Star Wars: The Rise of Skywalker
John Williams
Star Wars: L’ascesa di Skywalker (Star Wars: The Rise of Skywalker, 2019)
Walt Disney Records 050087439941
19 brani – Durata: 76’33”
Non state per leggere una recensione, ma una celebrazione.
Infatti non capisco con quale approccio intellettuale si possa oggi, A.D. 2020, recensire, dare un voto alla musica di John Williams.
Solo un povero di spirito, un cerebroleso, uno sciamannato in pieno delirio di onnipotenza infatti può ardire alla folle impresa di giudicare un’opera d’arte che ormai si può solo più ammirare data la consolidata importanza storica e ovviamente artistica. Chi oggi sano di mente può, scevro da qualunque spirito meramente provocatorio, dichiarare il David di Donatello una cosa mediocre?
Chi può seriamente definire la Gioconda uno scarabocchio o San Pietro una chiesetta malriuscita?
Ecco mi chiedo, leggendo in giro per il mefitico internet, quanta poca testa si debba avere per volersi ergere giudici, anche intransigenti, di un compositore che oggi non deve più dimostrare nulla a nessuno e che dovrebbe essere considerato tesoro dell’umanità senza se e ma.
Eppure si leggono critiche a Rise Of Skywalker che fanno sorridere per la dimostrazione di nullità intellettuale che esprimono questi critichini in ciabatte, per la voglia evidente e fraudolenta nei distinguo di dare una velleitaria lezioncina a John Williams e a noi, di spiegargli/ci che così non va del tutto bene, che avrebbe dovuto fare diversamente, meglio, che dai insomma ancora a Williams stiamo?, per poi ovviamente andare in brodo di giuggiole davanti a certi obbrobri mieti-premi che non hanno nulla della complessità e dell’incredibile abnegazione all’arte compositiva che questo musicista infonde in ogni partitura.
Non lo rimpiangeremo mai abbastanza quando, dio non voglia, non ci sarà più e saremo finalmente abbandonati al definitivo attacco dei cloni, coi loro drones e i loro temi mononota, queste vere, fondanti innovazioni che ormai da quasi trent’anni ammorbano e uccidono un po' alla volta quella che è stata l’arte musicale più importante del XX° secolo e che oggi è un ufficio di collocamento per canzonettari mediocri e incapaci nella maggior parte dei casi.
Venendo comunque nel merito della spettacolare partitura williamsiana, possiamo certamente affermare che se tutti i vari componenti artistici delle varie (troppe) trilogie di Star Wars avessero dedicato ai progetti cinematografici un decimo della totale abnegazione, serietà, arte (quella però bisogna proprio averla caricata nel cervello alla nascita), passione che ha infuso il compositore newyorkese nell’atto compositivo dal 1977 al 2019, oggi parleremmo di capolavori totali del cinema fantastico anziché di basilari film d’azione con un penchant per l’accanimento terapeutico.
Diciamo che per chi scrive la saga in questione ha smesso di avere un appeal degno di nota quando ha smesso di chiamarsi Guerre Stellari ed è diventata Star Wars.
E se alla spavalderia avventurosa e un po' ingenua, ma verace della prima trilogia, hanno fatto seguito i risibili machiavellismi di un Lucas in piena crisi di terza età, quest’ultima serie è all'insegna del bluff J.J. Abrams, nulla più di un fan qualunque che ce l’ha fatta, un “regista” che non è mai e poi mai riuscito a produrre qualcosa di memorabile o perlomeno originale se non eterni scimmiottamenti camuffati da maldestri omaggi dei suoi miti cinematografici di nerd con una spaventosa mancanza di talento e la cui opera migliore sono probabilmente proprio i liner notes del CD di cui stiamo parlando. Di conseguenza, le tre ultime pellicole della saga sono all’insegna del già visto, puerilmente detto reboot, e dello sputtanamento finale chez Disney, che ovviamente vira tutto ciò che sfiora in parco a tema, dell’esperienza qui e subito e immediatamente dimenticata.
I furfanti non lasciano impronte infatti.
Del déjà vu dicevo, non del déjà entendu.
Williams infatti porta avanti con uno sforzo erculeo un discorso musicale tutto interiorizzato e intellettualizzato, volto a fare di questa inedita operazione musicale prima e cinematografica poi un unicum nella storia. Difficilmente ci sarà un altro caso simile nella storia del cinema, nel quale un compositore abbia potuto comporre e continuare a espandere il materiale originale per decine di anni.
