La notte dell’ultimo giorno & Processo per direttissima

cover la notte dell ultimo giornoStelvio Cipriani
La notte dell’ultimo giorno (1973) / Processo per direttissima (1974)
Quartet Records QR 421
25 brani – Durata: 65’47”

Prosegue il minutaggio delle score di Stelvio Cipriani, molte ancora relegate nelle periferie dell’impero. La Quartet Records rende ora centrali le OST scritte per La notte dell’ultimo giorno e Processo per direttissima accoppiate in un CD affidato alle cure ingegneristiche di Claudio Fuiano e chiosato dalle note succose di Gergely Hubai. Ci si muove una volta ancora nei territori di una cinematografia limitrofa, obliata; recuperabile in prospettiva documentaria più che in luce d’arte, a dar ragione a quanti sostengono la tesi di una deperibilità del cinema, destinato a consunzione in tempi più rapidi rispetto alle altre forme espressive. Così la pensavano Ercole Patti (“[le immagini del cinema] invecchiano rovinosamente in brevissimo tempo perché nella formazione di esse concorrono una quantità di elementi tecnici spuri e caduchi […]. L’opera cinematografica per la sua natura ibrida e composta è soggetta a decadere rapidissimamente”), Ennio Flaiano (“Il film migliore mi commuove per un anno, tre, dieci, poi scopre i suoi limiti, rivela la sua natura, le spurie necessità che lo hanno prodotto, la permanenza nelle sue immagini di una realtà non trasfigurata ma che il tempo rende goffa o incomprensibile addirittura. Il film migliore sfida appena la generazione seguente e quella che l’ha prodotto, poi diventa «documento»”), Alberto Moravia (“Il cinema invecchia presto, il suo linguaggio è un linguaggio che non resiste al tempo”) (1).   
Ci sarebbe da ragionare a lungo su tali considerazioni, senza dubbio plausibili ma che, se assolutizzate, rischiano di confinare la settima arte entro un perimetro di caducità che non merita: sia per i grandi classici, sia per tanto cinema minore che, recuperato e (ri)visto, può offrire motivi di interesse talvolta solo storico, talvolta anche artistico. Le due pellicole musicate da Cipriani sono appunto esempio di un cinema interessante ed anche anomalo, che si stacca dalla commerciabilità garantita del prodotto per offrire spunti di visioni e riflessioni ancora di un certo spessore. Beppe Banti è un regista cinematografico in procinto di realizzare La fiammata, una pellicola a tesi contro la società dei consumi e contro il “sistema”. Mentre, per raggiungere il suo scopo, è costretto a subire i ricatti del produttore senza scrupoli Giorgio Bardelli, mette fine alla sua relazione con Francesca che è la donna dell’amico Sandro, uno scrittore in crisi spirituale. Il suicidio dello stesso Sandro, effettuato quando le riprese del film sono già cominciate, sconvolge del tutto Beppe che uccide sul set un attore famoso, Varzi. Nel corso della caccia all’uomo scatenata dalla polizia, il regista uccide successivamente Francesca, Bardelli e un poliziotto. Rifugiatosi in un deserto villaggio - teatro di posa per western - trova una ragazza che ha le sue stesse idee e, all’arrivo della polizia, con la stessa si lascia massacrare in un segno di disperata protesta. Tale la sinossi (https://www.cinematografo.it/cinedatabase/film/la-notte-dellultimo-giorno/22601/) de La notte dell’ultimo giorno, oscura pellicola diretta dal non meno oscuro Adimaro Sala nel 1973, interpretata da Tony Kendall, Enrico Maria Salerno, Corrado Pani, Franco Fabrizi, Marina Malfatti, Caterina Sperandio, Marina Bertella. In Processo per direttissima una giornalista (Ira Fürstenberg) vuole fare luce sulla morte, avvenuta in circostanze dubbie, di un militante della sinistra extraparlamentare (Michele Placido) durante un interrogatorio di polizia afferente alle indagini su un atto terroristico contro un treno. Riuscirà a far aprire un processo e a stabilire la verità dei fatti (al cinema, tutto è possibile).
Il cinema italiano di quegli anni conosceva due maniere, quella commerciale e l’altra impegnata ed autoriale. Da una parte i vari filoni, e generi e sottogeneri, nati da lampi di genio e con pose in opera d’alto artigianato, di seguito sprofondati nella melma dell’exploitation. Dall’altra, pellicole civilmente risentite, tese a “denunciare” piaghe antiche e recenti della società italiana pubblica – mafie, corruzione, malapolitica - e privata – a farne le spese sarà l’istituzione più sacra da noi, la famiglia, mostrata nei suoi risvolti peggiori, vedi I pugni in tasca -, nelle forme realistiche del racconto di buona presa spettacolare (Damiani, Pontecorvo) o in quelle oniriche, “assurde” dell’apologo (Pasolini, Petri, i primi Bellocchio, Faenza, Samperi). Ma anche attente ai velleitarismi e tormenti degli intellettuali –meglio se “di sinistra” -, antitetici ad una società che non comprendono né approvano e che li guarda con diffidenza; freschi di Sessantotto e illusi di poter “cambiare il mondo”; votati allo scacco politico-ideologico non meno che alle frustrazioni esistenziali e sentimentali. Il film di Sala potrebbe rientrare in quest’ultima categoria (denuncia del cinema di cassetta che uccide quello “d’arte”, crisi e rovelli dell’anima, nichilismo), quello di De Caro entra nel vivo degli anni della tensione, illustra omertà e coperture di comodo, riecheggia il caso Pinelli e l’attentato al treno Italicus (proprio di quell’anno), pecca d’ingenuità nel finale che vede premiata la tenacia di giornalisti coraggiosi e avvocati integerrimi.

