The Children Act
Stephen Warbeck
The Children Act – Il verdetto (The Children Act, 2018)
Varese Sarabande
19 brani + 2 brani classici – Durata: 43’35”

Si avverte una sintonia profonda, una condivisione intima e consapevole di sentimenti e di pensieri tra questa severa, meditativa partitura e lo spirito del film che Richard Eyre ha ricavato dal romanzo “La ballata di Adam Henry” di Ian McEwan. Il dramma etico-giudiziario, che ha per protagonista la superlativa Emma Thompson, suscita infatti interrogativi tanto laceranti quanto destinati a rimanere irrisolti, e perciò ancor più gravosi. Il compositore britannico, infatti, da sempre ha un tocco particolarmente sensibile nell’accompagnare sia complesse “novelization” storiche (La mia regina, Shakespeare in Love, entrambi di John Madden, regista con cui Warbeck ha un particolare feeling), sia ritratti contemporanei di psicologie forti e determinate (Billy Eliot, Charlotte Gray).
In questo caso il colore della score si fa ancora più scuro, l’atteggiamento ancora più concentrato: una densa sezione di archi si distende in accordi lenti e pensosi, lasciando emergere continui episodi solistici (il cello di “The nieces”, le quartine d’apertura di “The visit”) interagendo con un pianoforte dai rintocchi funebri (impressionante il confronto dello strumento con l’entrata di celli e bassi di “Piano gift”), la cui presenza diretta è affermata anche da due momenti, narrativamente motivati, della Partita n.2 in do minore BWV 826 di Bach eseguiti dalla grande pianista canadese Angela Hewitt, rispettivamente in “Fiona has to work” e “Walking to Court”. In realtà tutto il lavoro, strutturato per interventi spesso molto brevi, assume la connotazione di un grande, complessivo adagio, disteso su tonalità minori e spogliato di qualsiasi sensazionalismo emotivo. Il ricercato, vibratile fraseggio degli archi si dipana seguendo una sorta di pacato respiro interiore (“The judgement”), lasciando di rado il posto a interventi strumentali diversi e più mossi (la chitarra e i legni nei giocosi “Phone message” e “Obsession”): ma l'impianto classico permane dominante e decisivo, in taluni casi rivisitando scopertamente le architetture bachiane (“Train journey”), in altri vivacizzandosi con una isolata e spiritosa allusione baroccheggiante (“I am the monarch of the sea”), in altri ancora sollecitando un contrappunto fra sezioni (violini, celli e clarinetto nel dolentissimo “Before the taxi”) capace di rielaborare e sublimare con estenuata finezza una semplice idea melodica.
La tensione, l'ansia, i dubbi suscitati dal film non trovano insomma in Warbeck un semplice illustratore sonoro, bensì un complice capace di seguirne l'evoluzione fin negli stati d'animo più riposti o nei prevedibili, e umanissimi, sbalzi d'umore: tali per esempio appaiono, dopo il rigore formale e la compostezza di scrittura di “The concert”, le virtuosistiche acrobazie staccate degli archi di “The hospice” o i mormorii e i rapidi brividi trasmessi da “Royal Courts of Justice”, dove sempre gli archi si distendono in pensose riflessioni sullo sfondo agitato della chitarra.
La partitura però s'innalza a livelli di assoluta, sconsolata bellezza nei conclusivi “Fiona's story” e “The end”, che da soli totalizzano quasi un quarto della durata complessiva. L'assetto di entrambi è quello di due brani da concerto. Il primo è costituito da un lento interscambio fra archi e violino solo, conferendo a quest'ultimo la “voce” di una sconfinata tristezza, in una intensità di respiro e di comunicazione emotiva che non si avvertivano da tempo in una score. Il secondo, più lungo, inizia con il pianoforte in modalità solistica, per aggregarvi gradualmente archi, chitarra, legni in un decorso melodico e armonico continuamente cangiante e mobile, che rallenta e si arresta alla fine tornando al pianoforte solo e ai suoi lievi, pallidi accordi conclusivi.
Congedo di grande sensibilità da una partitura delicata e traboccante umana pietà insieme a dignitoso dolore: sentimenti fuori moda, ma che un compositore sensibile e rigoroso come Stephen Warbeck è in grado di restituirci integri, inducendo con la sua musica a riflettere più a fondo sulla fragilità e provvisorietà delle nostre cosiddette certezze.