Operation Finale
Alexandre Desplat
Operation Finale (Id., 2018)
Sony Classical 19075888162
17 brani – Durata: 36’45”
Ascoltando la musica di Desplat per il resoconto filmico sulla cattura tardiva di Adolf Eichmann, militare delle SS tra i maggiori responsabili della strage degli ebrei, bisogna evitare innanzitutto un errore: quello di paragonarla automaticamente ad altre illustri score di film che trattano il tema dell’Olocausto. Se si ascoltano Schindler’s List di John Williams o la meno nota Denial di Howard Shore, sembra che gli autori abbiano scritto ogni nota con la cura maniacale di un’incisione marmorea, mossi in primo luogo da un insopprimibile afflato morale. La colonna sonora di Desplat va inscritta invece nel percorso dell’autore verso la definizione di una precisa e – nei migliori casi – personalissima grammatica thriller, che finora ha brillato soprattutto nel cinema di Roman Polanski (L’uomo nell’ombra, Quello che non so di lei), ma che ha dato buoni frutti fin da Sur mes lèvres (2001) di Jacques Audiard.
Nel lavoro più recente non si raggiunge la carica inquietante dei lavori scritti per il genio polacco, il cui impagabile senso del grottesco aveva ispirato veri e propri gioielli di suspense, nobilitati da cupi colori orchestrali, da un cromatismo imprevedibile e da un’irrefrenabile propulsione ritmica. Non che tutto ciò sia assente in Operation Finale, in cui anzi, a partire dall’intensa e sottilmente ironica cavalcata iniziale (“Operation Finale”), ricorrono tutti i suddetti tòpoi; ma essi sono qui più spesso declinati in un’iper-semplificazione che si traduce in maniera. Non è il caso dei primi due brani: il primo – come si è detto – è incisivo, soprattutto per l’utilizzo delle percussioni (tra cui spicca la marimba) e per un motivo portante di carattere luciferino; il secondo (“Sacrificed Children”), introduce il coro di voci bianche, gravitanti su un’armonia instabile, e una delle idee tematiche del lavoro (qui affidata ai violoncelli al minuto 0:56): una melodia di convincente carica drammatica. Ma già nel marciare del rullante di “Nazis Rising”, e soprattutto prima che vi sopraggiungano il pedale dei contrabbassi e i flautandi dei violini, si fa chiara la dimensione routinaria dell’opera, poi ancor più evidente nella tensione sonora efficace ma un po’ “pulitina” di “Stakeout” e “Number 45326”.
“Malkin’s Memories” ha un inizio folgorante, con incerti fraseggi del pianoforte e sottolineature degli archi che definiscono armonie strazianti; ma anche lì il fiato è corto: dopo il primo minuto fa capolino un clima di attesa convenzionale, fra incisi staccati del piano sul registro grave, flautandi di violini e ornamenti di celesta che sono la pallida versione di quelli autenticamente allarmanti de L’uomo nell’ombra. Il pianoforte con note staccate, insieme ai pizzicati degli archi, riprende in “Setting Up Operations” precedendo l’entrata della percussione che apre a sonorità jazz alla Miles Davis; si muta carattere con la comparsa di misteriosi tremoli degli archi e sinistri rintocchi di timpani e pianoforte. “Death” è un pezzo cupamente immobile d’ispirazione satieiana: presenta una languida melodia al violino sul registro acuto, turbata da dissonanze in pianissimo degli archi e raddoppiate dal pianoforte che pure accompagna ossessivamente con bassi e bicordi.
Il fantasma di Bernard Herrmann si intravede negli arpeggi iniziali e nelle progressioni di “Killing In The Woods”; “Race To Airport” è invece pura adrenalina desplatiana, fondata su ossessive cellule minimaliste e cromatismi tintinnanti della celesta. Uno scampolo di calda espressività compare al minuto 1:50 di “Solingen Blade”, grazie a progressioni e melodie cariche di pathos affidate agli archi; ma marimba e violoncelli, contrappuntati cupamente dai violini, intonano poco dopo una melodia ondivaga e allarmante, interrotta e scandita dal rimbombo dei timpani. Le voci bianche raggiungono il culmine della loro carica espressiva in “The Monster”, dividendosi in una polifonia tanto elementare quanto terroristicamente efficace, mentre in “Lost Children” intonano la melodia della seconda traccia per una resa di discreta forza drammatica. Salvo fatto per le tonalità rischiaranti della prima parte di “To Israel”, i restanti brani ribadiscono il clima thriller della maggior parte della score: con riprese pressoché letterali – “Operation Finale (Orchestra)” e “Sorrow” sono versioni da concerto rispettivamente della prima traccia e di “Death” – o con estensioni di relativo interesse (“Air Control”).