Scrooged & Dr. Seuss’ The Grinch

Danny Elfman
S.O.S. fantasmi (Scrooged, 1988)
La-La Land Records LLLCD 1195
21 brani + 8 bonus tracks + 5 source cues – Durata: 49’ 20’’

Danny Elfman
Il Grinch (Dr. Seuss’ The Grinch, 2018)
Back Lot Music
25 brani – Durata: 47’ 22’’



Una lunga filmografia lega ormai il nome di Danny Elfman al tema delle festività natalizie. Il titolo più amato è l’epocale Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas, con le sue canzoni e il suo sound orchestrale da pelle d’oca; ma non bisogna fermarsi a quel capolavoro: forti influenze di ciò che è diventato patrimonio del natalizio musicale classico – La “Danza della fata confetto” di Čajkovskij, per non fare che un esempio –, sono alla base di molti altri lavori del compositore texano, e sono diventati parte della cifra che lo contraddistingue, a metà strada fra l’esuberante, la palpitazione sentimentale e il grottesco più nero. Ci si riferisce in particolar modo alle partiture di Batman – Il ritorno e Edward mani di forbice, due tra le più originali del musicista.

La recente uscita al cinema della nuova versione animata – con musiche di Elfman – de “Il Grinch”, pietra miliare della letteratura per bambini firmata Dr. Seuss, ci invita a rivisitare le origini di questo rapporto unico nella storia del cinema. Nel 1988 Elfman viene chiamato a scrivere le musiche per S.O.S fantasmi (Scrooged, di Richard Donner), variazione in chiave comedy-horror del già cupo racconto di Charles Dickens “Canto di Natale”, con Bill Murray nella parte dell’avaro protagonista. I dettagli sulle circostanze in cui è nato e si è svolto l’incarico sono compresi nel curatissimo booklet all’interno della confezione CD, dove si attribuisce anche un primato alla score – discutibile, a dire il vero – come capostipite delle colonne sonore natalizie con venature dark. A noi preme piuttosto rilevare i tratti compositivi, qui ancora emergenti, che l’autore porterà a perfezionamento negli anni ’90. Il primo brano (“Main Titles/Terrorist Attack”) di questa edizione completa della score mostra tutta la verve esplosiva, grezza e freschissima dell’Elfman degli esordi – quello, per capirci, de I Simpson e Pee-Wee’s Big Adventure –, ma l’impasto timbrico di coro senza parole (“la-la”) e orchestra, su armonia rigorosamente minore, tende già alle lugubri stratificazioni del suo periodo più maturo. Si viene a delineare, in questa prima traccia, il motivo più definito dell’opera: una fanfaretta tra l’ironico e il sinistro; dapprima agli ottoni, questo tema passa leggermente variato ai violini; dopodiché l’irrompere di “Jingle Bells” cambia sensibilmente registro. Si susseguono spesso nel lavoro riprese di brani tradizionali, rocambolesche impennate action e dissonanze horror, spesso influenzandosi a vicenda; accade così che il celebre canto sopracitato si aggravi in una variazione in tonalità minore nel brano “Eliot Gets Fired/Loud and Clear/Frank’s Run”, in cui peraltro è contrappuntato al glonckenspiel dalla cellula minimalista, di chiara ascendenza glassiana, che il coro aveva enunciato nei titoli di testa. Quest’ultima dà inizio anche alla seguente “Montage: Frank’s Award and Eliot on the Street”, esemplificativa del talento elfmaniano nell’arte del montaggio musicale: l’orchestra passa con disinvoltura da un’atmosfera smaccatamente natalizia – agitata dalla ricca scrittura del compositore (si notino le fioriture di archi e pianoforte) – a una malinconica marcetta bandistica, per arrivare a una scandita riproposizione del tema principale, qui ancor più grottesco e luciferino ma sempre venato di uno strano languore nel decorso tintinnante del glonckenspiel. L’horror irrompe con i glissandi e gli interventi del pianoforte al grave di “Lew’s Arrival” e “Lew’s Reprise”; in mezzo, “The Hand Grab” sfodera progressioni che non hanno nulla da invidiare a certi capolavori elfmaniani degli anni successivi. I brani di love-music sono meno entusiasmanti (“Claire’s Theme I/Claire’s Theme II), ma Elfman si rifà subito con i deliranti “Set Collapse”, “A Horror in Chez