Cipriani è alle prese con soggetti e situazioni lontani dai suoi referenti cinematografici consueti (una filmografia, la sua, molto radicata nei generi: western, poliziotteschi, thriller, horror, decamerotici, commedie sexy, drammoni sentimentali); e tuttavia, diciamolo subito, non abdica alla propria maniera, quella gradevolezza rinfrescante che è la cifra della sua musica, pregio secondo alcuni, limite per altri. Dunque, prevalenza della tonalità, nulla di disturbante, rare le dissonanze, parsimoniosa la suspense, a favore di una piacevolezza che scivola sulla superficie scabra dei soggetti ai quali si “applica” eludendone la gravità scomoda; quasi un deresponsabilizzarsi della musica, una presa di distanza che poi, al lato pratico, potrebbe persino giovare al racconto per immagini attuando un paradossale – ed efficace - asincronismo. Come in Processo per direttissima, titoli di testa con un treno che attua il suo percorso, carrellata sui volti dei passeggeri, note armoniose a sottolineare una normalità che “salta” quando i vagoni imboccano una galleria. Delle due score, quella per il film di Sala appare più interessante, oltre che più varia, aperta a registri che associano alla piacevolezza di fondo una malinconia onirica. L’altra, si lascia apprezzare per la sua leggerezza accattivante e per la collaudata abilità nel ricombinare quel pugno di note.
      
