Angels & Demons
Hans Zimmer
Angeli e Demoni (Angels & Demons – 2009)
Sony Classical 88697-52096-2
9 brani – durata: 54’17’’

Nello sviluppo delle lunghe pagine composte per questa nuova pellicola si colgono non pochi elementi ricorrenti della produzione di Hans Zimmer degli ultimi anni, offrendo tanti momenti degni di attenzione grazie ad una moderata crescita artistica, affiancati però anche da alcuni flashback delle sue opere minori, manifesto delle sue innegabili lacune come compositore.
Già nel brano d’apertura, “160 BPM”, si percepiscono questi due elementi che, seppur ben incastrati, offrono tante nuove emozioni musicali, ma contemporaneamente anche alcune sfumature che lasciano in bocca il sapore del già sentito, come le esecuzioni corali eseguite dalle voci femminili che ricordano moltissimo soluzioni conosciute in lavori come Broken Arrow.
Indubbiamente di grande effetto l’impasto nel suo insieme, che genera grande tensione grazie ad un alternarsi di atmosfere affascinanti e di ampia attesa, arricchite da personali sfumature timbriche, e piuttosto convincenti nell’insieme le varie performance di orchestra e coro, la prima specialmente in diversi ostinati d’archi o in strappi d’ottoni, il secondo per una scrittura che comunque si presenta più articolata rispetto alle tipiche presenze di puro riempimento che in passato avevano reso monolitici e pesanti gli ascolti dei lavori più imponenti di questo autore.
Spiccano le esecuzioni di Joshua Bell come violinista solista, che arricchiscono movimenti come “God Particle”, introducendo attraverso un passaggio orecchiabile delle esplosioni di orchestra e coro apocalittiche e aggressive, seguite da lunghe costruzioni d’atmosfera che offrono un susseguirsi di “ambient music” sintetica e situazioni minimaliste per archi e pianoforte, elementi questi di enorme effetto.
Più nitidi i commenti sviluppati per gli elementi del film, per i quali sono dedicati i brani “Air” e “Fire”. Nel primo molto interessante è lo sviluppo dell’intreccio corale, il quale, sebbene non aggiunga niente di particolarmente nuovo rispetto al brano d’apertura del disco, offre comunque performance molto penetranti, intrecciate ad una tessitura sinfonica a maglie molto fitte, compatte al punto da lasciar poco spazio al filtrare di quel poco d’aria necessaria per poter respirare, e rendendo il tutto quindi molto claustrofobico. L’intervento astutamente dosato di pause nelle quali compaiono esecuzioni meno confuse e più rarefatte, a volte ad opera degli archi, altre attraverso inquietanti note di pianoforte, smorza il peso opprimente di questo lungo brano, aiutate da performance ritmiche caratteristiche dei lavori più poderosi dell’autore tedesco, il quale non trascura comunque un’apprezzabile, seppur ancorata ai suoi classici stilemi, variazione nella scelta della paletta timbrica nella sezione delle percussioni.
Meno confusa e più pacata nei volumi “Fire”, che rispetto al pezzo precedente offre molti più momenti coinvolgenti grazie ad un’atmosfera di fondo costante ma non confusa, che lascia più spazio ad un susseguirsi di comparse piacevoli di linee vocali, assoli di violino e improvvisi strappi d’orchestra.
Si dimostrano invece particolarmente pesanti nell’ascolto le lunghe sequenze di “Science And Religion”, in cui una prolungata esecuzione di 12 minuti offre una quantità di materiale che pecca in qualità, a causa di una tessitura troppo compatta e claustrofobica, che innegabilmente fa il suo effetto, ma è assolutamente poco convincente sotto il profilo musicale, che trova poco spazio se non in qualche banco di nebbia più rarefatto rispetto al blocco compatto e opprimente che prevale nell’intero brano.
I pezzi conclusivi dell’album, ovvero “Election By Immolation” e “503” tornano a fregiarsi delle esecuzioni solistiche di Joshua Bell, arricchendosi di linee di violino calde e trascinanti, che senza troppe differenze tra i due movimenti, ripropongono quello che sembrerebbe essere il motivo più importante della composizione, dal carattere drammatico ed evocativo, posto in prima linea e accompagnato da un’atmosfera di fondo che tende più a riempire gli spazi vuoti retrostanti che non a donare un supporto attivo all’esecuzione, se non nell’esplosione finale dell’ultimo brano, in cui la sezione d’archi si sveglia regalando attimi più interessanti.
La colonna sonora composta da Hans Zimmer svolge effettivamente il ruolo che intrinsecamente vuole ricoprire: essere musica d’effetto.
Il brano d’apertura del disco fa proprio questo, genera una sorpresa di grande coinvolgimento attraverso la scrittura sinfonica e corale massiccia, prorompente e apparentemente variegata, che si fonde più che bene con i toni cupi della pellicola e con la tematica che rappresenta. Via via che il lavoro viene sviluppato però le colonne su cui poggia il tutto cominciano a cedere sempre di più, lasciando infine il passo alla musica di riempimento che caratterizza molti dei lavori svolti dal noto musicista europeo.
Associata alle immagini la partitura genera sicuramente atmosfere di smisurato effetto, ma lontane da esse si presentano prive di personalità, se non quella più ricorrente e conosciuta in quasi tutti i lavori dell’autore dal 2000 ad oggi.
Non basta infatti la ricerca di un singolo, di uno strumento solista, a generare quell’elemento indispensabile per donare all’intero lavoro un profilo ben definito, netto, nitido e riconoscibile.
Sebbene sia apprezzabile l’impegno nella stesura di pagine corali apparentemente complesse e ben intrecciate, che presto però scadono in costruzioni che guardano tanto a Broken Arrow quanto a King Arthur, o l’intenzione di affidare al violino solista l’elemento rappresentativo della partitura, il lavoro svolto da Zimmer tende a supportare le immagini del film diretto da Ron Howard più come fa un effetto speciale che non come un vero e proprio elemento attivo e con un’identità propria all’interno della pellicola.
Pecca ricorrente nelle sue produzioni, che quest’anno aveva fatto ben sperare con una Frost / Nixon senz'altro più convincente, che alla lunga stanca e costringe l’ascoltatore a gettare la spugna prima ancora di arrivare a metà album, impedendogli di carpire quegli elementi degni di nota che, laddove ce ne siano, restano impantanati in un marasma troppo viscoso e compatto per lasciarsi fruire.