Wonderstruck
Carter Burwell
La stanza delle meraviglie (Wonderstruck, 2017)
Lakeshore Records LKS35087
31 brani – Durata: 63'20”

Con appena sette film (ma parecchia tv “cinematografica”, tra cui Mildred Pierce) in quasi trent'anni, Todd Haynes si è rivelato nel tempo come una delle più interessanti personalità di autore indipendente nel recente cinema americano. In particolare sembra confacerglisi un tono di “realismo magico”, ellittico e interiorizzato, che lo ha portato a realizzare complessi e intriganti personaggi femminili (Safe, Carol, Lontano dal paradiso, lo stesso Mildred Pierce) spesso veicolati da un'attrice prediletta e incredibilmente disponibile come Julianne Moore, oppure caleidoscopici e visionari ritratti di musicisti (Velvet Goldmine ispirato a David Bowie, Io non sono qui con sei attori/attrici che si alternano nei panni di Bob Dylan).
In attesa del suo prossimo film sulla cantante Peggy Lee (colei che lanciò Johnny Guitar), la nuova “fiaba”, che Haynes ha tratto dal romanzo di Brian Selznick e che ci racconta le peripezie e i sogni di due bambini separati da cinquant'anni ma accomunati da destini paralleli, sembra un terreno particolarmente invitante per un compositore come Carter Burwell; il quale, provvisoriamente staccatosi dai “suoi” amati Coen e dalle loro partiture sarcastiche e amarognole (è però in arrivo il caustico western a episodi La ballata di Buster Scruggs), si adagia qui in paesaggi e climi musicali che ricordano piuttosto altri suoi lavori recenti, come ad esempio il delicato e tenero Vi presento Christopher Robin.
In un certo senso, tutta l'atmosfera della partitura è già racchiusa in quel semplicissimo tema conduttore esposto in “Silent whispers” da celesta e clarinetto, sui quali interviene poi un malinconico corno inglese e, in “Taking pictures”, dal pianoforte accompagnato da un'orchestra di tenue spessore, con prevalenza degli archi. Perché se di magia si tratta, è senz'altro una “magia bianca” quella evocata dal compositore, anche se qualche nuvola sembra affacciarsi nelle gotiche dissonanze dell'organo e nei sinistri effetti elettronici di “Daughter of the storm” e “Serious trouble”. Ma è la qualità della scrittura di Burwell a sorprendere continuamente: l'intarsio dei legni (clarinetto, fagotto) di “Runaways”, la presenza sotterranea ma costante del tema principale – spesso scomposto in segmenti separati o sottoposto a raffinate variazioni, come in “Ben robbed” – negli archi e la capacità di aprirsi improvvisamente in squarci orchestrali luminosi (“Little girl, big city”), il sofisticatissimo intreccio contrappuntistico e il sapiente dosaggio della tavolozza timbrica (si ascolti il connubio di archi, arpe e legni di “Lillian in the light”), la possibilità di suscitare tensione con sobria economia di soluzioni (le piroette dell'oboe e gli accordi in crescendo di “Lillian in the flesh”), sono tutti elementi che connotano la specifica dote di Burwell nell'entrare in sintonia con il nucleo di una storia, senza la smania o l'horror vacui che porta spesso i compositori a costipare un film di suoni indifferenziati, bensì con l'acutezza e l'attenzione capaci di separare i vari elementi e le varie “voci” così da assegnare a ciascuna il proprio ruolo e profilo emozionale. Il che spiega e sostiene, per esempio, il movimento pianistico neoclassico di “The museum beckons” così come gli scampanellìi da racconti di fate di “Dioramas”, con la celesta a rintoccare ancora il leit-motif.
Perché non v'è dubbio che siamo in presenza di una raffinata féerie, una sorta di incantamento dove realtà e fantasia, o meglio l'esistente e il possibile, convivono sotto un unico cielo. Una volta accettato questo postulato, anche nella narrazione musicale ogni sconfinamento è possibile e anzi ben accetto: così il tema conduttore si allarga in un aperto cantabile lirico in “The meteorite” mentre freddi echi e riverberi agitano “Wolves” e “Museum pursuits”, col suo tambureggiare e il tocco sempre un po' buffo del fagotto, rappresenta quella che potremmo chiamare la “via burwelliana” all'action. Ma è nel lirismo sommesso, negli adagi intensi degli archi, nella stupefazione sonora dinanzi all'inconoscibile che il compositore dà il meglio di sé, come nella estatica contemplazione di “The unisphere” e nel rilassato distendersi di “The story of Rose”, pagina forse la più “americana” di tutta la score, e movimentata solo da un disegno staccato degli archi in sottofondo che innervano ancora l'esposizione del tema conduttore.
Sinché la musica non si eleva in una sorta di iperuranio (“Mementos”), fra suoni celesti, e il pianoforte rallenta il leit-motif quasi fino ad arrestarlo; per approdare in “The city and the stars” ad un epilogo degli archi in qualche modo solenne che sfuma verso l'alto, in un accordo tintinnante e sospensivo. Ma sempre con tranquillità, occhi bassi e sottovoce. Perchè non servono le grida, quando i sussurri sanno arrivare così lontano.