività. Ma il cocktail bondiano non è ancora al giusto dosaggio perché negli opening credits di questo secondo film non viene usata l’omonima song, bensì la sua instrumental version, in un raffinato mood esotico con afflati di corde su ritmi latini, che fanno da fondale sonoro alle movenze della danza del ventre e al colorato wording proiettato sul corpo della performer (e che richiama la sequenza nell'accampamento degli zingari nel film), con una coda evocativa che riprende il tema bondiano negli ultimi 45 secondi dei titoli.    
La canzone invece la possiamo ascoltare sincronizzata nei titoli di coda del film, con Sean Connery/James Bond adagiato in gondola tra i canali di Venezia in compagnia della “Bond girl”, ovvero la “nostra” spia sovietica Daniela Bianchi/Tanya Romanova. Nonostante lo score del film sia stato composto e orchestrato da John Barry, il main title vocale e strumentale “From Russia with Love” (tr. 02 CD1 / tr. 02 LP1-A) reca la firma di Lionel Bart, compositore e librettista londinese, noto per aver composto il musical Oliver!, che debuttò con grande successo a Broadway proprio nell’anno del film di Bond. A interpretare la canzone, in una classic-pop latin key, è “The Man with the Golden Voice” Matt Monro, cantante inglese che nel ’64 si aggiudicò il secondo posto all’Eurovision Song Contest dietro alla nostra Gigliola Cinquetti.        

Immagine simbolo del capitolo successivo datato ‘64 della saga, Goldfinger (Agente 007 – Missione Goldfinger) è l’esanime corpo ricoperto di vernice dorata di Shirley Eaton/Jill Masterson; e proprio all’interno di un corpo femminile in bikini vengono proiettate alcune sequenze del film con gli attori interpreti, quale sorta di sinossi visiva, passando dalle mani, dal volto, dal busto e dalle gambe della figura dello shooting di Binder in sottoimpressione. A sonorizzare questa intro è la prima canzone di John Barry, autore dello score ma stavolta anche della parte musicale della title song “Goldfinger” (tr. 03 CD1 / tr. 03 LP1-A), il cui testo invece è stato redatto da Leslie Bricusse (recentemente scomparso) e Anthony Newley, inizialmente scettici perché le prime note di Barry suonavano in troppo equivoca assonanza con la Oscar-winner “Moon River” di Johnny Mercer e Henry Mancini, tratta dal film di qualche anno precedente Colazione da Tiffany. In pochi giorni il testo venne fornito dai parolieri e per l’interpretazione Barry scelse la cantante gallese Shirley Bassey, diva dell’R’n’B, con la quale aveva già collaborato (e avuto poi anche una relazione sentimentale).    
Il 20 agosto 1964 venne fissata la canzone in un'intera nottata presso i CTS Studios; fu veramente “disco Gold”, vendendo un milione di copie negli Stati Uniti e ottenendo ottimi riscontri anche in altre Nazioni, tra cui l’Italia (ove raggiunse la 3° posizione in classifica). Nella classifica delle Bond Songs della Billboard Hot 100 ha raggiunto l’8^ posizione (peak position condivisa con “Die Another Day” di Madonna e “Skyfall” di Adele).        

Nere silhouette di corpi femminili natanti e sommozzatori che le inseguono disegnano il contesto tutto subacqueo del main title di Thunderball (Agente 007 - Thunderball (Operazione tuono)), con effetti coreici che simboleggiano lo scenario principale del final combat del film ‘65, ovvero la battaglia sottomarina dei sub della US Navy e gli uomini della SPECTRE di Emilio Largo. La title song “Thunderball” (tr. 04 CD1 / tr. 04 LP1-A) scaturì ancora dalla penna di Barry, con le liriche di Don Black e l’ugola d’oro del cantante gallese Tom Jones “The Voice”, che proprio nel ’65 si faceva conoscere al grande pubblico con la hit internazionale “It’s Not Unusual”, rilasciato dalla Decca Records. “Thunderball” raggiunse la posizione N. 25 nella Billboard Hot 100 e venne incisa anche in Italia da Tony Dallara con testo adattato da Miki Del Prete.    
In realtà il progenitore di “Thunderball” era “Mr. Kiss Kiss Bang Bang” (nomignolo con cui veniva identificato in Italia 007), che addirittura venne incisa (con lyrics di Leslie Bricusse) e interpretata da Dionne Warwick; ma i produttori vollero rimuoverla e sostituirla con una song intitolata come il film, quella che sarà poi la “Thunderball” di Tom Jones, con liriche di Don Black, allora manager di Matt Monro. Tuttavia, i travagli per “Mr. Kiss Kiss Bang Bang” non svanirono, perché Broccoli acconsentì a reintegrarla nel film in una nuova versione eseguita da Shirley Bassey come end title song (ove invece venne poi impiegato il “James Bond Theme”) e la questione sembrava ufficiale. Tuttavia, non soddisfatti della recording della Bassey, a sorpresa si decise di non usare nemmeno quella e la questione finì sub iudice. La versione della Bassey venne pubblicata in first release solo nel 1992, in occasione del 30° anniversario della saga, nel CD compilation celebrativo rilasciato dalla EMI.    
 
