Il mio nome è Thomas & Mare di grano
Pino Donaggio
Il mio nome è Thomas (2018)
Mare di grano (2017)
Quartet Records QR346
25 brani + 2 canzoni + 1 brano classico – Durata: 71'19”

Mentre attendeva al capitolo n.8 del suo lungo “matrimonio” artistico con Brian De Palma, l'imminente Domino, che promette piaceri forti anche musicali sul fronte dell'azione, Pino Donaggio ha consegnato altre due pregevoli, delicate partiture che vanno idealmente a connettersi con quel filone intimista, lirico, pudico e sottrattivo esplorato recentemente con l'incantevole Dove non ho mai abitato.
Comune denominatore ai due film è il tema del viaggio, inteso però non solo come spostamento fisico e susseguirsi di paesaggi, ma anche e soprattutto come percorso interiore, scavo alla ricerca della propria identità e possibilmente di un pezzetto di felicità. Nel caso di Il mio nome è Thomas per il compositore veneziano si tratta anche di ritrovare un vecchio amico e sodale, oltre che concittadino, nella figura del regista e protagonista Mario Girotti, meglio noto come Terence Hill, cui Pino è legato sin dai tempi di Don Matteo, Don Camillo, Botte di Natale, Un passo dal cielo, L'uomo che cavalcava nel buio... Definibile, sin dal titolo ammiccante ad uno dei maggiori successi dell'attore, un western “on the road” su due ruote, il film è dedicato da Hill alla memoria del compagno di mille scorribande Bud Spencer e si fonda sostanzialmente sul “character” del protagonista, eroe solitario con un passato difficile e dominato da un fondo di malinconia crepuscolare che trova sin dalle prime battute di Donaggio una corrispondenza profonda. Il “Thomas theme” per pianoforte e archi, con la successiva ripresa del flauto e l'inserimento della celesta e della chitarra, appartiene alla più sincera ed esemplare vena melodica del compositore, rarefatta e mai sopra le righe, con il plusvalore di un gusto e un senso dell'insieme orchestrale (suona la sempre più duttile e precisa Bulgarian National Radio Symphony Orchestra sotto le direzioni ormai storiche di Natale Massara e Gianluca Podio, mentre al pianoforte siede una solista prestigiosa quale Iliana Tedorova) che producono un'atmosfera insieme intima e controllata, anche grazie ad abili giochi di contrasto, come in “Playing with fire”, che alterna accensioni metal-rock a pensose meditazioni degli archi e momenti di tesa suspense. La partitura si muove in prevalenza su un registro drammatico molto acuto e severo, sia che i toni siano sommessi e malinconici come nella bellissima “Made-up story” dove la chitarra e gli archi dialogano con dolce e pacata rassegnazione sentimentale, sia che l'atmosfera si faccia più corrusca e ansiosa, come in “Mystic vision”, che inizia con la percussione ad imitare onomatopeicamente il rumore dell'avvio di un motore da biker per aprirsi poi ad un movimentato e pulsante episodio degli archi che si conclude con accordi lenti e sospesi: pagina di cui, come riporta Gergely Hubai nelle note di accompagnamento, il compositore aveva preparato più di una versione da sottoporre al regista. Le percussioni risultano in primo piano anche nella sussultoria ”The bikers” e nella primitivistica “Scorpio dance”, in quest'ultima con il flauto di Pan, scritte insieme all'altro fedele collaboratore ormai da tanti anni, Paolo Steffan. Tuttavia è al trattamento caldo, pastoso e profondo della sezione degli archi che Donaggio dimostra qui di riservare le maggiori attenzioni, foss'anche per brevi ma suggestive enunciazioni come “Solitary dawn”, brano tanto più emozionante quanto più concentrato e “ritenuto”, e nell'accorata “Night in the desert”: senza dimenticare però l'evocativa musica “del deserto” che si sprigiona da flauto e chitarra in “A late awakening”, forse la pagina più western-style della partitura, e nemmeno le due piacevolissime e raffinate versioni di “Pure love”, su testo di Steffan, offerte dalla voce suadente di Claudia Arvati, né la presenza efficacemente amalgamata dell'Improvviso n.142 op.3 di Franz Schubert...
Anche Mare di grano, opera prima di Fabrizio Guarducci, tratta il tema del viaggio: ad intraprenderlo però, in un percorso avventuroso tra favola e realtà nelle bellezze naturali della Val d'Orcia, sono qui tre bambini diretti al mare dove uno di loro spera anche di rintracciare i genitori. Lo spunto è particolarmente poetico ma anche surreale, e il progetto – cui Donaggio è stato introdotto per il tramite di Sebastiano Somma, coprotagonista insieme alla ritrovata Ornella Muti – si muove su diversi piani di rappresentazione, compresa quella fantastica. Così, se il pezzo introduttivo e omonimo del film è una pregevole, melodica miniatura orchestrale per archi, arpa e chitarra che meriterebbe da subito una collocazione concertistica, “Kids on the run” e “The egg and the goose” sono due pagine giocose e addirittura buffe nella loro vivace e disincantata lievità, anche grazie alla strumentazione anticonvenzionale e spiritosa (il clarinetto e la fisarmonica nel secondo); prevale tuttavia, specialmente in pagine come la distesa “Looking for the sea” o la popolaresca “Meet the river” per violino e percussioni, un profondo sentimento della natura e dello stupore infantile dinanzi ad essa. Tradotto, come sempre in Donaggio, in sentimento della melodia offerto con sorridente tenerezza ma anche con la finezza e la circospezione di un orafo di precisione: ecco allora lo struggente eppure così severo duetto per violoncello e pianoforte, poi supportati dalla massa degli archi, di “Playing in the waterfall”, o lo scoppiettante e sorridente rimpallo di pizzicati e staccati di “Clumsy hunters”; o ancora lo spiegamento pieno e incontenibile di una cantabilità solare e luminosa negli archi di “Wheat swimming”.
La semplicità di scrittura, qui adottata per restituire al meglio la prospettiva dei tre piccoli protagonisti, emerge anche nella chitarra solista di “Flowers dance” e persino nella ritmica ossessiva, allarmante e disturbata da un disegnino ostinato del violino di “Losing the followers”, mentre in “Scary tale” il compositore si prende quasi provocatoriamente la sua rivincita di “musicista da paura” con due memorabili minuti di tensione, in un accorto mix di orchestra ed elettronica, Ma passa subito, e riecco in “Hills of Tuscany” il tema principale di “Flowers dance” riesposto con quella rinnovata immediatezza e franca discorsività che sono tra le doti più coinvolgenti di questo lato creativo del maestro veneziano: capace tra l'altro di catturare e restituire con pochi, semplici tratti musicali tutto il calore e la vitalità nei quali chiunque abbia familiarità con il paesaggio collinare toscano non potrà non riconoscersi.
E se la breve, pianistica “Homesickness” è poco più di un sospiro di nostalgia, ci si abbandona alla finale “Finding the sea”, che chiude simmetricamente la score con i medesimi materiali del brano d'esordio, rielaborati in un tessuto orchestrale ancora più ricco e in una interlocuzione tra sezioni dove si fa largo la voce intensa del violoncello.
Si tratta del sigillo ad una coppia di lavori in cui Pino Donaggio sembra aver perfezionato ulteriormente il lato più meditativo e contemplativo di questa fase della propria ispirazione, facendo quasi suo il celebre aforisma di Eliot: «Poco importa la mèta, quel che importa è il viaggio».