La notte dell’ultimo giorno vive la vita piena di un articolato bitematismo. “Preludio” e “Titoli” sono i riferimenti per le successive variazioni. Prendiamo atto che “Preludio” è una delle composizioni più felici del maestro Cipriani, e contende la palma a tanti altri suoi lavori più celebri. Dopo un rapido sempre efficace pedale dei contrabbassi, chitarra acustica, piccolo basso e orchestra stendono il tappeto che accoglie il flicorno intonante una melodia dimessa, crepuscolare, d’una malinconia sfumata perduta entro un’aura di indefinite nostalgie e larvati rimpianti; c’è anche uno sviluppo con sax su sfondo sintetico a delineare un senso smagato d’irrealtà, tutto appare attraverso un velo e “come in un sogno”, che è appunto il titolo della prima significativa variante. Qui si procede per sottrazione, 6 minuti di suoni sciolti dalla concretezza di qualsivoglia andatura ritmica – il ritmo è l’elemento incantatore per eccellenza, facilita l’approccio, impronta al realismo e spesso favorisce la superficialità - e con organico scarnificato ad esaltare le valenze timbriche. Il motivo è adesso appannaggio del solo clavicembalo (o clavinet) e si trasforma in una musica antica, di corte, isola fuori di un tempo ed uno spazio certi; succede il vibrafono con riverberi elettroacustici e fasce sintetiche; in fine, un nuovo strumento non identificabile, quasi un vibrafono distorto. Singolare impasto davvero, convivenza di sonorità classiche e moderne generatrice di un senso di forte straniamento. Eccellente l’esecuzione al clavicembalo, con begli arpeggi e fioriture nel finale ove pare riconoscersi il tocco di Cipriani. “Barocco allegro” propone una ripresa celere e vivace - secondo il significato tecnico del termine - con percussioni ed archi strappati che inscenano un balletto meccanico potenzialmente infinito e di ottima suggestione. La quarta versione, “Radio”, è un cool jazz con basso e bella batteria, intermezzi assai liberi del sax e ripresa tematica a freddo, con la tromba che volteggia quasi estranea alla base ritmica. Quest’ultima nella chiusa si eclissa e la tromba risuona, flebile e solitaria, nel vuoto. I quattro momenti si presentano autonomi, partono da una comune origine per diramarsi in percorsi differenti per timbro, velocità e spirito: elegia, sogno, esplicazione del moto, svuotamento del contenuto emotivo.
Il secondo versante sviluppa un duplice percorso, ora dinamico ora meditativo/introspettivo. “Titoli” è tutto movimento e azione: percussioni serrate, basso, tamburi e trombone impostano un funky jazz di quelli cari al compositore, pausato da un intermezzo con percussioni, tam tam ed archi. Molto vitale e solare, chiaramente contrapposto al primo tema. Sulla medesima linea “Inseguimento” (accentuazioni del funky) e “In macchina” (chitarra acustica, batteria, basso). La linea riflessiva si esplica in “Suggestionata” (ripresa lenta con accese aperture del sax su sfondo campionato) e “Riflessioni dell’anima”, davvero interessante nell’affastellarsi di momenti diversi: sax, tromba e orchestra ma anche intermezzi funerei con borborigmi, archi tesi e chitarra elettrica distorta. Facile e coinvolgente “Esotica erotica” con bonghi, atmosfere lounge e buoni a solo del sax. “Intimità” varia con vibrafono, tromba e sfondo d’organo; quest’ultimo più presente in “Finale” a contornare tromba e sax lenti e successiva ripresa funky. Tutti momenti di buon ascolto, ma il pezzo forte è “Preludio” con le sue varianti.

Processo per direttissima procede all’insegna di un versatile variegato monotematismo. Cipriani dispiega la vena suadente che gli è propria e ci regala un’altra melodia doc, flessuosa, romantica senza struggimenti, amorevolmente complice, orchestrata con brillantezza. Batteria e bel ritmo, piano contrappuntato dal sax, sezione centrale con archi: tutto scorre e avvolge. “Titoli” immerge subito in un clima sognante, riproposto in “Finale” dopo una prima parte con clavicembalo su arpeggi di chitarra e pianoforte. Bonghi e andatura più lenta in “Indagine giornalistica” e “L’indagine continua”. In “La città al tramonto” tocca al flicorno intonare il tema, in “L’avvocato e la giornalista” e “Riflettendo sulla strage” vibrafono, flauto basso e un pizzico di organo versano vino nuovo nella botte vecchia, così come la pianola in “Tema per un avvocato”. Versione bossa in “Bossa processo”. “Funerale di Stato” è arrangiato per banda con corposi fiati ed archi in stile deguello. “Fine del processo” apre con archi perentori che richiamano la Quinta beethoveniana, recupera il tema a piena orchestra e synth, sigla con un intenso protratto pedale degli archi gravi.
Sino a qui le riprese integrali del tema. Abbiamo poi ancora due momenti nei quali esso è appena accennato entro un contesto alternativo. “A caccia di scoop” è un brano teso che alterna momenti statici ad altri più mossi. Percussioni ravvicinate ed insistenti, chitarra elettrica distorta, richiami tematici senza sviluppo originano una pagina energica e veloce con pause degli archi in fascia discendente e una parte conclusiva con piano sordo, flauto basso e fondo orchestrale. Qui il compositore si avvicina alla vena “poliziottesca” e crea un’altra bella pagina d’azione e di attesa. Flauto basso, inserti del synth, percussioni tribali e chitarra deformata virano sul minaccioso in “Nuove prove” in una sequenza di effetti suggestivi. In conclusione, una score impostata su un’unica sequenza di suoni, con qualche momento ripetitivo e più d’una piacevole sorpresa.

(1)    S. ZAPPULLA MUSCARÀ – E. ZAPPULLA, Il cinema, la più meravigliosa delle arti, in E. PATTI, Tutte le opere, Milano, La nave di Teseo, 2019, pp. LIV-LV.

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