    Trascorrono due anni e ritroviamo Bond nel Paese del Sol Levante per le avventure di You Only Live Twice (Agente 007 – Si vive solo due volte). La title song, come abituale, prende il nome dal film stesso; “You Only Live Twice” (tr. 05 CD1 / tr. 05 LP1-A), con testo affidato a Leslie Bricusse (già co-autore di “Goldfinger”), venne incisa da Nancy Sinatra (reduce dai successi di “Bang Bang (My Baby Shot Me Down)” e “These Boots Are Made for Walkin'” e ingaggiata anche grazie al rapporto di personale amicizia tra Cubby Broccoli e Frank Sinatra) a Londra, con la London Philharmonic diretta da John Barry. Non fu una registrazione facile e servirono ben 25 takes differenti per cucire l'intera canzone, perché la Sinatra era molto nervosa e la voce non le usciva.  La canzone raggiunse la posizione N. 44 della Billboard Hot 100.    
Se sulle note di “Thunderball” dominava l'elemento acqua, il proscenio visivo delle sagome vernacolari di donne nipponiche è la lava vulcanica, in riferimento al vulcano spento ove, nel film, Donald Pleasance/Blofeld ha stabilito il suo quartier generale nel quale elaborare i suoi propositi di dominio del mondo. Questo main title consacra senza dubbio il marchio Binder-Barry di perfetta coreografia e sintonia di girato e musicato, un aperitivo allettante e geograficamente ben identificato e confezionato. Barry non ebbe vita facile perché, siccome Saltzman non amava “Goldfinger” come tema, introdusse un music supervisor per le canzoni e così Barry dovette passare una sorta di filtro della produzione per ogni sua idea. 
   
    Il capitolo successivo, On Her Majesty’s Secret Service (Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà) del 1969, oltre alla novità del nuovo Bond George Lazenby al posto di Sean Connery, presenta dei titoli molto originali e che racchiudono un po' la sintesi di quanto finora realizzato nella saga bondiana. Come per From Russia with Love, anche in questo caso non è una canzone ad animare il main title, ma un brano solo strumentale (composto dal solito Barry) dall’omonimo titolo “On Her Majesty's Secret Service” (tr. 06 CD1 / tr. 01 LP1-B). A passare in rassegna, in un carousel memorabilia sulle note della John Barry Orchestra, sono brevi frames con i protagonisti delle pellicole precedenti, quindi Ursula Andress/Honey, Joseph Wiseman/Dr. No, Daniela Bianchi/Tanya Romanova, Honor Blackman/Pussy Galore, Adolfo Celi/Emilio Largo, ecc. Non mancano le muliebri sagome nere e una nota nazionalistica con la bandiera del Regno Unito e il quadrante dell’orologio del Big Ben. Le scelte citazionistiche presenti nel film passano dal visivo all’uditivo, visto che un inserviente di Gabriele Ferzetti/Draco, in una scena, fischietta le note di “Goldfinger”.    
Il film non è privo di una canzone, la quale non è tuttavia la versione vocale del tema dei titoli di testa, ma un’altra composizione a firma John Barry (parte musicale) e Hal David (testo letterario), dal titolo “We Have All the Time in the World” (tr. 07 CD1 / tr. 02 LP1-B) (citando le stesse parole del romanziere Ian Fleming), con la straordinaria interpretazione del leggendario Louis Armstrong, reduce da una degenza ospedaliera. Di fatto la canzone non ebbe un’adeguata esposizione mediatica; essa si pone come leitmotiv/tema d’amore di Bond e Tracy e, proprio nel finale di pellicola, dopo l’assassinio della neo-sposa freddata dalla mitragliatrice di Ilse Steppat/Irma Bunt, viene ripreso ma non sfogato né in song version né instrumental negli ending titles, ove viene sincronizzato invece il classico “James Bond Theme”. Questo tema di Barry (che sia suonato o cantato) è veramente straordinario ed è l’unico – a parte il “James Bond Theme”, sempre richiamato in tutte le pellicole – ad essere stato ripreso. Emblematica la sincronizzazione del motivo strumentale di Barry che Hans Zimmer fa nel recente No Time to Die, nella sequenza iniziale a Matera, in funzione fatica, immediatamente dopo che Daniel Craig/James Bond, rivolgendosi a Léa Seydoux/Madeleine Swann, pronuncia la frase “We aren't needed to go faster, we have all the time in the world...” e poi, al debutto degli ending credits, quasi sorta di requiem per Bond stesso (come lo era stato per la moglie Tracy) nella versione originale cantata da Armstrong, prodotta da Phil Ramone e rilasciata dalla Warner su singolo 45 giri nel dicembre ‘69, senza aver ottenuto allora particolare riscontro nelle charts ma riscoperta soltanto più avanti, anche grazie al più recente film del franchise.        

Ritorno a sorpresa di Connery per Diamonds Are Forever (Agente 007 – Una cascata di diamanti) del ‘71 e main title disegnato da Binder con gli elementi tipici di questo capitolo: il gatto bianco di Blofeld, i diamanti e la pistola, con i quali si intersecano le sagome muliebri nel reel di comparsa dei credits, sulle liriche di Don Black (che torna a collaborare con Barry per una title song bondiana dopo “Thunderball”) e la voce straordinaria della “Bond singer” per eccellenza, Shirley Bassey, che - superato il misfatto di “Mr. Kiss Kiss Bang Bang” - performa con il suo appeal e il suo inconfondibile carisma “Diamonds Are Forever” (tr. 08 CD1 / tr. 03 LP1-B) e tocca la posizione N. 57 nella Billboard Hot 100, un confettino black-cinematico a portata d’ugola per l’artista gallese. Barry introduce il tema con otto note che identificano le otto punte del diamante, mentre Black si diverte coi doppi sensi erotici che fecero arrossire Saltzman.    
 
