Lavender Braid

cover lavender braidEugene (aka Eugenio Valente)
Lavender Braid (Inedito, 2016)
Kronos Records KRONCD098
13 brani – Durata: 34’05”

Non v’è impresa più difficile del dover esprimere un giudizio sul presente. Occorre che trascorrano decenni prima di acquisire la visione “dall’esterno”, indispensabile e per vedere chiaro e per valutare con serenità e distacco i fenomeni. Il manzoniano rinvio ai posteri valeva per Napoleone Bonaparte, che era nel 1821 il presente, come vale per ogni oggi. Il passato, oggetto di ricostruzioni storiche, di analisi, di interpretazioni, possiamo ricondurlo a linee generali, generiche se vogliamo, ma certe, riportate nei libri e divenute patrimonio comune. E’ il quadro osservato dal di fuori, inscritto in una cornice e ben visibile, percorribile dallo sguardo in ogni suo dove. Il presente è quadro esso pure, ma del quale noi siamo parte; onde ci manca la visione d’insieme, conosciamo – vediamo - solo il punto ove siamo collocati. Ancora, è un quadro in movimento, trasformazione continua, l’oggi è un istante, attualità che si butta, subito annullata dal domani. Visione opaca, nebulosa, di sempre cangiante. Aveva ragione Enrico IV quando nel dramma pirandelliano parlava del piacere della storia, tutto fissato in forme inalterabili. L’abbiamo presa un po’ larga, per arrivare a concludere che l’ottava arte non fa eccezione. Golden age, silver age, i grandi nomi italiani ed esteri, i minori spesso solo per inferiorità produttiva, i bravi artigiani e i mestieranti, i routiniers, i freelance, gli outsider, le score divenute classici della musica e quelle conosciute da un manipolo di cultori o di semplici curiosi: riferimenti certi, visione prospettica, studi critici, cattedre universitarie persino. E’ l’oggi che disorienta nella sua pluralità ingestibile. Se nella transizione tra il vecchio e il nuovo secolo – ci limitiamo all’Italia, italiano essendo l’autore di Lavender Braid; ma basta una rapida occhiata al panorama statunitense ed ispanico per naufragare entro un oceano di proposte sonore tutte da vagliare - si segnalano Carlo Crivelli, Riccardo Giagni e Marco Werba – figura quest’ultima di degno erede del Novecento classico cine-musicale accanto ad Andrea Morricone: due numeri uno, legami forti col passato che non passa -; venendo a tempi più vicini, troviamo Antonio Di Pofi, Andrea Guerra, Dario Lucantoni, Lamberto Macchi, Dario Marianelli, Paolo Buonvino, Pivio & Aldo De Scalzi, Theo Teardo; sino ai contemporanei Kristian Sensini, il duo DiBona/Sangiovanni, Antonio Manca (il cui pregevole commento per Quella sporca sacca nera suscita buone speranze); ed altri nomi di sconosciuti dai quali attendersi tutto il meglio o tutto il peggio, o forse solo un medio profilo. L’impressione generale – forse generica per i sopra esposti motivi - è di una discontinuità rispetto a quel passato, di una cesura che potrebbe condurre a nuove soluzioni, o confermare lo scarto qualitativo. All’interno del panorama articolato (e confuso) del nuovo millennio si stagliano poi talune figure ibride di non-specialisti occasionalmente attivi nel cinema. Non si tratta di “convertiti” passati illo tempore dalla canzone al soundtrack come Nico Fidenco o Pino Donaggio e divenuti – il secondo in particolare - presenze costanti nell’ottava arte; e nemmeno dei casi isolati di esponenti del mondo canzonettistico-radiotelevisivo ingaggiati una tantum, quali Francesco De Gregori, Alberto Baldan Bembo, Fred Bongusto (un po’ più presente), Umberto Smaila e chi sa quanti altri. Parliamo di una tipologia del tutto nuova di musicisti dalla formazione