Jay/Highball/Waiter Ablaze” e “Wild Cab Ride”; quest’ultimo è il migliore, con riprese tematiche e scariche di ottoni che quasi rivaleggiano la potenza di fuoco di Batman. La tematica del rimpianto è sempre stata forte ispirazione per il compositore; lo dimostrano “Ta-Ra-Boom-De-Ay” e – in special modo – “Family Portrait” (da brividi la ripresa tematica subliminale al tremolo degli archi), mentre il meglio dell’Elfman citazionistico si trova in “Eliot Stalks Franks”, dove la tradizionale “Santa Claus Is Coming to Town” riceve un trattamento in tonalità minore di divertentissimo fantasismo timbrico-armonico. Dopo “Wild Cab Ride”, la traccia più apocalittica è “Asylum/Luncheon/Crematorium/On Fire”: qui il materiale tematico d’impianto è immerso in un complesso gioco di progressioni (il deflagatorio crescendo finale) e varietà timbrica (fanno capolino un misterioso xilofono e il clavicembalo) che costituisce la degna conclusione del lato orrorifico della score. Spetta poi alla festosa “Hallelujah Chorus/The Romp” e alla edificante “The Big Speech” terminare il lavoro.
In questa edizione limitata di 3000 è presente anche una nutrita lista di tracce bonus (versioni alternative di alcuni brani) e di musica diegetica; prima della sua uscita ci si doveva accontentare di una suite di meno di 9 minuti compresa nella raccolta “Music for a Darkened Theatre Vol. 1”.
Facendo un balzo in avanti di 30 anni dal film di Donner, anni nei quali Elfman ha instaurato e consolidato rapporti con generi (horror, thriller, azione) e personalità creative (Burton, Raimi, Van Sant) fondamentali per la definizione del suo originalissimo universo sonoro, arriviamo al recente Dr. Seuss’ The Grinch. Questa blanda trasposizione del capolavoro di Dr. Seuss, con protagonista un indimenticabile mostro verde che odia il Natale, è, cinematograficamente, la terza e la peggiore. Ma Elfman non si lascia scoraggiare: pesca appena dal commento sonoro per lo special televisivo animato del 1966 (Dr. Seuss' How the Grinch Stole Christmas!), ereditandone la canzone di Albert Hague “Welcome Christmas” per una ripresa letterale, e lo omaggia con un tema principale dal carattere insieme festoso e lievemente commosso (“The Big Opening”). A fare davvero la differenza è l’abilità di Elfman nel piegare alle sue esigenze la committenza di una musica che, come spesso nell’animazione, dev’essere piena zeppa di note. Le costruzioni di mickeymousing (“The Loudest Snow”) sono tutte genialmente concepite in senso architettonico, con glissandi, pizzicati e ribattuti che trovano precisa collocazione sul filmico così come nel discorso musicale. Il motivo per il Grinch, che compare all’organo nella coda della prima traccia, è semplice ed efficace (ascendente, su ritmo puntato e in tonalità minore) ed è adattato con grande perizia sia nei momenti action (“Stealing Christmas”) che in quelli più raccolti (“It’s My Fault”). In questo genere il citazionismo è quasi d’obbligo; trovano così il loro posto, arrangiati strepitosamente, alcuni classici come “O Tannenbaum” e “Santa Claus Is Coming to Town” (“Christmas In Whoeville”, “Walking Toward Destiny”). Come in Scrooged, il compositore sembra avere poco interesse verso la componente positivo-sentimentale (e di conseguenza una forte predilezione per il lato dark, per cui si ascolti “Lost Lonely Boy”); mentre, in contrasto con la partitura dell’88, qui prevale l’aspetto costruttivo rispetto a quello dell’invenzione tematica, come praticamente in tutto l’ultimo Elfman. Solo un ascolto superficiale di questa score può dare la sensazione che la scrittura di Elfman si stia immobilizzando in forme sempre più rassicuranti e in qualche modo prevedibili: l’intelaiatura orchestrale e corale di un brano come “Stealing Christmas”, le continue deflagrazioni timbriche, il controllo miracoloso delle mutazioni armoniche continuano a fare la differenza fra maniera e stile. E lasciano ancora intravedere, in tanto rigore formale, lo spirito del compositore-mostro che vuole rovinare tutto.

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