    Tra le più note ed eseguite Bond songs di sempre c’è, senza dubbio di critica, “Live and Let Die” (tr. 09 CD1 / tr. 04 LP1-B), scritta da Paul e Linda McCartney per l’omonimo film del 1973 (Agente 007 – Vivi e lascia morire) ed entrata a gran titolo nel repertorio del songwriter e della band degli Wings, ma costantemente parte da allora della setlist dei live shows del baronetto, con spettacolari coreografie pirotecniche in pura esuberanza bondiana. Billboard la posiziona al N. 2 ed è la Bond song di maggior successo finora realizzata, con un lavoro di produzione artistica che ha riunito l’ex-Beatle con George Martin, il quale ha anche curato l’intero score del film, sostituendo l’abituale Barry. È anche la pellicola in cui debuttò il nuovo volto di James Bond, ovvero Roger Moore, che vestirà poi i panni di 007 in altri sei capitoli della saga fino alla metà degli anni Ottanta.
“Live and Let Die” venne registrata presso gli AIR Studios dello stesso Martin nell’ottobre 1972. Pare che Saltzman volesse un’interprete donna e afroamericana (in sintonia con l’imperante blaxploitation e con i contenuti esotici del film e propose a George Martin Thelma Houston); ma McCartney (cui Ron Kass, ex executive della Apple Records, aveva proposto di realizzare la canzone) volle che a interpretarla fossero lui e gli Wings; Saltzman si convinse, anche perché questo le ha consegnato fama imperitura e ampia diffusione, essendo praticamente presente i tutti gli spettacoli e live album dell’artista britannico. Numerose le cover di altri artisti, tra cui quella di Billy Joel per la compilation 2014 “The Art of McCartney”. L’inciso strumentale di questa song ha la particolarità di rappresentare quasi una sorta di personale parafrasi ed evoluzione del tema bondiano di Norman-Barry, con un incipit da melodic ballad che sfoga in uno sgargiante sussulto di azione da spy thrilling, ma mutando, quasi sorta di rapsodia, verso toni esotici e accarezzando la ritmica reggae, in coerenza rappresentativa con i contenuti più geo-riferiti.    
La presenza di corpi caraibici, fiamme e teschi da riti vudù sono gli elementi visivi del main title del film, con la canzone dei McCartney (per la prima volta l’autore della canzone di un film di Bond ne è anche l’interprete) come perfetta cornice sonora e Bond song tra le più riuscite ed evocative dell’immaginario di 007. Era tra l’altro dai tempi di From Russia with Love che l’autore dello score musicale (in questo caso George Martin) non componeva la title song. La canzone ottenne anche una nomination agli Oscar.        

Quantomai dinamica e carica di un’energia vocale che fa quasi da specchio al “James Bond Theme” è la canzone “The Man with the Golden Gun” (tr. 10 CD1 / tr. 05 LP1-B) dal film omonimo (Agente 007 – L’uomo dalla pistola d’oro) del ‘74, scritta dall’ormai consolidata coppia Don Black-Barry e affidata all’interpretazione di una nuova Bond singer (la terza dopo Shirley Bassey e Nancy Sinatra), ovvero la cantante scozzese Lulu, vincitrice dell’Eurovision Song Contest cinque anni prima. La soft rocker diede voce (non in ottimali condizioni causa un malanno da raffreddamento allora in corso) al jazz-oriented main title, che nella pistola dorata di Christopher Lee/Scaramanga vede il suo oggetto feticcio (benché Don Black rivelò anche il doppio senso della “pistola d’oro”), senza rinunciare alle nude silhoutte e ai riflessi acquatici. Nessun esito nelle charts transoceaniche, esperienza anomala e deludente per una Bond song. Non sono titoli particolarmente memorabili e innovativi, ma una conferma di un preciso atteggiamento stilistico-espositivo.        

Qualcosa di diverso avvenne invece nel film successivo The Spy Who Loved Me (La spia che mi amava) del 1977; Broccoli rimase solo alla guida della EON Productions dopo l’abbandono di Saltzman (che vendette la sua quota alla United Artists per 20 milioni di sterline) e la colonna sonora venne firmata da un musicista nuovo, il quarto accreditato (e il primo americano) in un film di Bond dopo Monty Norman, John Barry e George Martin, ovvero Marvin Hamlisch, l’unico musicista americano, insieme a Richard Rodgers, ad aver conseguito il PEGOT, vale a dire i cinque premi americani più importanti riservati agli artisti. Hamlisch legò il suo nome alla colonna sonora de La stangata, col brano di Scott Joplin “The Entertainer”, da lui ri-arrangiato ed eseguito al pianoforte per il film e il celebre musical del 1975 A Chorus Line, su testi di Edward Kleban, approdato poi sul grande schermo nella trasposizione realizzata nel 1985, sempre con le musiche di Hamlisch.    
Altra novità assoluta e “osée”: la title song non ha lo stesso titolo del film e quindi ad accompagnare il main title è la bellissima ed ispiratissima “Nobody Does It Better” (tr. 11 CD1 / tr. 01 LP2-A) composta da Hamlisch su liriche di Carole Bayer Sager (la prima autrice musicale bondiana in assoluto, se si esclude Linda McCartney) ed interpretata dalla soulful pop singer newyorkese Carly Simon, arrivata alla risonanza internazionale con il brano “You’re So Vain” del 1972 e futura Oscar-winner ‘89 con il brano “Let the River Run” (dal film Una donna in carriera). L’intesa tra il compositore e la lyricist fu immediata e il titolo nacque molto spontaneamente non appena la Bayer Sager ascoltò il tema suonato al pianoforte da Hamlisch. A differenza di altri temi bondiani, questa song si adagia su un modo maggiore e risulta quasi ironica nella sua spensierata dimensione, aderendo probabilmente meglio di altre alla caratterizzazione del Bond/Moore che fa proprio della sardonica ironia (ma non certo della parodia) un elemento costitutivo ed essenziale del suo 007, con un classico fade-out ending dialogato coi violini di Abbey Road, ideato dal producer Richard Perry.    
Il main title coinvolge anche le sagome di Moore/Bond e Barbara Bach/Anya Amasova, nel jumping a mano armata e scaturisce direttamente dalla precipitazione con paracadute britannico del pre-credit teaser, raccolto tra le gigantesche mani femminili, completati da nude sagome di trapeziste che volteggiano sulla canna della rivoltella di 007. Un’evoluzione sempre fedele al cliché quella operata da Binder che, con questo main title, raggiunge probabilmente la sua summa stilistica, attraverso un perfetto abbinamento con la canzone che, oltre a toccare il N. 2 della Hot di Billboard, venne candidata all’Oscar come best song (nomination ottenuta da Hamlisch anche per il best score).    
    
