Là dove non batte il sole & Un animale chiamato… uomo!
Carlo Savina
Là dove non batte il sole/Un animale chiamato… uomo! (1975/1972)
Digitmovies DGST 035
32 brani (21+11) – durata: 64’ 16’’
La Digitmovies dedica a Carlo Savina un doppio capitolo western: Là dove non batte il sole e Un animale chiamato… uomo!, due opere composte in un momento della storia del cinema popolare italiano in cui alle musiche veniva chiesto anche di rendere più dignitosi film mediocri o peggio.
Il primo, ultimo western di Antonio Margheriti, prodotto con quote partecipative italiane, spagnole, statunitensi e hongkonghesi, è concepito con lo scopo di rivitalizzare il genere integrandolo con il kung-fu movie, allora molto seguito. Per rendere l’operazione più efficace - in realtà non del tutto inedita, avendo già come precedenti Sole rosso (1971) di Terence Young e Il mio nome è Shangai Joe (1973) di Mario Caiano - vennero chiamati in causa due mostri sacri dei rispettivi linguaggi, Lee Van Cleef e l’attore cino-indonesiano Lo Lieh. In California il bandito Dakota (Van Cleef) e Wang Ho Chiang (Lo Lieh), giovane cinese esperto d’arti marziali, vanno insieme in cerca di un tesoro, il che in pratica vuol dire rintracciare quattro prostitute di diversa nazionalità, un’americana, una russa, un’italiana e una cinese, sui cui sederi sono tatuate le indicazioni per rinvenirlo. Sebbene spinti da motivazioni diverse, i due porteranno a compimento l’impresa tra mille avventure e assurdità. Un’osservazione sulla presentazione del film: il titolo italiano, forse per solleticare l’interesse del pubblico della commedia erotica, è scopertamente allusivo; più seriosi e incanalati nella cultura ‘spaghetti’ sia il titolo internazionale (The stranger and the gunfighter) sia quello spagnolo (El kárate, el Colt y el impostor).
Dal canto loro, le musiche di Savina, alla sua ennesima collaborazione con Margheriti, non hanno molto a che spartire né con il western all’italiana né con quello tradizionale. Il tema principale “Titoli”, che sfoggia una sezione fiati particolarmente briosa e un refrain da commedia brillante, mira ad approfondire i toni ironici della vicenda. Viene ripetuto con variazioni, e talvolta con brevi intermezzi drammatici, in tre situazioni: “Lo straniero e il pistolero”, “Due strani eroi”, “Ultima sfida e finale”. Un caso a parte é “Pallottole e karatè”, tiratissima versione dinamica con chitarre dalla ritmica funky.
Seguono quattro sequenze ispirate, non sempre in modo congruo, alle rispettive origini delle ragazze: per l’americana “Bossa nel Far West”, con suadenti solismi di flauto e ritmiche sincopate; per la russa “Momento struggente”, romanticismo di maniera per violino, pianoforte e tastiera, ravvivato da ricorrenti accelerazioni folk; per l’italiana “Atmosfera mediterranea”, prevedibile rimando alla musica popolare napoletana, inizialmente per mandola e tamburello, poi con arrangiamento orchestrale; per la cinese “Come in un sogno”, incontro tra i vocalizzi di Edda Dell’Orso ed armonie orientaleggianti. Su queste si continua ad insistere in “Sacro e solenne”, “Ho Chiang”, “Sfida mortale”, legate alle scene girate ad Hong Kong (caso unico nella storia del western all’italiana) o alla presenza di Wang Ho Chiang. Per la storia sentimentale da costui intrecciata con la prostituta cinese (poi redenta), il musicista sceglie ancora registri moderni, componendo un paio di motivi omologhi dalle avvolgenti atmosfere lounge: “Tema d’amore in pop” per orchestra, vocalizzi (sempre della Dell’Orso) e qualche nuance orientale, e “Attimi d’amore” per flauto, pianoforte e chitarra elettrica ritmica.
