The Irishman

cover the irishmanAA.VV.
The Irishman (Id. – 2019)
Spny Masterworks 19075969472
20 brani – Durata: 60’22”

Narrazione smisurata vs. musiche misurate, anzi misuratissime.
L’ultima fatica di Martin Scorsese, The Irishman, è un lavoro maniacale, dettagliato e prorompente; impensabile non essere travolti psicologicamente (sapete quella sensazione di quando pensate di essere al corrente di qualcosa, ma quel qualcosa è una briciola rispetto alla verità che c’è dietro?) e fisicamente (la durata della pellicola è di 3 ore e 29 minuti: una missione impossibile reggere la visione in un unico atto; come nell’opera a teatro, è d’obbligo concedersi delle pause). Appunto, vista la quantità immensa di materiale visivo a cui lo spettatore è sottoposto, ho pensato, per questa volta, che l’analisi delle musiche debba essere breve e concisa; centrare il punto dando la giusta proporzione di informazioni per godere al meglio l’ascolto della soundtrack (o, nel caso non lo abbiate ancora fatto, per “drizzare” le orecchie durante la proiezione del film). Nessuna introduzione, nessun messaggio velato, niente giri pirotecnici per ampliare il discorso; questa volta dico no alla diversificazione, dico sì alla sintesi.
Con la supervisione musicale di Randall Poster, storico collaboratore di un altro grande cineasta come Wes Anderson, Scorsese ci propone una carrellata di canzoni che ripercorrono la storia della musica americana della metà del secolo scorso; si concentra, in particolare, nel ventennio che va dagli anni ’40 a gli anni ’60, periodo corrispondente all’ascesa della criminalità organizzata del protagonista Franck Sheeran, interpretato da un “ormai sempre uguale in tutti i ruoli che interpreta” Robert De Niro.
La scelta di affidare praticamente l’intero accompagnamento musicale di un gangster movie alle svolazzate jazz e swing di strumenti a fiato dal timbro eccessivamente goliardico, ad orchestre d’archi che credo mai raggiungano in partitura note nei registri gravi e cupi, ad uno stile, il rhythm and blues, che del movimento frizzante e costante fa il suo marchio di fabbrica, e, giusto per non farci mancare nulla, al folklore latino-americano di samba e mambo, si scontra, sicuramente, con la ferocia, la cattiveria e quel mal riposto senso di “famiglia”, e di tutto ciò che ne deriva (protezione, amore, amicizia, rispetto), che caratterizza le storie di mafia e corruzione raccontate nel film.
Questa colonna sonora è da considerarsi più una sorta di ripasso storico, un viaggio attraverso i diversi generi che in quegli anni resero grande la “popular music” statunitense e che furono la spinta propulsiva per la nascita e la consacrazione di nuovi orizzonti musicali come il rock n’roll e il pop. Giusto per darvi un’ulteriore idea di quale periodo stiamo prendendo in considerazione: Frank “The Voice” Sinatra era già sulla bocca di tutti e un giovanissimo Elvis “The Pelvis” Presley gettava le basi di una carriera che l’avrebbe portato ad essere consacrato il re del rock n’ roll, “The King”. Insomma gli anni d’oro per la discografia americana, che lanciò di fatto le prime, ma soprattutto vere (perché queste si che sono immortali), icone pop star (termine oramai abusato che ridicolizza il confronto con le leggende citate). La scelta di prevaricare l’originalità con musica preesistente, per l’appunto, è indirizzata nella sola prospettiva di portare alla luce un periodo di grandissimo fervore musicale, di stili che esaltavano e rimarcavano una smisurata esaltazione dell’eccesso.
Una sorta di jukebox da cui estrarre la musica più adatta ad accompagnare le vicende portate in scena.
Trascurata la portata storica, però, ho trovato tutto questo estraniante e fuori luogo rispetto alla crudezza del tema.
Data la linea generale di quello che vi aspetta ascoltando la OST di The Irishman, due sono le tracce su cui vorrei concentrare la mia, e spero anche la vostra, attenzione: la prima è il brano “Le Grisbi” di Jean Wetzel, mentre la seconda, posizionata esattamente a metà, rappresenta l’unico lavoro originale inserito all’interno della soundtrack definitiva, “Theme for the irishman”.
La canzone francese, originariamente composta per il film Grisbì (Touchez pas au grisbi) del 1954, non può non far scattare le antenne radar di un ascoltatore attento e rigoroso. Le prime quattro note del tema, Mi - La - Do - Si, scritte nell’ordine di due intervalli ascendenti, uno di 4° giusta e uno di 3° minore, e di un intervallo discendente di 2° minore, ricordano perfettamente, sia nella distanza melodica che nella direzione ed intenzione musicale (cioè l’appoggio enfatico sull’ultima nota) quelle scritte vent’anni dopo da Nino Rota per il primo film della trilogia de Il Padrino, il celeberrimo “Love Theme” (in quel caso le note composte sono Lab - Reb - Mi - Mib); anche il valore di ogni singola nota corrisponde, mentre differente è la misura: la prima composta, la seconda semplice.
Casuale o meno (molto probabilmente è solo frutto della mia ossessione di andare a cercare il pelo nell’uovo), mette in luce un ipotetico riferimento al gangster movie più epico di tutti i tempi.
Robbie Robertson è il compositore delle musiche originali; se durante la visione del film si ha la possibilità di ascoltare diverse sue pagine, per la soundtrack è stato selezionato solo il main theme. Quattro strumenti, due solisti (un’armonica dalle reminiscenze western, di morriconiana memoria e un contrabbasso che finalmente rievoca con parsimonia le losche manovre criminali dei protagonisti) e due d’accompagnamento (una batteria rigida e costante e una chitarra acustica a cui è affidata anche, da metà traccia in poi, la ripetizione ad eco della linea tematica): in soli 4 minuti trasmettono con veridicità le reali emozioni percepite dalla visione del film.

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