    Dalle folli imprese sottomarine di Curd Jürgens/Karl Stromberg ai distruttivi progetti spaziali di Michael Lonsdale/Hugo Drax. Così il capitolo “stellare” di Bond del ‘79 Moonraker (Moonraker – Operazione spazio) segnò il ritorno per lo score di John Barry e della Bond singer Shirley Bassey. Pur senza grosse sorprese, la title song “Moonraker” (tr. 12 CD1 / tr. 02 LP2-A) (una canzone d’amore piena di mistero, con liriche di Hal David, già collaboratore di Barry dieci anni prima per “We Have All the Time in the World”) e il main title con la luna e la Terra come elementi visivi principali del visual jumping delle sagome femminili - con l’immagine di Moore esposta soltanto all’attacco degli opening credits - passano la prova a pieni voti. Barry sempre molto ispirato e che certamente dà ancora prova di abilità creativa, benché la sua canzone più celebre e fortunata resti sempre “Goldfinger”. La canzone viene riprodotta anche sui titoli di coda, ma in una versione disco beat.    
Prima che Barry chiamasse Shirley Bassey (allora sua compagna di vita e quindi propensa a fargli un favore personale, ma che diede meno importanza a questa song rispetto alle precedenti due, anche a livello re-interpretativo nei suoi live), nelle ultime settimane antecedenti l’uscita del film, la song avrebbe potuto avere come interpreti Johnny Mathis e addirittura Frank Sinatra (sua figlia Nancy già interprete per Barry di “You Only Live Twice”).     
    
    Novità interessanti nel main title del film successivo For Your Eyes Only (Solo per i tuoi occhi) del 1981, non tanto per le sagome di Moore/Bond e delle donne discinte e cinetiche su fondale acquatico (e la comparsa del titolo in sincrono con la declamazione cantata del titolo, come usuale nei film di Bond), ma per la presenza negli opening credits – come mai avvenuto finora e per volontà dello stesso Binder – dell’artista interprete della title song, l’omonima “For Your Eyes Only” (tr. 13 CD1 / tr. 3 LP2-A), ovvero Sheena Easton, pop singer e attrice scozzese, praticamente al suo debutto di carriera grazie a un talent show della BBC; la cantante si affermò proprio con il singolo della Bond song, raggiungendo la peak position N. 4 nella Hot 100 di Billboard. Di fatto gli opening-credits sembrerebbero quasi una sorta di video musicale della canzone, visto che il volto della cantante in primissimo piano e il lip-sync la rendono protagonista visiva per tutta la durata dei titoli.    
New entry anche per lo score, affidato all’Oscar-winner Bill Conti, allora già famoso per la colonna sonora dei due film di Rocky, con il celebre e timeless theme “Gonna Fly Now” (nominata all'Oscar); nomination condivisa con il lyricist Mick Leeson anche per la sua bella Bond song, una delle migliori in assoluto, senz’altro figlia del suo tempo ma di grande impatto emotivo.    
    
    Ritorno alle musiche di John Barry nel capitolo Octopussy (Octopussy – Operazione piovra) del 1983, che confeziona una Bond song che non fece certo rimpiangere la precedente di Conti, benché meno fortunata nella Hot 100, ove raggiunse la N. 36. Main title con gli stilemi bondiani-binderiani, ma con qualche elemento grafico e di visual particolarmente accattivante; le braccia femminili con pistola sul corpo di Bond come sorta di tentacoli, la sagoma della piovra, il corpo femminile discinto e ammiccante, la rivoltella spara-crediti e i volteggi delle figure che, da sempre, rendono gli opening credits quasi un mini film prima del film, una perfetta ouverture fatta di simbolismo e metafore, ove elementi naturali e gimmick bondiane (basta il logo 007 oppure la Walther PPK, piuttosto che una sagoma maschile in smocking) si intrecciano in un gioco di passione e incontro-scontro, una sorta di Eden di pallottole, gioielli, potere, violenza e incredibili avventure senza meta e senza (perder) tempo per salvare il mondo, in un immergersi come bambini sognatori nelle righe delle fiabe pre-notturne. Octopussy probabilmente raggiunge il pieno compimento della stagione post-Connery e di fatto, dopo un solo altro film, Moore si congedò dal ruolo per passare il testimone a Timothy Dalton.    
Grazie all’allora executive assistant Barbara Broccoli, la soulful pop singer americana Rita Coolidge venne scelta de Cubby Broccoli per interpretare “All Time High” (tr. 14 CD1 / tr. 04 LP2-A), la prima title song di Barry (con la produzione artistica del già frequentato Phil Ramone) che ha un titolo diverso rispetto a quello del film, con un nuovo lyricist di tutto rispetto, ovvero Sir Tim Rice, reduce dal successo teatrale di Evita su musiche di Andrew Lloyd Webber (con il quale aveva già collaborato nel ‘70 per il musical Jesus Christ Superstar) e futuro pluri Oscar-winner negli anni Novanta coi suoi lavori per la Disney.        

