The Nutcracker and the Four Realms

cover schiaccianociJames Newton Howard
Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni (The Nutcracker and the Four Realms, 2018)
Walt Disney Records D002864802
16 brani + 1 canzone – Durata: 66’37”

Grazie a film come Maleficent o Il cacciatore e la regina di ghiaccio, e a cicli come quelli di Hunger Games e Animali fantastici, James Newton Howard sta dando libero sfogo negli ultimi anni a quella vena fantasy che in realtà è sempre stata viva nel suo percorso, innervata da un sinfonismo moderno e lirico, quasi sempre rigorosamente orchestrale e largamente comunicativo.
 Stavolta però la rilettura disneyana del celebre racconto di E.T.A. Hoffman (filtrato dalla versione di Dumas padre) si ritrova a confrontarsi musicalmente con quella gemma della letteratura coreografica che è “Lo Schiaccianoci” di Ciaikovski, su coreografie di Marius Petipa e poi di Lev Ivanov, rappresentato per la prima volta al Marinskij di San Pietroburgo il 18 dicembre 1892. Partitura di etereo, trasparente fascino che forma insieme a “Il lago dei cigni” e “La bella addormentata” (il primo ispiratore de L’incantesimo del lago, 1994, dell’ex-disneyano Richard Rich, il secondo al centro del celebre cartoon oltre che indirettamente di Maleficent), la trilogia di balletti forse più celebre di tutto l’Ottocento.

 Forse per attrezzarsi convenientemente dinanzi ad un modello di questa portata, la partitura ricorre ad una veste esecutiva di alto prestigio e di profilo squisitamente classico: il talentuosissimo Gustavo Dudamel alla direzione della Philarmonia Orchestra, l’astro del pianoforte Lang Lang, Andrea Bocelli in duetto con il figlio Matteo nella fluente canzone finale “Fall on me” firmata da Ian Axel e Chad Vaccarino. L’appassionato ciaikovskiano storcerà ovviamente il naso nel mettersi alla caccia delle “presenze” dell’originale nelle varie tracce: diciamo allora che il brano più presente è la liquescente “Danza della Fata Confetto” (che rese a suo tempo leggendario l’impiego della celesta), protagonista di “Clara’s new world” e della “Nutcracker suite”, sfiorata appena in “Clara finds the key”, citata più energicamente in “Clockwork mice” e nuovamente parafrasata con abilità in “The machine room fight”. La saltellante, impalpabile Ouverture è direttamente rielaborata in “The Nutcracker and the Four Realms”, peraltro con una riorchestrazione un po’ sbrigativa che comprende un coretto di voci bianche e alcune evoluzioni pianistiche di Lang Lang, per poi ricomparire anch’essa nella Suite; “Mouserinks” fa apparire fantasmaticamente la misteriosa Danza araba, ma comprende anche un rapidissimo eppur riconoscibile accenno dal Valzer dei fiori; la Marcia è citata in “Sugar Plum and Clara”, e la Danza dei flauti nuovamente in “Clockwork mice”.
 Esaurita questa catalogazione, resta da chiedersi qual è il ruolo del sessantasettenne compositore californiano. Con tutta evidenza, Howard cerca un linguaggio, uno stile che creino in qualche modo una continuità con quel clima ottocentesco, raffinatamente festoso e romantico, e lo fa con la consumata abilità di un musicista che con quel mondo ha sempre avuto, in fin dei conti, una particolare affinità. Così, “Presents from mother” è una quieta pagina per archi di soave melodismo, la cui seconda parte brilla per un’improvvisa accensione baroccheggiante della tromba, molto “natalizia”. Incantevole anche il tema flautistico di “Drosselmeyer”, pagina carillonistica e corale che evoca una dimensione ad un tempo magica e fragile; ma l’idea leitmotivica portante dilaga per la prima volta solo nello sviluppo di “Clara’s new world”, in un avvolgente cantabile degli archi seguito dall’intervento sognante del coro e da sonorità luccicanti, con un improvviso moto agitato dei violini. Anche “Mouserinks”, Ciaikovski a parte, è dedicato alla parte più dinamica della score e del racconto, con un’imperiosa, quasi goldsmithiana sezione ritmica e percussiva, di pura azione, che riascolteremo anche nello scatenato sviluppo di “The Fourth Realm”.
 Ma non è questo il terreno sul quale Howard è maggiormente a proprio agio, anche se ad esempio le demoniache evoluzioni solistiche del violino e la scrittura politonale di “The Polichinelles” evocano senz’altro ombre stravinskyane, e “Clara finds the key”, nella sua architettura nettamente bipartita fra una prima parte lirica e una seconda ipertesa, adrenalinica e a tratti sinistra, dimostra una sapienza di scrittura superlativa. Il debito action è pienamente ripagato in “The waterfall”, pagina di virtuosistica potenza orchestrale ma anche di soluzioni di facile effetto: più riuscito forse “The bridge fight”, che lavora di fino sulla tessitura melodica degli archi, nel dialogo coi legni e con il sottofondo del coro, in un palese tentativo non già di citare ma di rendere in qualche modo omaggio allo spirito fiabesco ciaikovskiano anche nelle sue fasi più energiche e affermative. Nettamente classicheggiante è anche “The machine room fight”, che forse è anche il brano più “disneyano”, nel senso di una spiccata propensione per il mickeymousing nell’incessante mutevolezza di atmosfere e fraseggio.
 Il tema conduttore (o tema di Clara), inspiegabilmente trascurato sin qui, torna a splendere in “Queen Clara”, costituendo la base per lo sviluppo di un’ampia pagina sinfonica il cui nucleo è ancora una volta quello di una scrittura delicata, fantasmagorica, sotto il segno di una féerie consapevolmente malinconica. A chi si chiederà dove sia finito in tutto questo lo scalpitante talento di Lang Lang risponde la “Nutcracker suite” finale, in cui il pianista cinese riveste coscienziosamente un ruolo concertante, non necessariamente protagonistico, al servizio di un fantasismo esuberante ma insieme lieve e colloquiale: le stesse caratteristiche della floreale, elaborata ma in fin dei conti semplicissima partitura di Howard.

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