Victor Frankenstein
Craig Armstrong
Victor – La storia segreta del dottor Frankenstein (Victor Frankenstein, 2015)
La-La Land Records LLLCD 1368
32 brani – Durata: 68’27”

Chi volesse inoltrarsi in una storia cinemusicale del mito di Frankenstein e della sua Creatura si troverebbe in pratica a ripercorrere l’intera storia del cinema sonoro. A partire ovviamente dall’archetipo del 1931 con Boris Karloff, e uno scarno soundtrack di Bernhard Kaun oltre al “Grand Appassionato” del pioniere Giuseppe Becce, e poi via sino alle innumerevoli varianti e riprese ad ogni latitudine, in un florilegio di compositori che ha incluso tra gli altri James Bernard e Patrick Doyle, Franz Waxman e John Morris, Hans J.Salter e Frank Skinner, Carl Davis e Joel McNeely, oltre ai nostri Trovajoli, Micalizzi, Gizzi, Alessandroni, Montanari…
Ne consegue che quando un personaggio, e il nucleo narrativo cui esso appartiene, prende un carattere così ipertestuale, i compositori più talentuosi agiscono come dinanzi ad un gigantesco tema di base sul quale tessere variazioni in linea con il proprio gusto, con il taglio della storia e con l’atmosfera desiderata, tenendo come unico punto fermo il sostrato fantastico ed in questo caso anche filosofico del testo.
L’ultimo cospicuo contributo musicale sull’argomento risale ormai a quasi un quarto di secolo fa con la sontuosa, lussureggiante partitura di Patrick Doyle per la versione molto filologica di Kenneth Branagh. Ma questa rilettura dello scozzese Paul McGuigan deve invece considerarsi appunto una “variazione” sulla figura del geniale quanto temerario scienziato (James MacAvoy), colto nei propri anni giovanili, e del suo assistente Igor (Daniel Radcliffe, quindi non aspettatevi il Marty Feldman di Mel Brooks…) che cerca di tutelarlo dalla sua empia follia e dal suo delirio di onnipotenza. Più dramma che horror, dunque, più scavo psicologico e meditazione sui limiti dell’umana conoscenza che semplice ritratto di un pazzoide che si crede Dio: con l’aggiunta di un assetto stilistico visivo, di estrema eleganza formale e di ricercata precisione storica, frutto senz’altro della vasta esperienza del regista come fotografo. Il che produce un “gotico contemporaneo” molto moderno nell’assunto quanto d’epoca nella messinscena, con evidenti ripercussioni sulla parte musicale.
Craig Armstrong, scozzese come McGuigan oltre che suo pluridecennale amico nonché vicino di casa (sodalizio da entrambi rivendicato nelle note congiunte del booklet), non è compositore d’azione: non gli si addicono atteggiamenti muscolari, tant’è vero che ad esempio qui “Basement raid” con le sue incursioni corali e i pesanti ritmi di percussione e ottoni suona un po’ forzato; meglio allora l’inquietudine motoria degli archi di “Victor arrives” e “Escape”, specie se arricchite da una tipica orchestrazione “fantasy”, fondata sul largo impiego di strumenti metallofoni nonché sulla mitica “armonica a bicchieri” già cara a Mozart e Donizetti.
Ma il meglio dell’ampia e ambiziosa score risiede altrove, e precisamente nei momenti di più pacato, malinconico romanticismo: valga per tutti il mesto ¾ di “The hospital” affidato all’oboe in un metodizzare molto “scottish” ripreso celestialmente nella trasognata “Igor transformed”; o lo stesso tema principale, di struttura accordale, esposto in “The circus”; o ancora la sospirosa “Never been out”, con lunghe pause a inframmezzare la progressione lirica dei violini.
Ormai si parla a sproposito di “minimalismo” per qualunque partitura non scateni tuoni e fulmini dal primo all’ultimo secondo, ma in realtà quello di Armstrong sembra piuttosto un postromanticismo sorvegliato, di stampo molto british e contenuto (in ciò si avverte qualche parentela con il lavoro confratello di Doyle), che registra i propri momenti migliori in aperture orchestrali (dirige con grande equilibrio e calore Cecilia Weston) di sapore pastorale, come le tre versioni del “Dark Red theme”, la seconda delle quali in particolare fondata sull'accorata iterazione di una semplice, basica frase discendente degli archi nella quale viene a inserirsi un coro di angelica impronta trascendentale.
Abili incursioni nel registro grottesco (“Clown”), ulteriori irruzioni di un clima più tempestoso e dark (“Gordon escapes” e soprattutto la squadrata, violenta “Prometheus ascending”, una delle poche pagine ad indulgere chiaramente e con ottimi esiti in effetti horror), continui e commossi interludi lirici (“Igor and Lorelei”) si susseguono a comporre un insieme che verrà ricordato forse più per l'impressione complessiva che per singole idee particolarmente forti: anche perché sul fronte dell'invenzione leitmotivica Armstrong non sembra in possesso di un'ispirazione molto accesa. I “Turpin's theme” e “Igor's theme”, ad esempio, preferiscono appellarsi vigorosamente ad un sinfonismo cangiante e scultoreo piuttosto che alla ricerca di un elemento tematico memorizzabile.
Ma questo è probabilmente il limite del lavoro, concepito appunto come grande e colto affresco di un tarodomanticismo decantato e problematico, non come partitura di veloce e facile assimilazione. Un percorso senz'altro impegnativo e in salita, quello del 60enne compositore di Glasgow, che sembra dare i suoi frutti migliori quando Armstrong lascia un po' da parte i toni altisonanti o le fredde commistioni in vitro tra orchestra ed elettronica, per lasciar fluire liberamente una vena drammatica e commossa, come nell'implorante e liberatoria “Reunited”: che sembra davvero l'estrema elegia per colui che divenne la prima vittima della propria stessa creazione.