Il bel film A View to a Kill (007 - Bersaglio mobile) del 1985 fu l’ultimo interpretato da Moore nello smocking di 007. Abbiamo detto che Paul McCartney fu il primo autore e anche interprete di una Bond song. Gli fece eco dodici anni più tardi la band britannica dei Duran Duran, che scrissero l’omonima e fortunata “A View to a Kill” (tr. 01 CD2 / tr. 01 LP2-B) che, unica di sempre tra le canzoni bondiane, raggiunse il vertice della Hot 100. Il visual alterna sempre sagome scure (tra cui quella di Moore) tra ghiaccio e fuoco e la Walther PPK spara-crediti. Il wording è ritmicamente ben sincronizzato con il cantato della band.    
Il bassista John Taylor, fan con una grande conoscenza dei film di 007, incontrò Broccoli ad una festa e da lì scaturì l’idea di far scrivere alla band la canzone del film in produzione. Tra l’altro, in quel periodo, i Duran Duran si erano in realtà separati e quella per “A View to a Kill” fu una reunion decisamente ben pensata (benché la canzone non avesse convinto fino in fondo Le Bon & C.), considerando l’esito che il brano ebbe nelle charts, ineguagliato da qualsiasi altra Bond song, anche tra quelle più celebri della hit del gruppo britannico. Curioso e all’avanguardia il divertente videoclip della canzone, girato sulla Torre Eiffel, coi membri della band fantomatiche spie protagoniste del film stesso e alternanza tra le loro riprese alle reali immagini della pellicola della EON.        

Dai Duran Duran agli a-ha, band norvegese che aveva raggiunto ormai fama mondiale grazie alla hit del 1985 “Take on Me”, dopo un iniziale flop della stessa l’anno precedente. Fu infatti la più celebre band scandinava dopo gli ABBA a interpretare la title song di The Living Daylights (007 – Zona pericolo) del 1987, con l’omonima “The Living Daylights” (tr. 02 CD2 / tr. 02 LP2-B), scritta da Pal Waaktaar (uno dei tre membri della band) e John Barry (che per la prima volta compare anche con un cameo nel film), che portarono a tre il numero degli artisti interpreti delle Bond songs che ne furono anche (co-)autori.    
Il main title si conferma nel puro stile Binder, con una sintesi visual di tutta la produzione motion degli opening credits passati. Co-protagonisti come artisti interpreti in questo film, per la prima volta nella saga, il gruppo pop-rock anglo-americano dei Pretenders. Sull’end title infatti viene sincronizzata la bellissima “If There Was a Man”, scritta da Barry su testo della vocalist e chitarrista dei Pretenders Chrissie Hynde; Bond song che – pur essendo qualitativamente migliore anche di quella del main title - non è stata inclusa nella compilation della UMe, ma è presente nella OST distribuita dalla Warner Bros. Records. The Living Daylights è pertanto il primo film della saga ad avere due original title songs differenti, una per i titoli di testa e una per quelli di coda, e con due interpreti diversi. La canzone fu incisa ai Paradise Studios di Chiswick, a fine maggio 1987; ne venne ricavato anche un videoclip (e altrettanto fecero anche gli a-ha), ma i singoli delle due songs di questo capitolo si posizionarono soltanto nelle charts britanniche, senza entrare nelle classifiche americane. Per la prima volta una colonna sonora bondiana venne pubblicata su cinque formati differenti: singolo 7”, singolo 12”, LP, musicassetta e compact disc, tutti rilasciati dalla Warner Bros. Il duo Barry-Hynde scrisse anche una seconda canzone (a uso interno), ovvero “Where Has Every Body Gone?”        

Con il di due anni successivo Licence to Kill (007 – Vendetta privata) si concluse l’era John Barry e, da questo film in avanti, saranno sempre altri musicisti a comporre le colonne sonore della saga. Il riscontro fu decisamente buono, visto che lo score del newyorkese Michael Kamen ottenne una nomination all’Oscar. Per la title song “Licence to Kill” (tr. 03 CD2 / tr. 03 LP2-B), Joel Sill (supervisor delle musiche) ingaggiò la cantante soul-R'n'B Gladys Knight, affidandone invece la stesura a Narada Michael Walden; il brano non conseguì risultati apprezzabili nella Hot 100, ma si piazzò in Top Ten in UK e Germania. Main title animato come da copione con un conclamato product placement, in apertura, della macchina fotografica; per la prima volta, la canzone e i suoi crediti non vengono esposti nel finale del main title. Da segnalare, negli ending credits, la canzone “If You Asked Me To” (titolo ispirato dall’ultima battuta pronunciata da Bond nel film) scritta da Diane Warren (anche lei scritturata da Sill) per la madrina del soul Patti LaBelle, inclusa anche nel suo album “Be Yourself”, uscito nel medesimo anno del film di Bond. Ma anche questa end title song non è inclusa nella compilation UMe.        

