Us

cover usMichael Abels
Noi (Us – 2019)
Back Lot Music
35 brani – Durata: 75’00”

Michael Abels è un compositore della nuova generazione americana, tuttavia il suo nome è sinonimo sicuramente di originalità, di ricerca sonora e si sta attribuendo una propria riconoscibilità stilistica. Con la colonna sonora di Us è riuscito a tenere insieme tre elementi: l’horror, il grottesco, l’infanzia; senza risultare stereotipato o ripetendosi. Le sue caratteristiche aderiscono a pieno con la poetica del regista Jordan Peele, con cui ha aperto la carriera e un fortunato sodalizio che permane tuttora. Il tema principale del film è “Anthem”, un motivo corale di bambini straniante e grottesco. Lo sentiamo da subito sui titoli di testa sopra uno sfondo di conigli, il cui significato capiremo nel corso del film. Il tema è composto da una melodia sillabica, molto staccata che si evolve nelle 4 parti che la compongono. La melodia principale si muove sempre per grado congiunto in un ipnotico re minore che inquieta ancora di più con l’aggiunta e l’estromissione della sensibile. Il discorso musicale si appoggia su effettistica analogica dal sapore contemporaneo ricavata dagli archi e nel corso del brano, nell’aumento dell’ensemble, gli strings si prendono il loro spazio nell’orchestrazione. Insieme a percussioni metalliche intonate ed altre esotiche, a richiamare il mondo afroamericano, il tema verrà sia contrappuntato da altre voci, ma anche sorretto con l’ingresso di voci tenori e basse maschili.
Essendo il tema principe del film tornerà in molti brani, ad esempio in “Beach walk”, proprio nei momenti in cui è necessario evidenziare un collante tra i due mondi. Dunque il leitmotiv principale sin dalla prima scena del film ci delinea una fanciullezza inquietante, che nasconde qualcosa da scoprire con lo scorrere della pellicola, tuttavia anche un ambiente ed un racconto lontano dalla normalità e dentro un mondo paranormale. In tutta la soundtrack Abels non sceglie mai elementi, strutture o orchestrazioni imponenti, opta sempre per piccole costruzioni tematiche e l’efficacia di alcuni timbri per sottolineare la scena; ad esempio la cellula del pianoforte in “Outernet”, l’arpa in “Spider” ecc. Il compositore americano non si rifà tanto ai suoi colleghi contemporanei, quanto più strizza l’occhio ad armonie dal sapore della prima metà del novecento; si può chiamare a testimonianza i violini striduli di “Into the water”, oppure gli staccati di “Spark in the closet”. Come si ascolta, tuttavia le percussioni sono molto rafforzate e compresse, questo è l’elemento di modernità che rende fresca la colonna sonora. Abels sfrutta l’orchestra appieno, la fa gridare, tremare, ma anche cantare come in “Femme Fatale”. Nella prima parte di questo brano la donna è accompagnata da un tema che sembra pescato dal cinema degli anni ’50, per poi rivelarsi nella sua vera natura attraverso le dissonanze dell’ultimo minuto del brano. Una melodia che nasconde in sé già l’inquietante, non accompagna un incontro d’amore fortuito nella casualità, ma qui l’inaspettato è invece un’aggressione da chi pensi di conoscere. L’essere umano è l’orrore in questo film, dunque, oltre al tema principale il coro torna in molti brani. Lo ascolteremo sillabato come una reminiscenza del tema d’apertura, ad esempio in “Immolation”, oppure più aperto e corale in “Death of Umbra”, brano costruito su note lunghe vocali, su cui però si mischia l’atonalità di synth e glissati, fino ad arrivare appunto al brano “Human”. Non manca l’elemento tipico di questo ambiente filmico, ossia il semitono. E’ l’intervallo tensivo per eccellenza, che qui viene preso sia in senso melodico che armonico, evidenziando tuttavia una componente timbrica che caratterizza l’intera soundtrack, il glissato. Su tutti il brano più interessante è sicuramente “Pas de deux”. Principia con un pattern di archi alternati in marcato e pizzicato molto interessante, c’è variazione ritmica e metrica, su cui entrano elementi atonali e un pianoforte molto riverberato ed effettato all’accentuarsi della tensione fino agli squilli improvvisi di un low synth molto distorto, proprio ad evidenziare la realtà distopica che vede lo spettatore e vive il protagonista. Il riff di archi è preso dal brano “I got 5 on it” del gruppo hip-hop Luniz, che troviamo nel disco in una versione orchestrata da Abels. Dunque in questo brano si mescola il terrore, il mondo afroamericano e non solo, sposando lo stile della postmodernità; infatti il brano si trova in una scena al climax del film, in cui si cita il balletto, dando spazio ad Abels per omaggiare Pëtr Il’ič Čajkovskij. Gli ultimi due brani annunciano una certa serenità attraverso la tonalità. In “They can’t hurt you” gli archi si aprono in un accompagnamento colmo di speranza, su cui si adagiano piccole cellule tematiche del pianoforte, come avesse paura a dire ed osare troppo nel mondo della tranquillità. “Finale”, che arriva quando ormai nel bene o nel male tutto è stato svelato, musica le immagini sullo schermo con una certa malinconia attraverso una melodia in quarti presa dal pianoforte. Abels tuttavia, soprattutto da metà brano, ci ricorda tutti gli elementi della sua colonna sonora, semitoni, violini su note stridule e addirittura il tema vocale di “Anthem”, perché la tensione non va verso la fine, anzi per i nostri protagonisti è un nuovo inizio verso una realtà più inquietante.
Quello che ha reso vincente il lavoro di Abels e dell’amico Jordan Peele è restare a pieno nel genere, ma senza accomodarsi nel canonico tra stereotipi, risultando allo stesso tempo autori che però non dimenticano il comandamento più importante: intrattenere.

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