eterogenea, esperti di computer music, versatili e multimediali, veri figli del tempo nostro. Privi di pudori accademici, nati e vissuti entro una dimensione “liquida” e “globale” del suono, aperti a tutti gli apporti (meglio ancora se elettronici e techno); giovani, spregiudicati e desiderosi di sperimentare, poco sensibili alle gerarchie stilistiche; il cinema è per loro un settore come un altro, nel quale cimentarsi all’occorrenza. Definirli “compositori cinematografici”, appare davvero impegnativo. Per contro, basta accostarsi ad una qualsiasi fiction – la sinistra entità fa ormai tutt’uno col cinema; o, se preferite, il secondo va a braccetto con la prima - per rendersi conto del livello medio-basso dei nuovi pseudospecialisti, equamente divisi tra espressionismo tardoromantico ed elettronica a scartamento ridotto. Gli altri tentano se non altro percorsi alternativi, e pazienza se i risultati non sono sempre all’altezza. Come il bergamasco Massimo Numa, chitarrista, produttore musicale, arrangiatore, compositore, che ha firmato senza infamia e senza lode molti film di Roger A. Fratter. O, per l’appunto, il romano Eugenio Valente, in arte Eugene, che scrive una score immateriale, astratta, per il cortometraggio di Magdalena Hill Lavender Braid (2016). Classe 1975, compositore, cantante e produttore. Pianista autodidatta dall’età di quattro anni e grande esperto di sintetizzatori, coinvolto in progetti dall’underground al mainstream in Italia, Regno Unito e USA. Produttore e session-man per molti artisti (tra i quali Marco Machera, Simulakrum Lab, Garbo, Goblin Rebirth, Gazebo, Andy Bluvertigo, Mellotronik, Luca Urbani, Orlando, Renzo Rubino, Luca Faggella, Ottodix, Simona Molinari, Elettra, Anna Tatangelo) e in studi di registrazione (tra cui i Britannia Row Studios, famoso quartier generale dei Pink Floyd), la carriera solista di Eugene si articola su tre direttive di base: pop elettronico, remix e colonne sonore. Come artista electropop, Eugene ha pubblicato quattro singoli (“Dior DNA” - 2006, “Promenade” - 2014, “Waiting for You” - 2018, “Radiowave” - 2018) e un ep (CERN - 2017), molto influenzato dai suoni a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80. Il singolo “Promenade” cattura l’attenzione dei media internazionali grazie al videoclip diretto da Alessandro Bavari (collaboratore di Ridley Scott in Alien-Covenant). “Wating for you”, scritta con Danny De Matos aka Lisbon Kid, è accolta con successo dal pubblico del synthpop in Inghilterra e ottiene una buona diffusione su BBC6 e sulle radio specializzate. “Radiowave” (feat. Garbo & Andy Bluvertigo) entra direttamente al primo posto della Alternative Chart di iTunes nella settimana della sua pubblicazione e viene presentata in radio dal fondatore dei Visage, Rusty Egan. Entrambi i singoli del 2018 escono sulla leggendaria etichetta Wall of Sound UK. Eugene ha realizzato remix per Lisbon Kid, Denis the Night & the Panic Party, Caravaggio, Claudio Simonetti, Roger Lyons + Louis Gordon (John Foxx & the Maths), Ottodix, Azzurro 80 e molti altri, pubblicando i suoi lavori a partire dal 2014 su etichette Wall of Sound, Discipline, Rustblade e Rebel. Numerose le incursioni nel mondo delle colonne sonore, dalle mostre fotografiche ((d)istanti - diario di suoni - 2001) ai documentari (K2 Freedom - 2007, Norba la Città di Pietra - 2009, Borghi di Sicilia - 2017) dai film (The Dinner - 2014) ai cortometraggi indipendenti e alle installazioni multimediali (1). Davanti ad un curriculum simile – di tutto rispetto - vacilla la nozione di specialismo alla quale eravamo abituati.
      