Trascorrono sei anni e ritroviamo 007 in GoldenEye, col nuovo volto di Pierce Brosnan (dopo i due 007 impersonati da Timothy Dalton), ma avvenne anche un altro cambiamento importante: dopo trent’anni, il ruolo di main title designer passò da Maurice Binder a Daniel Kleinman. Altra new entry, Eric Serra per lo scoring e un’interessante joint-venture artistica per la title song “Goldeneye” (tr. 04 CD2 / tr. 04 LP2-B): essa venne scritta da Bono e The Edge degli U2, ma interpretata dalla queen del R'n'R Tina Turner, allora già sulla vetta della notorietà mondiale. Ad agevolare questa creazione, la luna di miele trascorsa da Bono nella celebre residenza di Fleming e il recente impegno (autoriale ma anche artistico) degli U2 per la OST di Batman Forever, con la canzone “Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me”. Craig Armstrong ha imbandito il brano con un arrangiamento orchestrale e la conduzione di una compagine di 70 elementi in recording session presso gli Olympic Studios di Londra.    
La nuova formula risulta sicuramente efficace per la linea di continuità tra l’animazione di Kleinman, il quale rispolvera la convivenza visiva tra Eros e Thanatos (come ben la definisce Roberto Pugliese nella sua analisi sulle colonne sonore dei film di 007, pubblicata dalla nostra rivista), simbolismo e soft erotismo grafico, con un interessante focus sulla falce e il martello ex-sovietici che vengono presi a picconate da sireniche silhouttes. Serra non compose la title track ma fu co-autore e vocal performer della canzone “The Experience of Love” (non inclusa nella compilation UMe), sincronizzata sui titoli di coda del film.        

From Barry to Arnold: è ciò che accadde per il 18mo film della saga di Bond, Tomorrow Never Dies (Il domani non muore mai) del 1997,  quando il connazionale David Arnold (su suggerimento dello stesso John Barry, impressionato dalla rivisitazione che Arnold fece dei Bond titles nel suo album “Shaken and Stirred”, con nuove elaborazioni e originali reinterpretazioni da parte di artisti vari, tra cui Chrissie Hynde per la cover “Live and Let Die”, già co-autrice e interprete per Barry di “If There Was a Man”) diventò un nuovo official Bond soundtracker che, dopo Barry, si consacrò quale più longevo musicista attivo nello scoring della saga, con cinque partiture per i film realizzati tra il 1997 e il 2008. Arnold era comunque già noto negli ambienti MGM-United Artists per lo scoring di Stargate nel ‘94 e Independence Day nel ‘96 (per cui si aggiudicò un Grammy).
Sheryl Crow, songwriter americana allora piuttosto in auge e Grammy multi-winner, venne ingaggiata e co-scrisse (col producer Mitchell Froom) e interpretò la R'n'B ballad (dal profumo retrò e con un DNA ‘60s) “Tomorrow Never Dies” (tr. 05 CD2 / tr. 01 LP3-A).    
Il visual iconico del main title (sempre affidato alla sapienza creativa di Kleinman) è la pallottola che diventa – nella dinamica Eros-Thanatos – l’elemento grafico della minaccia, entro il quale si sviluppa la coreutica dell’Eros, con impatti di design in leggiadra e autorevole continuità con la poetica di Binder e di tutto il franchise. Come ormai abitudine dagli ultimi film, anche per questo capitolo si ripete la convivenza tra due Bond songs e due Bond performers differenti, divisi tra titoli di testa e titoli di coda. La canzone degli ending titles “Surrender” (non inclusa nella compilation UMe), co-scritta dallo stesso Arnold su liriche dello storico Don Black (già abituale frequentatore delle Bond songs coi suoi versi) venne eseguita dalla cantautrice canadese K.D. Lang. Il brano contiene il verso “Tomorrow never dies”.        

Dopo Paul McCartney e i suoi Wings, i Duran Duran, gli a-ha e i Pretenders, per The World Is Not Enough (Il mondo non basta) del ‘99, un altro gruppo (di genere alternative rock e salito alla ribalta negli anni Novanta) interpretò l'omonima title song “The World Is Not Enough” (tr. 06 CD2 / tr. 02 LP3-A), composta da Arnold su testo di Don Black. Come accaduto per Barry, che nel primo film bondiano compose lo score ma non la title song, così Arnold non firmò la canzone nel precedente film, ma lo fece ora in questo secondo incarico, collaborando con uno storico Bond lyricist come Don Black. Un’altra Shirley vocal performer, la Manson (frontwoman dei Garbage), scelta da Arnold come perfetta controfigura musicale di Sophie Marceau/Elektra King. Nicholas Dodd orchestrò e condusse un’orchestra di oltre 80 elementi presso gli AIR Studios. Venne girato anche un videoclip coi Garbage, come fecero già quattrodici anni prima i Duran Duran per “A View to a Kill”. Arnold si aggiudicò un Ivor Novello per lo score, ma la canzone fu meno fortunata nelle charts a stelle-e-strisce. Questa volta lo scroll degli ending credits ospita una revisione techno-elettronica del “James Bond Theme”, in sintonia con la passione di Arnold per la sperimentazione e revisione contributiva delle melodie della saga esposta nel suo album, che fece guadagnare al compositore la legacy di “Bond composer” da parte dello stesso Barry. Inizialmente Arnold aveva previsto di usare un’altra song, “Only Myself to Blame”, interpretata da Scott Walker.        

