Frost/Nixon
Hans Zimmer
Frost/Nixon – Il Duello (Frost/Nixon – 2008)
Varese Sarabande 302 066 942 2
14 brani – Durata: 43’01”

In pieno rispetto della tradizione degli ultimi anni, le musiche vengono affidate ad Hans Zimmer, già collaboratore del celebre cineasta in pellicole quali Il Codice Da Vinci o Fuoco Assassino.
Il compositore tedesco si cimenta nella scrittura di una musica di notevole spessore, in cui il carattere drammatico della pellicola si sposa magnificamente con una costruzione per archi e pianoforte davvero particolare, capace di rendere claustrofobico e psicologicamente pesante l’intero commento, che fin dai primi istanti di “Watergate” si lascia conoscere ed apprezzare attraverso un intenso movimento per archi e pianoforte. Zimmer accompagna costantemente il brano con una presenza di percussioni in legno, già conosciute nella sua produzione grazie al largo impiego nei momenti più caratterizzanti di King Arthur, le quali fungono da timer che scandisce il tempo sotto a questa atmosfera crescente che punta su un ostinato pressante, accompagnato da singole note di pianoforte che, nel loro stereotipo, delineano molto bene il carattere pieno di tensione del film.
L’atmosfera spesso viene resa più grave e pastosa grazie ad una presenza costante di una linea di basso, che si fa notare in particolar modo in “The Numbers”, prima d’introdurci in un momento più brillante e variegato: “Hello, Good Evening and Welcome”. Qui troviamo una costruzione sinfo-elettronica che, assieme alla più esplicita “Beverly Hilton”, riporta molto alla mente l’incastro ritmico di “Library Congress”, brano proveniente dalla colonna sonora de Il Mistero Dei Templari di Trevor Rabin. Malgrado questa più che esplicita similitudine, Zimmer riesce a caratterizzare molto il movimento attraverso una scrittura per violoncelli e pianoforte incredibilmente brillante e coinvolgente, capace di giocare col carattere drammatico del film senza privarlo però di un aspetto più lucente.
In effetti i passaggi più pesanti e imponenti vengono assegnati alla sezione d’archi e al pianoforte, che tra l’esplosione di violoncelli in “Pardon The Phlebitis”, muscoloso e prorompente, e l’insistente linea di piano che introduce “Status”, riescono a rappresentare in modo molto attento il gusto e l’atmosfera che si respira nella pellicola.
Alcune soluzioni adottate, che spesso sembrano ricordare pagine ricorrenti di Batman Begins e The Dark Knight, acquistano un valore ed una espressività notevole, grazie ad una scrittura di fondo prettamente psicologica, che riesce a creare un intreccio intrigante e assai seducente.
Particolare attenzione va prestata durante l’ascolto di “Insanely Risky”; questo brano porta con se un carico emotivo di notevole interesse, che spazia tra la costruzione sinfonica, in cui spicca la linea scritta per i violoncelli, ed una ritmica sintetica che riporta molto alla mente alcuni tra i lavori di Hans Zimmer più celebri e spensierati, che vanno da Matchstick Men a The Weather Man, passando anche per qualcosa di molto più datato, come Green Card – Matrimonio di Convenienza.
Lascia tra l’altro sorpreso il modo come un brano così eterogeneo riesca ad introdurre un momento di appena un minuto di durata, “Cambodia”, che fa della sua drammatica interpretazione per archi un piccolo ma brillante fiore all’occhiello dell’intera partitura.
L’album si chiude con una lunga suite di circa 9 minuti, “First Ideas”, che forse si presenta un po’ troppo pesante rispetto alla varietà di coloriture timbriche che caratterizzano l’intera colonna sonora, rendendo piuttosto monolitico nonché stancante il movimento conclusivo .
Hans Zimmer scrive pagine indubbiamente molto interessanti, caratterizzate da uno stile molto personale che rende l’intero lavoro fruibile tanto nei momenti più variegati, come la seducente e ritmata “Research Montage”, quanto in quelli più cupi o introspettivi, tra cui sicuramente spicca la psicologica “The Final Interview”.
Negli ultimi anni il celebre compositore tedesco si è impegnato nella stesura di lunghe pagine di commento impregnate del suo stile più muscoloso e compatto, riuscendo però in alcuni casi, come la bella prova rappresentata da The DaVinci Code, a superare quello che è il suo classico ostacolo: una miscela di suoni talmente impastati da sfavorire l’esecuzione singola.
In Frost/Nixon l’autore da una buona importanza alle singole parti che suonano la partitura, e quest’attenzione sicuramente ripaga attraverso un risultato che arriva a smuovere tanto le corde più sensibili dell’ascoltatore quanto quelle che rendono molto interessante la trama psicologica sulla quale Zimmer dipinge con furbizia, si, ma innegabilmente anche con una notevole padronanza dei mezzi a sua disposizione.