Mudbound
Tamar-Kali
Mudbound (Id. - 2017)
Milan Records M2-36919-2
25 brani – Durata: 37’00”

Lo so.
Se mai dovesse esserci qualcuno che segue assiduamente il mio lavoro di recensore occasionale (l’unica che so per certo è mia madre), sa che tante volte, forse troppe, parlo di amore. Sono ingenuamente un romantico Doc. Credo fortemente che ciò che ci spinge giù dal letto la mattina tutti i santi giorni (oltre a mio padre nel mio caso; una volta, ora non più, ma mi sembra giusto citarlo per par condicio) sia proprio il suddetto sentimento, potente oltre ogni immaginazione. Declinato nelle sue più svariate forme, ci induce a creare, a fare, a dire, ci sprona a prendere decisioni e ad andare avanti, ci guida e ci conduce nel percorso chiamato vita. Difficile distinguere o affermare con convinzione quale sia quello vero e quello no. Per quanto mi riguarda, l’ho sempre cercato, trovato e donato nei piccoli, anzi piccolissimi, gesti che spalancano un sorriso, che slegano un animo inaccessibile o che liberano lacrime da troppo tempo represse. Mudbound è chiaramente questo: un atto d’amore della cineasta Diandrea Rees nei confronti del suo popolo, gli afroamericani. Adattamento cinematografico del romanzo “Fiori nel fango” di Hillary Jordan (tenete bene a mente questa immagine; la regista ha reso visibilmente chiaro il titolo, puntando di frequente le inquadrature sulle condizioni avverse nelle quali si trovavano le famiglie rurali dell’America sudista e lo stesso, a mio parere, ha fatto la compositrice della colonna sonora tramite le partiture musicali, aspetto che affronterò a breve). Il film spinge parecchio sull’acceleratore nella volontà di marcare e, soprattutto ricordare (punto fondamentale visto che troppe, troppe persone dimenticano facilmente la storia, giustificando l’ingiustificabile o eliminando dalla memoria un passato per loro ormai remoto) la condizione di una comunità che, mascherata da semplice subalternità sociale, viveva invece in una condizione di puro schiavismo.
Stati Uniti. Mississippi. Seconda Guerra Mondiale. Bianchi e neri. Violenza e razzismo. Nel periodo più buio e sofferto della storia dell’uomo moderno, trovare anche solo un briciolo di puro sentimento d’amore era un’impresa non da poco. Ma adesso, a distanza di decenni, abbiamo la responsabilità, anzi il dovere di far rivivere i momenti e le storie di chi ce l’ha fatta, grazie all’altruismo e al coraggio dell’azione verso il bene comune. Chi ha lavorato alla realizzazione di questo progetto lo ha fatto. Ed io sono qui per esaminarne la parte più effimera, più immateriale, ma essenziale.
Togliamo subito di mezzo ogni considerazione sulla qualità delle musiche composte da Tamar-Kali. Non so se sono belle o brutte. Anzi, ci vado giù pesante: non sono belle affatto (come ho esagerato, eh!). Prive di anima e di emozione, non puntano a fare breccia nel cuore dell’ascoltatore come, invece, fanno le immagini sul piccolo schermo (il film è stato distribuito in Italia dalla piattaforma Netflix, non al cinema). Non c’è impatto, non c’è empatia. Tracce dal risicato minutaggio, non hanno la minima volontà di dire la loro.
Però poi qualcosa è cambiato. Se durante il primo ascolto cercavo di farmi catturare dalla musica su un livello più emotivo e sensibile, partito il rewind è scattata una molla. Il suono, nella sua modalità di emissione, ha iniziato ad entrarmi a fondo nelle orecchie, fino a insinuarsi sotto pelle. Ed è lì che ho capito quanto fosse importante, anche per la compositrice, rifarsi al titolo del film e all’emozione che evoca (ricordate che vi avevo detto di tenerla bene a mente?). Ruvido e secco è il suono dei contrabbassi, veri artefici e traspositori allegorici dell’idea originale. Le corde sbattono e rimbalzano, come a ricordare la parte più liquida del fango, e le arcate, robuste e decise, grattano lo strumento riportando alla mente quella sensazione di incrostato che la terra arida lascia sulla pelle. La soundtrack è interamente suonata dalla famiglia degli strumenti ad arco; anche qui si può immaginare come questa scelta sia rivolta a richiamare un ulteriore simbolo del luogo dove si svolge la vicenda narrata: il legno.
Fin troppo facile sarebbe stato utilizzare ad esempio la musica gospel come accompagnamento sonoro, ma Tamar-Kali ha deciso di puntare su composizioni più simboliche ed evocative di quel pezzo di America troppo chiusa e poco incline al progresso. Se l’intento è coerente e lineare, ribadisco comunque l’assoluta piattezza comunicativa. Non metto in dubbio che anche il suo sia stato un atto d’amore rivolto a rendere grande la realizzazione di questo progetto (che ricordiamolo, ha ricevuto ben quattro candidature agli Oscar del 2018, mica pizza e fichi!), ma è altrettanto chiaro, almeno secondo il mio punto di vista, come manchi di espressività ed impatto emotivo.
Visto che anche questa volta ci sono cascato, concludo riportando le parole di uno dei protagonisti del film, Ronsel, colui che più di tutti ha patito le pene di una cultura retrograda e razzista, ma che grazie all’amore troverà la via maestra per un futuro di pace e serenità: “And so I ended with that. With love”