Nel 2002 uscì l’ultimo Bond con protagonista Brosnan, Die Another Day (La morte può attendere) e ad interpretare la main title song fu Madonna (con un cameo anche nel film nei panni dell’istruttrice di scherma Verity), nell’omonimo brano dance scritto dalla popstar insieme a Mirwais Ahmadzai, “Die Another Day” (tr. 07 CD2 / tr. 03 LP3-A). In realtà la Ciccone era già al lavoro con Marwais per il suo nuovo album e avevano in cantiere del materiale, tra cui una traccia che, con dovuti aggiustamenti richiesti dai produttori e realizzati con l’intervento del compositore francese Michel Colombier, è diventata la title song bondiana, la più “musicalmente spigolosa” di tutta la produzione delle song di 007.
Come mai accaduto in precedenza, il main title viene sincronizzato su una sequenza narrativa del film stesso, ovvero i 14 mesi in cui 007 viene tenuto prigioniero dall’esercito nordcoreano del colonnello Moon (poi trasformatosi nell’eccentrico e fetentissimo villain trafficante di diamanti Toby Stephens/Gustav Graves) e viene sottoposto a pratiche di tortura e persuasione dai militari per confessare, descritte nel fondale che fa da visual alla song di Madonna, ponendosi quale ponte di collegamento tra la sequenza dei pre-credits e l’inizio vero e proprio del film. La song si comportò molto bene nella Hot 100, toccando la N. 8. Kleinman tuttavia non ne fu proprio entusiasta e non l’avrebbe scelta come background music per quelle scene di collegamento tra la sequenza pre-credit e l’inizio del film ed Elton John la bannò come la peggior Bond song di tutti i tempi. Dalla song Madonna trasse anche un costoso videoclip, nel quale a subire le torture inflitte a Brosnan/Bond è lei stessa. Ottenne la nomination ai Golden Globe e ai Grammy, ma anche al Razzie Award.  Per i titoli di coda, torna la stessa song, ma nella versione accreditata come “Dirty Vegas Remix”.        

Nuovo volto bondiano per Casino Royale del 2006, con Daniel Craig che prese il posto di Brosnan, uscito a testa alta dalla saga con quattro film di ottimo livello e molto spettacolari e pantagruelici, nei quali tutti gli elementi caratteristici dell’epopea cinematografica bondiana vengono portati con carisma sullo schermo, con il giusto equilibrio e il calibrato dosaggio di soft erotismo, minaccia, violenza, avventura, ironia, azione spettacolare, spionaggio, intrigo, ove la sospensione dell’incredulità diventa assolutamente irrilevante di fronte a una fascinazione produttiva che restituì nuova linfa e vitalità, nei secondi anni Novanta, al personaggio di Fleming-Broccoli e ai suoi incredibili plot di carta e celluloide.    
La EON tornò con il reboot, ripartendo dal primo romanzo di Fleming, con una pressoché fedele trasposizione del libro del 1953 sullo schermo e ricominciando dalle origini del personaggio, nato – come detto in apertura – dalla penna dello scrittore britannico agli esordi del 1952. Arnold è co-autore della title song “You Know My Name” (tr. 08 CD2 / tr. 04 LP3-A) con artista interprete Chris Cornell, a quel tempo band leader del gruppo hard-rock degli Audioslave, dopo lo scioglimento dei Soundgarden, poi tragicamente scomparso nel 2017. Cornell dunque rientra nella lista dei (co)autori-interpreti delle Bond songs e questa, pur non raggiungendo alte posizioni nella Hot 100 (N. 79), fu detentrice di unanimi consensi e riconoscimenti e rappresentò per il cantautore uno dei suoi maggiori successi, consegnandogli notorietà anche tra il pubblico europeo. La canzone sembrerebbe rifarsi allo stile epic-rock di McCartney, ma sicuramente non raggiunge i fasti e i risultati espressivi della song dell’ex-Beatle del 1973.    
Il visual dei titoli di Kleinman sul rock di Cornell è quantomai gustoso e riabilita sicuramente la canzone: il simbolismo predominante sono le carte da gioco e la roulette, chiaramente ispirati al casinò del titolo e alla celebre partita di 007 contro Le Chiffre. Ancora una volta l’universo bondiano si anima nei minimi dettagli come in una grande mescolanza onirica e ogni esperienza diventa strumento di morte e salvezza, di pulsione e minaccia e di ingannevole ed esiziale destino, come il finale del film ci mostrerà.    
     Per il di due anni successivo capitolo della saga bondiana, Quantum of Solace, Arnold non compose la title song “Another Way to Die” (tr. 09 CD2 / tr. 01 LP3-B), affidata invece alla penna di Jack White (che non volle collaborare con Arnold, come avvenne invece per Cornell), che poi ne fu anche produttore e interprete insieme ad Alicia Keys, ma senza particolari clamori. Ne fu tratto un videoclip che ottenne una nomination ai Grammy (e di fatto, ascoltata nel videoclip, la song risulta più efficace e apprezzabile in ogni singolo aspetto). Inizialmente il brano lo avrebbe dovuto scrivere Amy Winehouse (il cui stile musicale e di character sicuramente ben matchava con l’immaginario bondiano), con la produzione di Mark Ronson; ma i problemi di alcol della cantante portarono alla rottura del contratto con la EON e subentrarono White e la Keys, primo featuring nella storia delle Bond songs.    
Non c’è il design di Kleinman per questo capitolo, ma MK12 gli fa comunque eco attraverso uno stile molto similare e allineato, in cui prevale l’ambiente desertico e una gigantesca figura femminile, mentre una sibilante pallottola calibro Walther PPK affetta il carousel del main title.    
Nel medesimo periodo, Arnold e Black e Barry e Black scrissero due canzoni per l’album di inediti di Shirley Bassey, “The Performance”, ispirate naturalmente allo stile bondiano: “No Good About Goodbye” e “Our Time Is Now”, entrambe co-prodotte da Arnold.    
    
