Qualcuno ha visto uccidere… & Duri a morire

Stelvio Cipriani
Qualcuno ha visto uccidere… (1973)
Penta Music PTM008
20 brani – durata: 44’25”


Stelvio Cipriani
Duri a morire (1979)
Digitmovies DGST038
20 brani – durata: 41’43”

Non si può dire che, a partire dal nuovo secolo, le etichette specializzate non abbiano prestato attenzione a Stelvio Cipriani, recuperando nell’ultimo ventennio decine di titoli inediti o mai più ristampati dopo l’incisione d’epoca (ancora, in giugno l’accoppiata La notte dell’ultimo giorno/Processo per direttissima su etichetta Quartet Records). Si tratta per lo più di pellicole dimenticate, appartenenti a quel cinema “minore” che è il lato oscuro della settima arte, circolate per una brevissima stagione e con incassi modesti, e delle quali spesso si viene a conoscenza solo nel momento in cui se ne pubblica l’OST, sì che s’innesca un circolo virtuoso alla rovescia - invece di arrivare alla musica dal film, si perviene a quest’ultimo dallo score; ennesima riprova che il matrimonio musica/immagine non segue canoni prestabiliti (come per altro nessun matrimonio). Di questo cinema sottotraccia il musicista romano è stato fido sodale, le sue note hanno accompagnato titoli quali Le deportate della sezione speciale SS (Rino Di Silvestro, 1976), Journal d’une maison de correction (Georges Cachoux, 1980), El poderoso influjo de la luna (Antonio del Real, 1981), Porno: Situación límite (Manuel Esteba, 1982), La donna del mare (Sergio Pastore, 1984); e moltissimi altri, a fianco dei lavori più conosciuti dai melliflui Anonimo veneziano e Dedicato a una stella ai poliziotteschi duri e puri, per non dire dello sceneggiato tv Dov’è Anna? dal quale fu tratto un singolo che rimase a lungo nella hit parade italiana del 1976 (pare oggi incredibile che il disco tratto da una colonna musica potesse occupare i primi posti nelle classifiche). I due titoli qui oggetto d’esame sono tipici abitatori di quel pianeta ignoto e proibito, popolato di larve iconiche e musicali. Qualcuno ha visto uccidere… (Un par de zapatos del ‘32) è un giallo spagnolo diretto dal prolifico Rafael Romero Marchent (scomparso a febbraio) e interpretato da Ray Milland, Sylva Koscina, Ramiro Oliveros, Franco Giacobini, Maria Silva, Eduardo Calvo. Il direttore di un collegio, deciso a sbarazzarsi del marito di una donna che è sua amante, paga un killer il quale, messa una bomba su di un aereo, finisce per presentarsi con il conto di ben 140 cadaveri. Il mandante inorridito, nel corso della discussione che intavola con il suo sicario, finisce per ucciderlo. Un alunno del collegio ha visto tutto e il direttore, sempre più a fondo nella strada del delitto, lo insegue per le vie e per le piazze di Montpellier, nonché sulla pista del vicino autodromo ove sfrecciano in prova i bolidi di formula uno. Ma il signor direttore ha visto male e non colpisce il vero testimone” (https://www.cinematografo.it/cinedatabase/film/qualcuno-ha-visto-uccidere/23451/). Film introvabile, dunque impossibile formarsi un’opinione se non attraverso i commenti altrui sparsi qua e là nella rete, nel complesso positivi. Va pure peggio con Duri a morire, un bellico/avventuroso/spionistico del 1979 di Joe D’Amato il quale firma anche la fotografia col suo vero nome Aristide Massaccesi. Mitico, inesauribile uomo di cinema (direttore della fotografia, regista, sceneggiatore, produttore), gli vengono attribuiti all’incirca duecento titoli (forse troppi, le leggende non conoscono il senso del limite), western, cappa e spada, peplum, decamerotici, kung-fu, guerra, erotico, sexy, hard, mondomovies, fantasy come ricorda Gordiano Lupi (http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=20514). Ma le sue passioni erano l’erotico e l’horror, meglio se ibridati. Titoli quali La morte ha sorriso all’assassino, Buio omega, Antropophagus, Rosso sangue hanno lasciato il segno e sconvolto l’immaginario di tanti che non si aspettavano quelle visioni alla lettera viscerali. Duri a morire, assai più tranquillo, vede sullo schermo Luc Merenda, Percy Hogan, Alessandro Haber, Wolfango Soldati, Donald O’Brien. Collaborazione a soggetto e sceneggiatura di Sergio Donati. Agenti segreti, cacciatori di taglie, mercenari in un non identificato angolo d’Africa (ma sembra che le riprese siano avvenute a Santo Domingo, che diverrà location d’elezione per altri film del regista nel periodo 1978 -1981), farragini che allora si facevano.
