Passengers

cover passengers newmanThomas Newman
Passengers (Id. – 2016)
Sony Music Entertainment
26 brani – Durata: 69’00”

Passengers del 2016 ha la sfortuna di arrivare dopo tre film che negli ultimi anni hanno raccontato con grande maestria il fascino dell’ignoto attraverso una potenza d’immagine dell’esplorazione dello spazio davvero sorprendente.

Non voglio affatto sminuirlo, anzi, ma la sensazione che ho provato durante la visione è di qualcosa di già visto, già sentito, già compreso. La ricerca di una nuova terra, il viaggio, la storia d’amore, il salvataggio, tutti “ingredienti” presenti nelle pellicole Gravity (2013), Interstellar (2014) e The Martian (2015). Forse è per questo che ho recuperato la visione di Passengers solamente di recente, a 3 anni di distanza dall’uscita nelle sale cinematografiche, e per lo stesso motivo, forse, la critica non lo accolse con grande interesse ed entusiasmo. A mio modesto parere, però, posso dire di averlo apprezzato molto: ottima regia, perfetta intesa e recitazione da parte dei due protagonisti, Chris Pratt e Jennifer Lawrence (molto eleganti, sensuali ed emotivamente reali), comparto visivo ed effetti speciali ben realizzati (ma quanto è ipnotizzante la bellezza “geometrica” della nave spaziale?!) e infine (è per questo che sono qui che scrivo, giusto?) una colonna sonora intensa e perfettamente in sintonia con le emozioni che la storia narrata mi ha suscitato. A Thomas Newman, compositore delle musiche, è valsa, infatti, una candidatura agli oscar, esattamente la numero quattordici della sua carriera, nonché la sua più recente (sicuramente non sarà l’ultima visto che stiamo parlando di un musicista che ha lavorato per film come American Beauty, Era mio padre, Alla ricerca di Nemo, Skyfall, Il ponte delle spie sostituendo l’immenso John Williams al quale sappiamo deve moltissimo visto che fu proprio lui ad introdurlo nel mondo dei film chiedendogli di collaborare all’orchestrazione della colonna sonora de Il ritorno dello Jedi, Wall-E e Saving Mr. Banks). L’edizione degli Oscar 2017 vedeva tra i candidati quel Justin Hurwitz che fece sognare, ballare e, come dicono gli inglesi, “cadere in amore” tutti noi sulle note scritte per il musical cinematografico La La Land. Per l’esplosione mediatica e il consenso popolare che questa pellicola ha riscosso tra il pubblico sarebbe stata veramente un’impresa per Newman aggiudicarsi l’ambita statuetta!
Tornando al focus, non c’è dubbio che la scelta di alternare suoni acustici a suoni sintetici sia il punto fermo su cui ruotano i temi principali della OST. Da un lato l’uso quasi costante del pianoforte, che si alterna tra linee morbide e delicate a momenti più frenetici e scattanti con note ribattute a ritmo elevato, dall’altro, invece, il massiccio utilizzo di suoni prodotti da macchine artificiali. Un altro strumento a corde, in questo caso pizzicate, che ha brevi ma intensi momenti importanti, in particolare in tracce dall’atmosfera soft e rilassata, è l’arpa, che con il pianoforte, come sappiamo, presenta alcune caratteristiche comuni, come la scrittura sul doppio pentagramma o la possibilità di una grande estensione sonora. Bellissimo il suo accompagnamento armonico, in duetto con l’oboe, nella traccia “Build a House and Live in it” e il riff in “Passengers” dove lo strumento della famiglia dei legni a doppia ancia esegue una dolcissima linea melodica. Le grandi compagini orchestrali che spesso dominano il genere “musica da film”, cioè gli archi e gli strumenti a fiato, qui sono usati con meno frequenza. Agli ottoni, per la loro propensione dinamica verso il forte e l’incisività timbrica, sono affidati i momenti di maggiore tensione emotiva, quelli che si dirigono inaspettatamente verso il drammatico o l’angoscioso (ne sono un esempio le tracce “Zero-Gravity” e “Untethered”); anche gli archi contribuiscono ad accrescere questo senso di inquietudine con movimenti d’arco veloci e graffianti su ritmi incalzanti. In altre pagine, invece, a loro è affidato o il centro tematico oppure il compito di amalgamare, ammorbidire ed avvolgere le melodie con controcanti e tappeti di note lunghe. Si è rivelato una vera sorpresa un accenno di chitarra acustica, molto ritmata, all’inizio della traccia “Red Giant”, poi ripreso, sempre nei primi secondi di musica, in “You Brought Me Back”. Se nella prima l’idea resa dallo strumming era qualcosa di nuovo, solare e aperto (visto anche il titolo della traccia), nella seconda, invece, l’aggiunta degli ottoni la rendono più scura ed inquieta.
Tirando le somme dei 26 brani presenti all’interno del CD, il merito più grande di questo lavoro è la facilità con cui l’ascolto della musica rimanda immediatamente alle scene del film. Reputo fondamentale questo aspetto del lavoro di scrittura della partitura musicale cinematografica. Non sempre è presente, ma quando c’è, è più facile anche per lo spettatore medio congiungere i pezzi di quel grande puzzle che è la colonna sonora. Newman è riuscito direi perfettamente in questo intento: far rivivere attraverso la musica le stesse emozioni percepite durante la visione. Se ad un primo ascolto la mia attenzione non era stata particolarmente catturata, ora, dopo essermi addentrato nei “meandri” delle tracce, posso con maggiore consapevolezza confermare un’ottima valutazione del lavoro sotto tutti i punti di vista.

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