    Per il nuovo film che inaugurò gli anni Duemiladieci venne incaricato un “uomo nuovo”, ovvero il musicista americano Thomas Newman (figlio del noto compositore hollywoodiano Alfred) e già scoring maker dall’enorme esperienza che con Skyfall (2012) si aggiudicò una nomination all’Oscar. L’Oscar (e il Golden Globe) lo intascò invece l’omonima title song “Skyfall” (tr. 10 CD2 / tr. 02 LP3-B), co-scritta e interpretata dalla songwriter da record Adele e uscita ufficialmente il 5 ottobre 2012 (per la precisione alle 0:07...), con ottimi riscontri e giudizi complessivamente positivi e una N. 8 nella Hot di Billboard. Per i cori che accompagnano il bel theme di Adele venne incaricato il gruppo corale dei Metro Voices, coi backup vocals incisi ad Abbey Road. Tutti ne rimasero soddisfatti e la song sembrò calzare perfettamente con l’umore, l’atmosfera e il mood di questo nuovo capitolo della saga, più di ogni altra Bond song dei tempi recenti.    
Quantomai interessanti i titoli di Kleinman, che torna carismatico facendo sprofondare il presunto cadavere di 007 nel main title in un cimitero sottomarino, quasi parte di un ade formato Bond, con il focus verso il passato, l’infanzia perduta e la residenza Skyfall, palcoscenico del death moment del capitolo, nel confronto-scontro all’ultima esalazione con il villain Javier Bardem/Silva.    

Per il successivo Spectre (2015) venne confermato Newman per la colonna sonora, mentre la lista dei cantautori-interpreti bondiani si arricchì col prezioso contributo del giovane cantautore britannico Sam Smith (reduce dai successi di “Stay with Me” e “I’m Not the Only One”), che scrisse ed eseguì “Writing’s on the Wall” (tr. 11 CD2 / tr. 03 LP3-B), piazzatasi alla N. 71 di Billboard, ma che raggiunse la vetta della Official Singles Chart britannica, ottenendo anche l’Oscar e il Golden Globe, come già avvenuto per “Skyfall” tre anni prima. Notevole il senso di sospensione, mistero e funereo presagio di questa sorta di “soul-white gospel” nel caratteristico marchio timbrico-falsettistico di Smith, stigmatizzato anche nel relativo videoclip girato dall’artista a Roma, nei luoghi stessi dello shooting del film.    
Il simbolo della SPECTRE, l’octopus che inanella da sempre gli adepti della temibile e indistruttibile organizzazione criminale, diventa oggetto di culto, indagine (e merchandising...), nonché elemento grafico predominante nello sviluppo di Kleinman; ai tentacoli della piovra e del crimine assegna la funzione del Thanatos, che imprigiona l’azione bondiana e, con esiti definitivi nel film successivo (anche per la stessa organizzazione), soffoca l’impulso vitale ed affermato dell’Eros il quale, nel Bond più umano, vissuto e sofferto dell’era Craig, si macchia di una contaminazione irrisolvibile e di un soffocamento insuperabile.        

Cambio di penna per il recentissimo e travagliato “capitolo d’argento” della saga bondiania (rimandato più volte causa pandemia), con Hans Zimmer per lo scoring di No Time to Die e la giovane songwriter americana Billie Eilish per la co-stesura (insieme al fratello) ed esecuzione dell’omonima title song “No Time to Die” (tr. 12 CD2 / tr. 04 LP3-B). La Eilish (la più giovane Bond writer e singer nella storia del franchise) ricevette un Grammy e da poco un Golden Globe per questa autorevole song e si posizionò alla N. 16 della Hot di Billboard. La sua canzone (rilasciata come singolo il 14 febbraio 2020) è un intimistico e cupo noir che descrive un mondo che sta per finire, in balìa di una minaccia oscura e che, dai cerchi colorati del primissimo main title design di Dr. No, dopo sessant’anni di cinema bondiano, ci mantiene in un universo quantomai invaso da nemici subdoli, insospettabili e invisibili, anche per l’immortale 007 (la cui morte è regolarmente invocata dai villains suoi avversari in 25 film). Nella sua intima poesia, la Eilish intona un requiem che tuttavia, anche di fronte all’evidenza di quei missili che 007 ha sempre eluso in tutte le azioni dei capitoli precedenti, non suona come un addio conclamato.    
Quella scritta che compare dopo le note di Armstrong negli ending credits ci dà ancora una speranza forse non più sperata: “James Bond will return”.    
E allora “Mr. Bond, will you live twice?”, verrebbe da dire...    
Per quanto ci riguarda, quali saranno la prossima Bond song e il prossimo Bond singer?    

cover the best james bond compilation 2022 1

Qui di seguito, una personalissima classifica delle cinque canzoni bondiane preferite: 
   
1 – “We Have All the Time in the World” (J. Barry – H. David) by Louis Armstrong, 1969
2 – “Nobody Does It Better” (M. Hamlisch – C. Bayer Sager) by Carly Simon, 1977
3 – “Live and Let Die” (P. McCartney – L. McCartney) by Paul McCartney & Wings, 1973
4 – “For Your Eyes Only” (B. Conti - M.D. Leeson) by Sheena Easton, 1981
5 – “Goldeneye” (Bono & The Edge) by Tina Turner, 1995

Menzione speciale a una canzone fuori compilation:

“If There Was a Man” (J. Barry – C. Hynde) by The Pretenders, 1987

Fonti librarie consultate:

The Music of James Bond by Jon Burlingame (Oxford University Press, 2014)
The James Bond Movie Encyclopedia by Steven Jay Rubin (Chicago Review Press, 2021)
La vita di Ian Fleming, creatore di James Bond by John Pearson (Edizioni Ghibli, 2019)
Casino Royale by Ian Fleming (Adelphi Edizioni, 2012)

 

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