Nino Rota Chamber Works

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Nino Rota Chamber Works – Alessio Bidoli – Bruno Canino – Massimo Mercelli – Nicoletta Sanzin (2020)
Decca 4819147
12 brani – Durata: 57’21”



Quattro eccellenze solistiche della musica italiana, il violinista Alessio Bidoli, il pianista Bruno Canino, il flautista Massimo Mercelli e l’arpista Nicoletta Sanzin, si riuniscono per metter meravigliosamente in note la poetica compositiva del genio assoluto di Nino Rota. La brillantezza intimista, l’esuberanza espressivamente emozionale, la giocosa cerimonia colta del citazionismo non puerilmente fine a sé stesso e la capacità di tirar fuori dal pentagramma, sia qualora siffatto fosse pregno di note per le committenze cinematografiche o televisive sia per il solo piacere extracinematico, dell’enfant prodige milanese Rota, vengono esaltate da questi splendidi solisti in un album che, tra brani per il Cinema e pezzi di musica assoluta, tutti in forma cameristica, è un immergersi nel neoclassicismo italico e nella soave ancestralità di una scrittura che sa spaziare armonizzando.

Si intraprende questo viaggio rotiano con una reale immersione che dalla semplice ricezione cerebrale scende via via sino al cuore pulsante che fa vibrare tutti i sensi, passando da vitale gaiezza a rilassante pacatezza e spigolosa inquietudine. “Sonata per flauto e arpa” del 1937 è divisa in tre movimenti (“Allegro molto moderato”, “Andante sostenuto”, “Allegro festoso”) e raffigura quanto poco sopra espresso: modernismo a braccetto con classicismo tra serenità acquietante e festosa baldanza in un perenne controcanto tra flauto e arpa, inframmezzato da paesaggi solistici virtuosi ma non troppo, nel quale, come felicemente detto da Gianandrea Gavazzeni nel suo ‘Brevi capitoli su Nino Rota, Musicisti d’Europa. Studi su contemporanei’ del 1955 (come riportato nell’esaustivo libretto del CD, ad opera di uno dei più grandi esperti rotiani in Italia, Nicola Scardicchio, nonché discepolo del Maestro lombardo sodale di Fellini – leggi intervista), “Qui pare il flottar di voce d’un Ravel italiano, arcaico, intimissimo, d’uno che ha inventato uno stile prima inesistente”. “Trio per flauto, violino e pianoforte” del 1958, anch’esso in tre tempi (“Allegro ma non troppo”, “Andante sostenuto”, “Allegro vivace con spirito”), è, forse, il meno tonale di tutti i brani riportati e quello più insofferente e tormentoso che pur tuttavia, nel suo smodato neoclassicismo, nel quale ravvedo alcuni passaggi di morriconiana memoria, ossia, per chiarire meglio, dal compositore romano premio Oscar, probabilmente fatti suoi e dispiegati nei thriller polizieschi francesi o nei drammi esistenzial-psicologici anni ’70, nel movimento conclusivo deflagra in un eroico crescendo libertario di innegabile letizia. “Improvviso per violino e piano (Un Diavolo sentimentale)” del 1969, sgorga di quell’euforica vitalità compositiva tipica solo dei Grandi Compositori: sana espressione di un’effervescente e virtuosistica spigliatezza tutta in levare, che solo a tratti decade in un lirismo affranto, il quale si risveglia e prosegue con delicata e brillante soavità. Un pezzo che desumo vivamente abbia tenuto ben presente il compositore americano David Shire per la bellissima e straniante colonna sonora per il tetro fantasy Nel fantastico mondo di Oz (Return to Oz, 1985), nominato all’Oscar per i migliori effetti speciali, sequel non ufficiale del celeberrimo film Il mago di Oz. “Sonata per violino e pianoforte” in tre tempi (“Allegretto cantabile con moto”, “Largo sostenuto”, “Allegro assai moderato”), scritta tra il 1936 e il 1937, si destreggia tra neoclassiche romanticherie melodiche, parecchio cantabili, e uno sguardo affascinato all’Oriente e un occhio fresco all’Occidente in una fusione sensibilmente commovente, soprattutto nel primo movimento, per poi farsi austero e pomposo nei restanti due successivi. Le due esecuzioni da camera di tracce cinematografiche vedono “The Legend of the Glass Mountain” del 1949 (tratto dal film La montagna di cristallo diretto da Henry Cass con Valentina Cortese), arrangiata per i due strumenti in versione cameristica dallo stesso Rota all’epoca dell’uscita in sala della pellicola, contiene tutto l’amore sviscerato per l’Opera del compositore milanese – difatti il film stesso si compone di molte scene operistiche di cui Rota scrisse le pagine originali – e un marcato lirismo enfatico dall’affettuosa possanza, visto che trattasi di un tema d’amore vero e proprio; “Improvviso in re minore per violino e piano” dal film Amanti senza amore di Gianni Franciolini del 1948 con Clara Calamai, è un virtuoso crescendo di avvincente e briosa lucentezza che si sublima in un seduttivo ampio finale.  

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