Stanno tutti bene

cover stanno tutti bene morriconeEnnio Morricone
Stanno tutti bene (1990)
GDM 4341
22 brani – Durata: 53’02”

Ripetersi dopo Nuovo Cinema Paradiso (1988) e confermarsi a tale livello - Oscar, Golden Globe, Bafta al miglior film straniero - non sarebbe stato facile per Giuseppe Tornatore. Eppure il regista di Bagheria riesce in Stanno tutti bene (1990) a raccontare ancora una volta una storia italiana, familiare, densa di significati e riferimenti, e ad avvicinarsi con una certa maestria, dolcemente malinconica, a quelle che sono le dinamiche del rapporto genitori e figli. Che Tornatore risenta ancora del successo della precedente pellicola è chiaro fin da subito, a partire dal cast. Salvatore Cascio e Jacques Perrin condividono nuovamente lo stesso personaggio, sebbene il secondo faccia la sua comparsa solamente in fotografia. I due attori interpretano Alvaro, uno dei figli del protagonista. Ma sul set ritroviamo anche Antonella Attili e Leo Gullotta, con cui Tornatore già collaborò due anni prima.
La vera novità tuttavia è rappresentata da un impeccabile Marcello Mastroianni, nelle siciliane vesti di un padre e marito di famiglia affettuoso e premuroso, che fino all’ultimo stenta a credere all’inadeguatezza della condizione dei figli. Sicuro infatti della felicità di tutti e cinque, in un lungo viaggio a tappe attraverso l’Italia, amaramente dovrà scontrarsi con quella che è invece la triste verità.
Emblematica in questo senso è una citazione dello stesso Matteo Scuro (Mastroianni), ormai rassegnato, che rivolge al nipote Antonello, riferendosi al figlio che sta per avere con la sua compagna, “non educatelo a diventare qualcuno, insegnategli a diventare uno qualsiasi”. Tradotto quindi come un invito sincero a non ripercorrere gli errori già compiuti da lui. E’ questo il momento in cui Matteo accetta veramente i propri figli, che pur di preservarne la felicità avevano condiviso con lui un mondo di menzogne e bugie, persino la scomparsa di un loro fratello. Con questa frase Matteo ammette, non tanto al nipote quanto a se stesso, di averli caricati di pressioni ed aspettative forse eccessive.
Torna ancora una volta poi la Sicilia, terra natia e tanto cara al regista. E anche egli lo ritroviamo nuovamente mimetizzato sul set in due momenti. Così come viene concesso un cameo anche ad un’altra figura importantissima per Tornatore. Quel signore che appare e che interpreta un direttore d’orchestra al Teatro alla Scala di Milano. Ebbene sì, è proprio lui, Ennio Morricone.
Stanno tutti bene è infatti la seconda pellicola che vede l’affermarsi sempre più profondo del legame tra il cineasta siculo e il compositore romano. Morricone, coadiuvato dal figlio Andrea a cui viene riconosciuta la partitura per il tema “Sogno”,  riesce ancora una volta a scrivere una musica che si cala perfettamente nel contesto della terra siciliana. Le timbriche di strumenti inconsueti, come il sitar o il flauto di pan, o la fisarmonica - tanto cara al Maestro e da lui più volte e in più occasioni utilizzata - dipingono un affresco dai colori squisitamente caldi e che richiama molto alla terra meridionale, originaria del protagonista Matteo Scuro ma anche, come detto, del regista stesso.
Il compositore romano grazie a questa pellicola vincerà il suo terzo David di Donatello per la miglior colonna sonora. Ma Tornatore fa anche di più, citando lo stesso Morricone all’interno del suo film. Il sottofondo musicale della segreteria telefonica di Alvaro, figlio di Matteo Scuro, che si sente più volte altro non è che il motivo scritto da Morricone per il film Il Vizietto (1978) di Edouard Molinaro. Ed in concomitanza proprio di questo breve estratto, ogni volta che questo si ascolta, volutamente la scena viene “stoppata”. Peppuccio - come è solito Morricone chiamare Tornatore - vuole che quel breve frammento musicale si senta, chiaramente, e per questo sceglie di bloccare le scene proprio nei momenti in cui scatta la segreteria, regalando a Morricone l’ennesimo attestato di stima. Queste e altre trovate di sceneggiatura, forse rischiose, perché dalle tinte probabilmente troppo Felliniane, vedono la complicità di Tonino Guerra, che riesce a destreggiarsi abilmente quando si tratta di adottare soluzioni metaforiche che prestino servizio alla narrazione.
Ma Tornatore si interroga anche sulla vecchiaia, sugli inevitabili conti che essa porta a compiere. Un tirare le somme che inevitabilmente traccia un bilancio di ciò che è stato realizzato, nel bene e nel male. Ed in questo bilancio rientrano al primo posto i figli, a cui un genitore dedica una vita intera, ai quali dedica i propri sacrifici, vani come ammetterà sconsolato il protagonista.
Ma è bene che a un certo momento i figli vengano lasciati liberi, come suggerisce la signora (Michèle Morgan) che Matteo incontra sul treno e che più volte cerca di dissuaderlo, inutilmente, dal suo proposito.
Uno i figli quando sono piccoli se li immagina grandi. Poi quando diventano grandi li vede sempre bambini” afferma nostalgico Matteo sul treno verso Napoli, prima tappa del suo viaggio. Senza minimamente immaginare che la tratta di ritorno dovrà affrontarla con uno stato d’animo, anch’esso, che procede in senso contrario.

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