C’era una volta il West
Ennio Morricone
C’era una volta il West (1968)
50th annniversary deluxe edition
Beat Records CDX 1033
27 brani – Durata: 65’18’’

Faremmo un torto a questa edizione deluxe del morriconiano C’era una volta il West considerandola un mero prodotto della nostalgia. Nostalgia per un cinema che non esiste più – inteso anche come “sala”, alla Nuovo Cinema Paradiso, contro l’odierno “caso Netflix” grazie a cui, rimanendo in tema, l’ultimo western dei Fratelli Coen siamo costretti a vederlo solo sul piccolo schermo –; nostalgia per un processo di co-autorialità dove le maestranze tecniche trascendevano la dimensione di puro strumento esecutivo e diventavano parte integrante di una visione artistica.
Ricordare tutto ciò tramite un’edizione che migliora, grazie al mastering di Claudio Fuiano e Daniel Winkler, la pur encomiabile e già completa versione GDM del 2006 è – nostalgia o no – doveroso. Così come non bisogna dimenticare – ed è stato giustamente rammentato nella conferenza tenutasi alla XXII fiera del disco di Roma per presentare il disco – che lo stile codificato da Morricone per il Western all’italiana non sarebbe mai stato lo stesso senza l’apporto di solisti come Franco De Gemini all’armonica, Edda Dell’Orso alla voce, Bruno Battisti D’Amario alla chitarra; per non parlare del fischio di Alessandro Alessandroni e il coro dei Cantori Moderni…
Il film di Sergio Leone per cui è stato scritto questo indimenticabile affresco sonoro è una variazione celebrativa quanto iconoclasta sul tema –allora già usurato – della frontiera americana, oltre che una dolente riflessione sull’inevitabilità del tempo che passa e la nostalgia per la fine di un’epoca. Morricone, alle prese con uno spaghetti western così diverso dal solito, maturo e lontano dalle smargiassate di molti esemplari del genere, rinnova il suo armamentario di genere: il gusto per la deformazione grottesca viene pressoché eliminato (tranne forse che nello zoppicante tema di “La Posada n. 1” e nell’immancabile brano da saloon “L’orchestraccia”) e la carica violenta dell’orchestrazione cede più spesso il posto a un lirismo commosso (la stupenda melodia della prima traccia) o si cristallizza in idee di essenzialità e brutalità inaudite (la chitarra distorta di “Il grande massacro”). L’apparato timbrico è un’altra volta fondamentale e porta alle estreme conseguenze il barocchismo e insieme l’economia di mezzi del lessico western morriconiano, com’è evidente da una traccia come “Armonica”, dove lo strumento del titolo, suonato da De Gemini, arranca fra le note Do-Re#-Mi. La partitura, a 50 anni di distanza, si mostra nuovamente quale tassello imprescindibile di una poetica che ha trasportato come nessun’altra la violenza del reale nei territori diversamente perturbanti dell’immaginazione.
Per un racconto della genesi del tema di “Armonica”, si leggano le note di Daniele De Gemini, figlio dell’armonicista Franco, inserite nel booklet all’interno della confezione. Attenzione alla traccia fantasma…