In Qualcuno ha visto uccidere… Cipriani amalgama le sue due anime, quella classico/sentimentale/romantica e quella più moderna o, se si preferisce, alla moda (per il periodo): e dunque, sì l’orchestra d’archi e il pianoforte e la chitarra acustica e i fiati entro una ben definita e riconoscibile cornice melodica; ma anche il jazz e il rock e l’elettronica e l’Hammond, con mescolanze e sovrapposizioni riuscite talora, meno convincenti talaltra. Lo score è incentrato su due temi principali nei quali è riconoscibile la vena orecchiabile, “facile” del compositore, contornati da una copiosa messe di pagine tensive, statiche e/o articolate, ove trovan luogo anche, riveduti e corretti, i due succitati momenti, e dove il maestro esibisce la sua ritmica incalzante, l’utilizzo massiccio del basso e di percussioni d’ogni natura, alternati a sibili, fasce, tratti quasi minimalisti (nel senso dell’economia dei materiali) d’una immobilità raggelante.
Apre il tema principale (“Seq. 1 – Titoli”), che è già un marchio di fabbrica, con trombone su batteria, percussioni varie, basso e chitarra acustica; alla profondità corposa del fiato succede la carezza degli archi che planano sulla base ritmica con delicatezza di piuma. Dinamico, brioso, glamour. Peccato, in chiusura, la coda della chitarra elettrica, fastidiosa e poco coerente col resto. Lo ritroviamo pressoché identico in “Seq. 20 – Finale”, solo più breve e con il clavicembalo in luogo del trombone. Variazioni pregevoli “Seq. 3” (rapidissimo ostinato, poi ripresa tematica con pianoforte, archi e chitarra acustica e di seguito con archi e chitarra; morbido e sentimentale); “Seq. 10” (tono greve, flauto basso su chitarra; molto lento e con marcate sottolineature del basso a disegnare cadenze oscure); “Seq. 18” per organo solo, mistica e raccolta. Più ritorni occasionali in taluni episodi tensivi e di azione. In “Seq. 17” rispunta con suono elettronico misterioso riverberato su di una base sintetica, poi lascia spazio al secondo tema. Quest’ultimo fa il suo ingresso in “Seq. 2” (per cui, le prime due tracce si possono considerare una ouverture), delicata e gentile, di blanda malinconia, che vede protagonisti flauto basso, chitarra acustica e carillon. Lo spunto è diegetico, svolgendosi la vicenda all’interno di un collegio con bambini e preadolescenti. Ripresa ritmata con fascia d’organo in “Seq. 6”; in “Seq. 8” il disegno melodico annega nella batteria, indi si frammenta nel prevalere delle percussioni in accelerata.
