Hotel Transylvania: Score from the Motion Pictures

cover hotel transilvaniaMark Mothersbaugh
Hotel Transylvania 1 – 2 – 3 (Hotel Transylvania: Score from the Motion Pictures, 2018)
Sony Classical 19075867762
39 brani – Durata: 77’ 51’’

Soltanto a sei anni dal primo film e dopo l’uscita del terzo capitolo della trilogia – ma si parla già di un quarto episodio –, vedono la luce in veste discografica le fatiche di Mark Mothersbaugh per la serie d’animazione Hotel Transylvania del geniale regista e animatore russo Genndy Tartakovsky, incentrata sulla figura di Dracula nonché popolata da mostri di ogni genere (compresi i classici La mummia, L’uomo lupo, L’uomo invisibile). La cifra stilistica di Tartakovsky – ritmo forsennato e umorismo sempre in bilico sulla cattiveria pura; tratto aguzzo nel disegno –, già riscontrata nelle sue serie televisive (Il laboratorio di Dexter, Le Superchicche), ha fatto sì che il personaggio di Bram Stoker – e tutto l’universo gotico che lo circonda – non abbia perso del tutto, in questa versione, la sua carica conturbante, persino nei confini di una sceneggiatura che elimina praticamente ogni riferimento alla sua storia originale.

Vorremmo poter dire lo stesso delle musiche composte da Mothersbaugh, ma le sue score per i tre lungometraggi somigliano troppo agli operosi esercizi di mickeymousing di casa Warner Bros. o Walt Disney e troppo poco alla tradizione della musica dei film di mostri (poco Franz Waxman e pochissimo James Bernard). Ciò che sembra premere al compositore è soprattutto la definizione di un’impalcatura musicale eterogenea – tra valzer di sapore francese alla fisarmonica, musica da circo, hawaiana, orientale, zigana fanno capolino i generi più diversi –, spinta dalla propulsione continua di ritmi forsennati e orchestrazioni a tutto tondo, entrambe sintomatiche di un horror vacui tipico della musica per cartoon. E’ uno di quei frangenti in cui un Elfman in stato di grazia avrebbe saputo trarre la linfa per costruzioni di ambigua efficacia, tra la carica allarmante di una motricità irrefrenabile e le deflagrazioni timbriche di una strumentazione geniale; ma basta ascoltare il primo brano (“Chasing Quasimodo”) per capire che siamo da tutt’altra parte: dopo un calmo e banale inizio, cominciano le velocissime scalette, i trilli e ogni sorta di sovraeccitazione orchestrale (percussione compresa, naturalmente) atta alla sottolineatura meticolosa dei movimenti animati. Molto meglio “Dracula Lies” – dopo la stucchevole (soprattutto nella seconda parte) “Controlling The Captain”, la quale però introduce il tema cardine della serie – in cui clarinetto, tuba e tromba si alternano sulla spinta ritmica dei pizzicati degli archi e dove compaiono i primi significativi sbalzi dinamici; in “Dracula Tunnel” continua la sagra di fuochi d’artificio orchestrali e compare su ritmo rocambolesco il tema di “Controlling The Captain”. Nulla da eccepire sul lato tecnico: Mothersbaugh si rivela capace di piegare una grande orchestra alle funzioni più disparate – l’oboe di “I Want You To Live Your Life” svetta su un clima di attesa quasi morriconiano; “Martha’s Book” si tiene abilmente in bilico tra suspense e dramma; i flautandi di “Monster Festival” sono efficacemente inquietanti, ma a risultare poco interessante è proprio il materiale tematico, melenso nelle parti introspettive (la seconda parte di “Rescuing Jonathan”) e poco flessibile in quelle più movimentate (“Table Games”, pagina dove c’è di tutto, tra valzerini alla fisarmonica, stacchetti rock e rimembranze gershwiniane dalla “Rapsodia in blu”). “The Mummy Arrives” è il contraccolpo alla densità esplosiva della traccia precedente, con una scrittura agitata ma sottotono; in “Through The Roof” compare finalmente il theremin, mentre le restanti due tracce, a conclusione della score per il primo film, sono tra le migliori: tra ottoni furoreggianti (nella prima) e incursioni organistiche (nella seconda) si riscontra una leggerissima intensificazione del discorso musicale.
Un glissando di arpa, seguito da ribattuti di corni e archi (“The Wedding”), dà inizio alla seconda score, in cui Mothersbaugh si lascia andare sostanzialmente a una mera ripetizione di soluzioni dalla precedente: scrittura ricca e stratificata (“Baby Montage”, “Dennis’ Birthday”, appena perfezionata in “Arrival At Camp Winnepacaca”); accostamento di generi diversi (persino una band mariachi in “Dennis’ Birthday” e “Lobby Music”); noiosa alternanza di sezioni veloci e lente (“Battle With Bela”). Quantomeno i ritorni del tema principale (“Mavis And Johnny Leave”, “Battle With Bela”) conferiscono compattezza alla saga… Per il primo motivo davvero memorabile bisogna attendere il terzo e ultimo (finora) lavoro. “Van Helsing Main Title” inizia subito con classe: progressioni in fortissimo guidate dagli ottoni, parodicamente gotiche, fanno da cornice a un tema grottesco accompagnato in controtempo dagli archi, degno di un episodio dei Looney Tunes. Poi però tornano le banali sonorità trionfali e/o edificanti (“Bermuda Triangle”), inframezzate da industriose trame di mickeymousing appena più creative delle partiture precedenti; le blande parodie di horror-music d’altri tempi (“TV Monster Music” è la più scopertamente vintage, ma con uno spiazzante risvolto rockabilly-metal); la voglia di contaminazione di genere (la musica hawaiana di “Grandpa Van Helsing”, prima del ritorno di atmosfere gotico-grottesche e del tema di Van Helsing, tendenti a cupezze quasi elfmaniane). In netto contrasto col precedente brano, “Capt Erica” presenta una melodia disneyana nell’incipit per poi estendersi in stralci di musica da circo e soft-jazz guidato dal sax. Reminiscenze gershwiniane tornano in “Reel Romance” per la consueta iperattività sonora, interrotta poi da un addolcimento delle atmosfere (inizialmente per soli archi) e dal tema di Van Helsing. Il fantasma di Elfman torna in “Everyone Follows Everyone” (la scrittura virtuosistica per legni, gli staccati degli archi, la mobilità armonica), e dopo “Tango of Death” – divertente quanto futile commistione di disco-music e tango – si riscontra un innalzamento qualitativo: “That Was Incredible” termina con una quieta parentesi per archi, piano e arpa finalmente convincente; la riproposizione del tema di Helsing al flauto di “I Love To Dance”, dopo una delirante versione disco-tango, ricorda quasi il Goldsmith di Gremlins 2 nella sua ritmica convulsa e vagamente circense. Infine “Strand Of Destiny” ci presenta il leitmotiv principale al piano con un accompagnamento d’archi che occhieggia alle family-scores di Alan Silvestri e “Will You Marry Me”, con lo stesso tema, sembra assestarsi su un clima ancor più nostalgico; ma Mothersbaugh opta per un finale beffardo: ottoni in dissonanza riportano a ironiche atmosfere di suspense e il lavoro termina con un crescendo spezzato che ci sembra illusoriamente idilliaco.

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