Lavender Braid, “treccia di lavanda”, è un corto (29’) scritto e diretto dalla polacca Magdalena Hill, emigrata negli U. S., autrice visionaria con al suo attivo il video sperimentale A missing A del 2006, e alcuni video musicali. Lavender Braid, del quale è anche interprete nonché produttrice, è la sua prima prova “narrativa”. Una giovane giardiniera, le api che si posano su di lei mentre ella dorme, attirate dal suo profumo, il tentativo di ricavare miele da tale essenza, sullo sfondo dei campi di lavanda, distese violacee che paiono onde marine proiettate su di un cielo tra l’azzurro e il bianco abbacinante. Una narrazione che procede per analogie, sinestesie, cromatismi alterati, nel tentativo di un personale cinema di poesia e di mistero: non resoconto di eventi, invece “visione” e allusività. E suono. Perché è evidente che un cinema di questo tenore ricava particolare beneficio dall’apporto acustico, rumore e musica, che si compenetreranno in forme più profonde, intime rispetto ai modi consueti del racconto per immagini nel quale la musica – per quanto efficace, funzionale, e talora anche bella in sé - produce un senso fastidioso di superfluità, o anche solo convenzionalità; di elemento “esterno” che si intrude e disturba, sovraccarica, sottolinea pesantemente. Qui invece immagini, suoni, rumori si delineano sul medesimo asse orizzontale assorbiti all’interno di una seducente audiovisione.
La staticità sognante, allucinata, e la prospettiva antinaturalistica della Hill richiedevano un approccio non descrittivo e pertanto estraneo al canone melodico, tutto atmosfere invece e suggestioni ineffabili. Ne discende un disegno minimalista e frammentato: pochissime note, assenza di sviluppo tematico, organico ristretto e tuttavia “ricco” (voce femminile di Susanna Buffa, violino, piano preparato, hurdy gurdy, reverber machine e varie opzioni campionate). L’effetto è di onirismo avvolgente e turbatore, la musica introduce a un mondo “altro” (le api, l’impollinazione rituale, l’acqua obliviosa, le gocce di sangue) che interagisce con la dimensione umana preservando la propria affascinante quasi mistica diversità. L’ascolto può risultare piacevole o monotono in base alla “disponibilità” di chi si appresta a udire, e necessitano abbandono e pazienza e collaborazione. Perché questo Lavender Braid è musica a modo suo “difficile” (con l’eccezione dell’ultimo brano) nel senso di ben poco cantabile. Di certo la resa ottimale si avrà udendo e vedendo per la sinergia audiovisiva di cui sopra.
“Lavender Fields”, che può considerarsi il tema portante, a dispetto del titolo non evoca un luogo/tempo determinati; piuttosto, percezioni introiettate e sottratte al determinismo sensoriale. La solista Susanna Buffa (cantante folk, musicista, giornalista musicale e vocalist anche per Teho Teardo e Andrew Powell) intona due note che non approdano a sequenza melodica fluente e definita; sono accenni, suggerimenti di uno sviluppo possibile che però non avviene. Il timbro grave, mormorante, è fruscio insieme voce umana e suono di natura, reale e non-reale, appoggiato su di un immoto sfondo sintetico. I “campi di lavanda” sono tutti dell’immaginazione, reconditi, sospesi. Le brevi riprese ripropongono i vocalizzi ora soli (“Part Four”) ora su fascia metallica (“Part Three”), ora con sviluppi infinitesimali (“Part Two”). “Laboratory” accentua il precedente clima rarefatto con l’entrata del violino di Andrea Libero Cito e l’utilizzo del reverber machine manovrato da Pierpaolo “Spirangle” Caputo che dilata le suggestioni incorporee di una musica estranea ad ogni volontà di espressione diretta (non inganni il violino, condannato agli stenti di qualche nota che non si fa strada). Nella “Part Two” abbiamo una sospensione in crescendo e la voce solista che modula, sullo sfondo semisolido di una fascia riverberata, l’abbozzo tematico già udito. In “Part Three” si aggiungono i pizzicati del violino con effetti scheggia. Sulla linea arcano/minimalista anche “Cross Pollination” con risonanze elettroacustiche, inserti del violino che si esibisce in astratti fraseggi e voce femminile campionata, impasto informe e mistico/rituale. In “Ophelia” compare l’hurdy gurdy, o ghironda (affidata sempre a Caputo), antico strumento le cui corde venivano poste in vibrazione dal bordo di una ruota di legno ad esse sottostante, azionata da una manovella. Anche qui, nessuna melodia, la suggestione è nei suoni staccati prodotti dal singolare cordofono, che suscitano un’atmosfera vagamente medioevale, immobile, galleggiante in un tempo irrisolto. Universo sospeso pure in “Bloodstains”, l’hurdy gurdy distilla note disperse tra arpeggi e tremoli elettroacustici. “Ceremony” introduce un principio di movimento in questa partitura prevalentemente statica. Esordisce un tocco iterato dal timbro oscuro e minaccioso (prepared piano?), poi si abbozza una sorta di danza rituale. “Queen Bee” chiude le tredici sequenze con una canzone. Sfondo liquefatto, voce femminile e lingua inglese, riprese ritmate da percussioni sintetiche, effetti elettronici; poi la voce si disperde in echi e riverberi onirici. Si individua una componente melodica più definita, lontanissima peraltro dalla cantabilità diretta della forma-canzone. E predomina l’universo tecnologico, suoni e voce umana partecipano egualmente del gelo immateriale del mondo delle macchine.

In conclusione, una musica che possiede un proprio fascino surreale ed ermetico, una personalità. L’autore pare memore di certo sperimentalismo degli anni Settanta ed anche delle score dei thriller di casa nostra. Predilige il suono elettronico ma tiene in conto strumenti e timbri più legati alla tradizione (il violino) e mostra di conoscere la musica antica, recuperata in forme quasi puntillinistiche.
Lavender Braid è pubblicato dalla Kronos Records in edizione ultratirata a 200 copie: solo l’etichetta maltese, da sempre attenta alle zone in ombra della musica del cinema, poteva sobbarcarsi un’impresa del genere.

(1) (https://www.imdb.com/title/tt3561348/fullcredits/?ref_=tt_ov_st_sm; etc.). Un esempio, fra i tanti, della confusione regnate nell’oggi non ancora storicizzato.

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