Il resto si bipartisce tra i modi sospesi e “bui” propri del thriller e il turbinoso dinamismo degli inseguimenti - nel finale, sul circuito del Paul Ricard a Le Castellet, con le auto da corsa a sfrecciare sulla pista. Se, appunto, esiste uno “stile Cipriani” esposto nel melodismo affabile, aggraziato, talvolta zuccheroso di tante sue composizioni; c’è un altro versante, quello dei ritmi forti ed ascendenti che, pur mantenendo tracce della ben nota dolcezza, le trasforma in flussi di grande energia, imprimendo alle immagini – e all’immaginazione - le sembianze di un moto perpetuo, elastico, frastagliato, volante. E un altro ancora, speculare, di immote spettrali rarefazioni. Di entrambi riscontriamo qui belle e cangianti prove. Le Seqq. 4, 7, 9, 11 e 19 sono centrate pagine di suspense che si fanno apprezzare musicalmente – e qui distingui il “compositore” dal pur valente artigiano che non va oltre la dimensione funzionale. Come “Seq. 14” che, dopo un’ingannevole ripresa del primo tema questa volta con chitarra e fagotto (o tuba), evolve in nervosismo: il divenire melodico affidato ora al clavicembalo si raffredda disteso su lievi percussioni; seguono un algido carillon e altri momenti disarticolati con prevalenza di fondali e timbri foschi. “Seq. 7” presenta una sottile fascia d’organo, stressanti colpi di basso e batteria e soprattutto rugghii subdoli del sinket in accentuazione. Gli effetti sono ottenuti con mezzi essenziali non meno che efficaci come in “Seq. 9”, pagina statica/attendista con sinket, percussioni discendenti, tremolio elettronico continuo, in fine carillon (ripresa del secondo tema) su fascia minacciosa. “Seq. 11” propone il basso in ritmo ora binario ora ternario, borbottii e campanelli. Di grande suggestione “Seq.19”, tensivo crescente basato sulla parziale ripresa del primo tema questa volta con suono campionato ed echi distorti, lentissima e misteriosa.
Alle cinque sequenze d’atmosfera, all’insegna di una prevalente stasi, corrisponde una cinquina più mossa ed anche convulsa che abbina ritmica poliziottesca, cool jazz e timbri campionati originando percorsi deflagranti e sulfurei. Pura azione è già “Seq. 5” con basso, chitarra elettrica ed Hammond che premono alle costole. Ma è nelle Seqq. 12, 13, 15 e 16 che la chase music si sublima in passaggi di elettrificante bellezza. Possono raggrupparsi in segmento unico, perché simili nella costruzione compositiva (per quanto ciascuna possegga connotazioni specifiche a livello di microstruttura e sfumature di suono). La base è il basso, sovente in ritmo quinto, coadiuvato da bonghi ed altre percussioni e rinsaldato dai martellamenti del piano, da chitarre elettriche, echi campionati ed effetti dell’Hammond. In “Seq. 13” si inserisce anche il primo tema che si rinnova e stravolge gestito dalla tuba, poi entra un sax frantumato in schegge laceranti, distorte, nevrotiche. Una modalità astratta, fredda; la quale, appoggiata alla ritmica incisiva e fluida dell’onnipresente basso genera un sound abbagliante, lisergico. Pagine davvero notevoli, inserite a pieno titolo in quella “musica urbana” biglietto da visita di tante pellicole e che ebbe nella trinità Morricone-Cipriani-Micalizzi gli esponenti più egregi. Al di fuori dei vari cluster (melodia, rarefazione, azione), un ballabile veloce con flauto, batteria, chitarra elettrica (“Seq. 14”), breve ed anonimo.
