Green Room
Brooke e Will Blair
Green Room (2015)
Milan Music 399 824-2
13 brani + 11 canzoni – Durata: 60'00”

Per chi ritiene che horror e metal vadano a braccetto, il film di Jeremy Saulnier è un'autentica pacchia, visto che vi s'immagina una band metal in tournée in una sperduta località sul Pacifico, che dopo aver assistito all'orrendo crimine compiuto da un'altra band, ma di allucinanti skinheads, diviene inevitabilmente un testimone da eliminare...
Non sappiamo se tale equazione risulti o meno gradita ai fan del settore, che rappresentano un pubblico di problematico approccio; resta il fatto che un soundtrack costituito per quasi metà da brani del “death metal” più estremo, affidato a band peraltro non di grande notorietà, lascia poco spazio a quello che una volta si chiamava, con termine che oggi suscita affettuosi sorrisi, “commento musicale”.
Diamo allora per acquisiti i ben 11 pezzi che rappresentano il “lato oscuro” di questa OST (ma tra i quali si stacca, come gemma isolata d'antan, “Sinister purpose” dei gloriosi Creedence Clearwater Revival, anno 1968) e concentriamoci sul lavoro dei fratelli Blair, Brooke e Will, formazione televisiva ma da poco attivi nel cinema con score sperimentali e suggestive (il fantascientifico Diverge di James Morrison, il thriller Blue Ruin sempre di Saulnier).
Quello che si evince immediatamente, sin dalle prime tracce da loro firmate, è il forte e ricercato contrasto – espressamente richiesto dal regista, come questi conferma nelle note di copertina – con la source music dei gruppi metal convocati. Quanto i brani di costoro sono abrasivi e “infernali”, tanto la musica dei Blair Brothers ambisce ad una trasparenza eterea, impalpabile, smaterializzata, anche se ottenuta ovviamente con le risorse dell'elettronica: è una contrapposizione d'indubbio impatto, ancorché ottenuta con minimo spreco di energie. “Weapons ready” si apre ad esempio con un potente schieramento di bassi, un solenne accordo organistico e un'eccitata accumulazione percussiva in crescendo, mentre il brevissimo “Oregon Coast” è un pedale acuto che evapora in un soffio e “Balefire” in pratica un unisono in mi di cinquanta secondi nel quale si aggregano suoni synth e un tremolo di archi. Con “Red laces” si entra più nel vivo di un'atmosfera foriera di paura e angoscia, che tuttavia i Blair perseguono sempre attenendosi ad un'immobilità ritmica e ad un suono dinamicamente compresso e sotterraneo. Così, rintocchi plumbei e funerei risuonano in “Pour a floor”, strisciando su un tappeto acustico spesso e ovattato, mentre “Blades and fangs” evoca clangori e dissonanze che in qualche modo si avvicinano timbricamente – ma non ritmicamente – all'universo metal; con “Mosh pit” si ritorna invece al clima di “Oregon Coast” ma in una versione più robusta e drammatica.
Lo scenario musicale dei fratelli Blair non prevede, ovviamente, varianti apprezzabili: il clima di claustrofobia e di oppressione che vi s'instaura è assicurato da una cappa elettronica soffocante e motivata, di autentica intossicazione psicosensoriale, ottenuta sempre con fasce lunghe di suono omogeneo interrotte da colpi violenti della percussione (“Odin himself”) o dallo sporadico e stentato levarsi di qualche voce più penetrante e lamentosa (“Fresh air”) che però non riesce a travalicare la spessa coltre di suono estraneo, ostile, avvolgente che la circonda e la condiziona. Occasionalmente, come in “The residence”, il magma sonoro sembra approdare e fluidificarsi in qualche spiraglio di luce, oppure raccogliersi in atteggiamento contemplativo quasi mistico, come in “We need the police”, con effetti “ambient” che ricordano certi esperimenti underground tra gli anni '70 e '80. Ma a prevalere è sempre l'orizzontalità, l'algida impassibilità di un mantello sonoro che avvolge immagini e ascolto in un abbraccio implacabile e senza scampo. L'assenza assoluta, poi, dei cosiddetti jumpscare (o stinger), in altri termini dei soprassalti acustici caratteristici del genere, accentua ulteriormente lo scarto con il rimanente materiale musicale interno, e testimonia con chiarezza inequivocabile un metodo e uno stile che non mirano ad ottenere una paura sorprendente e transitoria, bensì a instillare una sensazione permanente e malata di oppressione e predestinazione al Male. Qualcosa di assai meno innocuo e carnevalesco dell'armamentario, esteriormente truce ma tutto sommato inoffensivo, del “death metal” più bellicoso.