Per quanto concerne la musica diegetica, all’esitante “Saloon piano” e alla più ritmata “Saloon orchestrina” per violino, banjo e percussioni, si affianca “Chitarra al tramonto”, un brano dal carattere ispanico per chitarra classica sola. Altro momento isolato è la scena iniziale della forzatura della cassaforte, che si sviluppa sulla prolungata e ostinata suspense di “Mistero orientale” per archi, organo e chitarra elettrica. Infine, “Nuove avventure” è un pezzo di passaggio per archi agrodolci.
Penultimo dei dieci western di Roberto Mauri, Un animale chiamato… uomo! risale alla fase in cui il genere aveva ormai assunto i tratti della commedia ridanciana di più basso profilo.
I protagonisti sono gli scapestrati fratelli Matson, il provetto pistolero Bill (Vassili Karis) e il balbuziente e sempliciotto Johnny (Omero Capanna), che un bel giorno piombano a Silver City, cittadina in pugno al perfido Mark Foster (Craig Hill), capo di una gang di taglieggiatori. I due, col proposito di ostacolarlo, fingono di diventare suoi esattori, seminando il panico tra la popolazione. Alla fine, tra baruffe, sparatorie e pasticci vari - Bill troverà pure il tempo di conquistare i favori della bella Yvette (Gillian Bray), ballerina da saloon laureata in medicina a Parigi - la città verrà liberata.
Dopo aver già commentato per Mauri la trilogia di Spirito Santo nel biennio 1971-1972, per la sua ultima collaborazione col regista, Savina predispone una partitura essenziale, in stile New Orleans, dai toni prevedibilmente oscillanti tra il beffardo e il ridanciano, ed eseguita da un organico piuttosto ridotto (gli strumenti tipici della tradizione jazzistica integrati con le tastiere elettroniche).
“Titoli”, in realtà sincronizzata con il prologo, introduce il tema conduttore, un motivo swingante a tempo medio dove spiccano i timbri organistici ed un’impertinente tromba con sordina. La scena ci restituisce fin da subito una precisa indicazione sullo spessore trash del film e serve a presentare i due scanzonati fratelli: la branda indiana di Trinità ha fatto scuola, solo che qui, approfondendo ulteriormente l’intento parodistico, Bill trova posto su un più tecnologico carrello, mentre Johnny non è in sella ad un cavallo bensì ad un velocipede. “Atmosfera buffa”, la vera sequenza dedicata ai titoli di testa, sviluppa la traccia precedente con un andamento leggermente più mosso e una ritmica di basso elettrico. Il tema, costante controcanto alle imprese dei protagonisti, conosce poi altre tre ripetizioni: “Atmosfera buffa 2”, “Atmosfera allegra” e “Shake nel West”. Quest’ultima è appunto una versione shake per tromba, tastiere e sezione ritmica moderna, adottata in situazioni dinamiche o di raccordo (tipo gli spostamenti a cavallo).
Altro episodio caratterizzante è “Momento sensuale”, dedicato alle interazioni tra Bill e la dottoressa: è impersonato melodicamente dai vocalizzi languidamente sognanti di Nora Orlandi e da un organo elettronico. Curioso l’impiego lievemente malizioso di “Attesa”, moderata suspense per fiati e percussioni, stemperata dalla solita tromba con sordina trattata con eco: compare quando Bill, colpito in due occasioni alla natica da una pallottola vagante, è costretto a sottoporsi alle amorevoli cure di Yvette.
Per i momenti di più sostanziosa drammaticità, Savina ricorre presumibilmente a materiale di repertorio e di conseguenza non incluso nel CD. La musica da saloon per pianoforte a puntine vive in tre episodi (“Saloon” e seguenti), tutti di tono vagamente nostalgico e con incedere moderato.
In chiusura del film, “Finale” prevede l’intersecarsi del tema principale con quello sensuale: Yvette raggiunge i due balordi, che stanno abbandonando Silver City, per correre l’avventura insieme a loro.