Link

cover link newJerry Goldsmith
Link (Id., 1986)
La-La Land Records LLLCD-1384 – Edizione limitata 2000 copie
11 brani – Durata: 39’01”

Gli anni Ottanta furono un periodo d’oro per il genio di Jerry Goldsmith. È il decennio dei primi due Poltergeist e dei tre Rambo, di Atmosfera zero e dei Gremlins, di Sotto tiro e di Explorers, di Brisby e il segreto di NIMH e di Legend. Capolavori di estro sinfonico, ritmo, colori, atmosfere. Interpolati con questi (ed altri) si trovano titoli senza dubbio “minori”, che d’altronde hanno sempre accompagnato la carriera del maestro californiano, e che tuttavia non ne hanno mai abbassato la soglia della qualità e della vocazione innovativa né offuscato l’inconfondibile stile, spesso anzi stimolandoli e incentivandoli con una libertà di linguaggio superiore a quella di tante “big productions”. Un fenomeno, questo, che ha caratterizzato tutti i grandi della musica filmica, da Herrmann a Morricone, da Williams a Donaggio, e che in Goldsmith si traduceva in partiture sfavillanti, inattese, sovente all’insegna di una luciferina bizzarria.

 Link, del regista australiano Richard Franklin cui Goldsmith aveva già consegnato la score di Psycho II, devotamente herrmanniana, appartiene senz’altro a questa categoria, a partire dal suo mix di generi: un po’ horror-thriller un po’ dark comedy, un po’ di sentimento e un po’ di pedagogia antropologica. E un protagonista, l’intelligentissimo orango Link, il cui punto di vista – come ci ricorda Jeff Bond nelle sue note di accompagnamento di questo album che ristampa l’LP Varese d’epoca e successivamente un Intrada del 2011 - Goldsmith dichiarò subito di voler assumere su di sè, tentando l’operazione di una “psicoanalisi musicale della scimmia”. Operazione che dovette risultare ben familiare all’autore della memorabile musica per Il pianeta delle scimmie e seguito, e su cui Goldsmith tornerà anche negli anni ’90 con la score per Congo (1995, Frank Marshall), dal romanzo di Michael Crichton; ma che appare qui sintetizzata esemplarmente nel tema principale dedicato all’animale, “Main Link”, un motivetto sghembo e grottesco, da circo (quello da cui proviene il protagonista…), affidato ad un parco synth e ad una ritmica che non può non ricordare quella dei Gremlins: a questa idea, variata continuamente, si affianca una dolce, ariosa e tipicamente goldsmithiana melodia per archi dedicata alla protagonista femminile interpretata da Elizabeth Shue (“Welcome Link”), che entra a buon diritto nel Pantheon dei temi romantici del musicista, sempre caratterizzati da un lirismo teso e perorante. Ritroveremo questo tema, affidato al flauto o ai violini in un sussurrante pianissimo, in “Swinging Link”, come elemento dialetticamente contrapposto alle frequenti e movimentate pagine di ”chase music”, ad esempio in “Helpful Link”, laddove si può assaporare in tutta la sua travolgente carica energetica la predilezione di Goldsmith per le asimmetrie ritmiche, non meno che il suo gusto per un’orchestrazione (esegue la formidabile National Philharmonic sotto la guida dell’autore) brillante e secca, di stravinskyana essenzialità (riferita però al periodo più tardo del compositore russo), come nel gioco degli staccati dei violini e nel divertito rimpallo col tema principale di “Bravo Link”.
 Questa effervescente alternanza di movenze grottesche, quasi autentici sberleffi sonori, e convulse, drammatiche pagine d’azione è naturalmente resa possibile anche dall’entusiasmo con cui Goldsmith si dedicò, tra i primi, all’introduzione dell’elettronica nelle proprie partiture filmiche: ma non con la pigra acquiescenza di tante score contemporanee, dove la tecnologia serve solo a colmare l’horror vacui di compositori senza fantasia, bensì con la premeditazione raziocinante di chi ricerca un ben preciso registro espressivo e comunicativo. Il caso di Link è in tal senso esemplare perché, su precisa richiesta di Franklin (che aveva un passato da rockettaro) Goldsmith incluse nella score ritmi esplicitamente rock e soprattutto un dispiego di percussione basata essenzialmente sulle leggendarie “Simmons drums”, un marchio di batteria elettronica creato alla fine degli anni ’70 in Gran Bretagna ed in seguito ampiamente utilizzata da artisti come gli Spandau Ballet, Depeche Mode, Prince, Phil Collins e tanti altri.
 L’utilizzo che ne fa Goldsmith è sottilmente strutturale, allusivo e di sostegno al tema di Link (“Peeping Link”), le cui incessanti variazioni, spesso molto rallentate, acuiscono la tensione sino ad assumere una fisionomia minacciosa come in “Mighty Link”, dove fa capolino anche qualche disturbante effetto vocale, e ancor più in “Flainìg Link” o nell’adrenalinico “Angry Link”, concitato movimento per archi di tipica incandescenza goldsmithiana che comprende anche un passaggio concertante per trombone solo. Così, “End Link” conclude in apparente, sorniona spensieratezza la partitura, con una versione giocherellona del tema conduttore: ma non senza che Goldsmith ci abbia lasciato la propria inconfondibile impronta di spregiudicato innovatore e di compositore aperto a qualsiasi esperimento gli consentisse di esplorare strade mai battute prima di lui.

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