Altra musica – ma pur sempre Cipriani - quella di Duri a morire, influenzata anche troppo dalla disco dance del periodo. Alla fine dei Settanta e nei primi Ottanta il compositore si aprì alle suggestioni di un sound elementare, caratterizzato da un banale vitalismo ritmico, affidato per lo più ai sintetizzatori, concepito per essere ballato più che ascoltato. Non fu la sua stagione migliore, non sempre si realizzò equilibrio tra classicità e modernità; né mancarono esiti di una certa faciloneria, quasi un volersi adeguare alle mode musicali del momento, accanto a lavori di migliore fattura – pensiamo, per questi ultimi, a Solamente nero (Antonio Bido, 1978) e Un’ombra nell’ombra (Pier Carpi, 1979), ove il ricorso al suono sintetico era volontà di sperimentare nuove forme, nuovi timbri, nuove suggestioni. In realtà, Duri a morire è un’opera eterogenea che, accanto alla musica dance mood, annovera efficaci momenti di suspense, marcette militari, atmosfere elleniche, parentesi “classiche”, virtuosismi pianistici. La fisionomia è impressa senza dubbio dal brano “Azione commando” replicato e variato otto volte ovvero a costituire quasi la metà della partitura: il tema conduttore insomma, che infatti come “Titoli” e “Finale” apre e chiude. A prevalere sono le percussioni, un poco esotico/tribali (bonghi) un poco disco, e il basso elettrico in primissimo piano. Su tale base fortemente ritmata si inseriscono abbozzi melodici dell’organo e tentativi inconclusi di sviluppo in un’alternanza di pause e riavvii. Le ricorrenze (tracce 1, 3, 5, 11, 13, 16, 18, 20) si distinguono per accentuazioni e diminuzioni del ritmo e un assortito utilizzo del basso che ora batte ora striscia. E’ una musica senza evoluzione, impostata su due accordi, ripetitiva; e però tale “povertà” giova alla suggestione dinamica, epidermica quanto si vuole ma efficace, d’una gradevolezza stordente. Da preferirsi di gran lunga ai contorsionismi di Giorgio Moroder che in quegli stessi anni raccoglieva Oscar e successo internazionale. E allora rivalutiamo la nostra scuola, la formazione dei nostri compositori i quali mantenevano la dignità anche nei momenti di stanca. “Azione commando” è action music fuori degli schemi, e sarebbe interessante verificarla all’interno del film (irreperibile). Al versante “moderno” appartiene anche “Dance Mood” (tracce 9 e 19), motivetto in linea con le tendenze della musica di consumo del tempo, eseguito al synth, e con momenti più personali nei quali si ravvisa la “maniera” di Cipriani (che forse si ricicla). Piacevole e senza pretese.
La sezione atematica (tracce 2, 4, 12, 15, 17) ci riporta entro i canoni della buona musica per film, ed è la migliore di questo score anomalo. Sono rielaborati gli stilemi della suspense classica, si lavora su archi e pianoforte in compresenza con il suono artificiale, si dipana un piccolo concerto dalla pregnanza sinistra. In “Vabo nel fosso” gli archi gravi ed acuti dialogano oppressivi sull’ostinato in fascia (tracce 2 e 17). “Piano suspense” (traccia 12) è un piccolo gioiello di semplicità, eleganza, tensione: ad un accordo in scala bassa seguono due note staccate, a goccia, sospese sull’onirico sfondo elettronico, in perfetto clima di attesa del peggio. Appunto “Attesa tensiva” titola la traccia 15 con archi vitrei sovrapposti e collante sintetico. Recuperabile come library per un thriller. In fine, “Incubo” (traccia 4), ove predomina il suono campionato: effetti di disturbo, echi vari, frammenti metallici, fasce altrettanto minerali; il senso d’irrealtà è garantito.
Il resto, è un coacervo di momenti difformi che pescano nelle sconfinate cantine del repertorio. “Atmosfera ellenica” (traccia 7) copia senza pudore la danza di Zorba che diviene, con quella chitarrina e quel basso da complesso rock paesano, un Theodorakis dei poveri. “Marcetta militare” (tracce 8 e 14) è una marcia di routine, più festosa che marziale, con tamburi, basso, trombe e trombette e tromboni. Più di gusto “Attimi di tenerezza” (traccia 6) e “Momento classico” (traccia 10), ove il musicista (anche esecutore) ripropone la sua levigata scrittura pianistica. Nel primo, scale ed effetti goccia inducono un clima astratto, surreale, quasi d’infanzia. Il secondo parafrasa vari registri pianistici, per lo più ottocenteschi, e con qualche eco debussyano. Momenti delicati e d’eleganza, fuori del tempo, in contrasto con la dominante ritmica aggressiva.
Cipriani già aveva lavorato con Massaccesi in Papaya dei Caraibi (1978), e per lui firmerà ancora Orgasmo nero (1980) e Paradiso blu (1981). Qualcuno ha visto uccidere… e Duri a morire sono pubblicati per la prima volta, prelevati dalle risorse cine-musicali della C.A.M., a cura della Penta Music e della Digitmovies, in edizioni limitate.