In questo senso è spaventoso lo spessore di quest’ultima partitura della saga: se The Force Awakens è stata la più espositiva e declamatoria e The Last Jedi fondamentalmente la più ricapitolativa e ripiegata su sé stessa, col tema forse più sbiadito di tutta questa nuova serie (come i personaggi in fondo...), Rise of Skywalker è certamente la più sorprendente e imprevedibile e per certi punti di vista anche una delle partiture meno facili del compositore.
Williams vi infonde una freschezza che non potevamo prevedere con almeno un tema inedito stupefacente suddiviso in due parti, una strettamente ariosa e volante, l’altra con una delle più folgoranti idee tematiche dell’ultimo Williams, dove a una breve ambigua domanda risponde una cascata melodica svergognatamente classica e romantica memore delle pagine più felici del musicista, probabilmente l’unico momento musicalmente spielberghiano dell’intera ennealogia.
I brani strettamente d’azione sono di un rigore bachiano e di una creatività da ventenne, con ritmi a singhiozzo, ottoni forsennati che si inseguono su un tappeto arabescato di triplette ribattute a schiantarsi su cascate a precipizio di tutta l’orchestra: insomma i trademark del Williams di Guerre Stellari ma in grandissimo spolvero. Il Maestro newyorkese vive in questa partitura una nuova giovinezza che lascia davvero senza parole e che si mangia in modernità orchestrale e perizia tutti i giovanotti di belle speranze contemporanei.
Davvero possiamo essere felici di essere stati contemporanei di questo immenso musicista e di esserci potuti strabiliare così tante volte davanti a un’arte che non cessa di essere Arte, a una musica che non ha mai mancato l’appuntamento con la perfezione.
Nelle pagine più raccolte di questa partitura Williams trova una concentrazione che sublima quasi in una sorta di religiosità, sentiamo in certi passaggi un travaglio interiore vero, sentito, che tutt’e fuorché mestiere. L’interiorità di questa partitura è davvero qualcosa su cui soffermarsi, su cui indulgere negli ascolti. I temi della trilogia classica appaiono con pudore e mai il tema della Principessa Leia è stato così ben intessuto all’interno dell’arabesco e ha avuto simili struggenti e nobili variazioni.
Varrebbe la pena anche soffermarsi su quanta introspezione di marca piuttosto pessimista aleggi tra le note williamsiane di quest’ultimo capitolo e d’altronde gli infiniti lutti addotti alla saga nello scorrere dei lustri inducono a indugiare sul quel versante, infatti certi fugaci barbagli violacei sforzati e inciampati a rimandare all’ascoltatore cieli nordici di marca nielseniana e griegiana son davvero troppi per essere dei casi non ben pianificati, troppi per non essere un sentire sempre più consono all’introspezione del compositore, al suo palato di oggi.
E tutto questo a 87 anni suonati.
Intanto, mentre scriviamo, possiamo testimoniare ocularmente la definitiva consacrazione dell’artista nell’empireo musicale svoltasi a Vienna dove si è tenuto quello che per Williams, e per noi, è stato il concerto della vita.
Ecco, lì ci si poteva rendere bene conto del livello di eccellenza e rispetto raggiunto da questo autore inarrivabile che si può concedere il lusso di entrare con l’usuale modestia ma caparbia maestria nel tempio della musica classica mondiale e fare ballare sui loro scranni gli officiatori del rito e i fedeli, lasciando quindi tutti al termine della funzione a invocare lui come nuovo dio, lui che era poco tempo prima l’eresiarca poco serio da liquidare con un mezzo sorriso.
E adesso si può lasciare che anche Star Wars vada in mano a Goransson (The Mandalorian) ed emuli per lo smaltimento definitivo anche della pratica musicale all’interno della demolizione del mito.
Quello che si doveva dire è stato detto, quello che si doveva scrivere è stato scritto, ciò che si doveva comporre, composto. E noi c’eravamo.
Tutto il resto sarà rumore, polvere alzata per annebbiare la vista e i sensi, in bianciardiano memento, e far dimenticare ciò che noi invece continueremo lucidamente a ricordare, perchè c’eravamo.
Con questo capolavoro Williams compie l’opera magna della sua carriera e allo stesso tempo si compie e ci compie.
Con un senso di ellittica altezza da far vacillare lo sguardo e l’intelletto si chiude nel volger di un battito d’ali un’era e negli ultimi Titoli di Coda della nostra vita è proprio la nostra vita a scorrere al posto dei nomi di attori e tecnici.
Scorrono sospinte dai temi williamsiani le immagini del tempo perduto della nostra infanzia, del nostro tempo recente e del nostro presente già passato, in un’epifania musicale che vorremmo non ci lasciasse mai.
E pensandoci bene, perchè mai dovrebbe lasciarci: John Williams è nostro, ed è per sempre.